Israele al bivio storico
La fine della coabitazione con Kadima, le relazioni con l'Iran ed il nuovo Egitto di Morsi rendono decisive le future mosse del governo Netanyahu
1243
La fine della coabitazione con Kadima. Dopo soli 70 giorni di governo in coabitazione con Likud, il partito del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, Kadima, il partito di centro creato nel 2005 da Ariel Sharon e ora guidato da Shaul Mofaz, è tornato tra i banchi dell’opposizione all’interno della Knesset.
Annunciato a sorpresa l’8 maggio scorso, dopo che lo stesso Premier aveva parlato di possibili elezioni anticipate, il governo di unità nazionale rispondeva soprattutto all’esigenza di dare maggiore stabilità alla politica interna israeliana, svincolando l’attuazione dell’agenda di Netanyahu dal sostegno dei partiti ultraortodossi e nazional-religiosi, che rappresentano la destra più estrema. La nuova maggioranza poteva infatti contare di 94 seggi sui totali 120 che compongono il Parlamento israeliano, la più larga coalizione della storia politica d’Israele.
Quattro i principali interventi promessi, allora, da Mofaz. Innanzitutto, la riforma della Legge Tal, che esenta gli ebrei ultra-ortodossi e la minoranza araba dal servizio di leva militare. Secondo intervento, una riforma del sistema elettorale che avrebbe dovuto prevedere l’aumento della soglia elettorale attuale che, poiché estremamente bassa, determina una frammentazione del sistema partitico e l’ingresso in Parlamento di partiti minori, spesso estremisti, che paralizzano l’azione del Governo pur non disponendo di un notevole peso elettorale. L’approvazione, come terzo intervento, di una legge di bilancio che avrebbe dovuto contenere soluzioni ai problemi economico - sociali della classe media israeliana e, ultimo, il rilancio del processo di pace con l’Autorità Nazionale Palestinese.
La coalizione, però, è venuta meno proprio sul primo punto, la riforma della Legge Tal. La Legge, dal nome dell’ex giudice della Corte Suprema, Tzvi Tal, che ha presieduto la relativa commissione nel 1999, è stata dichiarata incostituzionale dall’Alta Corte di Gerusalemme nel febbraio scorso introducendo, di fatto, l’obbligo di leva per gli ebrei ultraortodossi e la minoranza araba dal 1° agosto qualora non intervenga una nuova legge a disciplinare la materia.
Sul tema della riforma della Legge Tal, Netanyahu aveva innescato una primi crisi di governo ad inizio luglio, sciogliendo la Commissione Plesner incaricata di formulare un progetto di legge che distribuisse l’onere del servizio obbligatorio sull'intera popolazione e che concludeva i suoi lavori proponendo di arrivare ad arruolare nell'esercito o nel servizio civile, entro il 2016, l'80% degli Haredim – gli ebrei ultraortodossi in lingua araba – rinviando la discussione sull’arruolamento della minoranza araba. Raccomandazioni, quelle della Commissione Plesner, su cui Kadima aveva impostato la sua proposta di riforma. Quando il Premier ha poi proposto, senza seguire le linee guida della Commissione, che il 50% degli ebrei ultraortodossi tra i 18 ei 23 anni prestasse servizio militare nell’Israel Defence Forces e il restante 50% , tra i 23 e i 26 anni, svolgesse invece il servizio civile, Mofaz ha ritirato il suo sostegno all’attuale maggioranza, giudicando la proposta in contrasto con la sentenza di incostituzionalità sancita dalla Corte e fortemente iniqua.
Forti della loro ipoteca demografica su Israele, gli Haredim hanno sempre beneficiato di privilegi nell'istruzione, nella tassazione e nell'Esercito. Il tema del servizio di leva obbligatorio è stato causa di forti tensioni sociali, esacerbando lo scontro tra laici e ortodossi.
La coalizione al governo dispone ora di soli 66 voti, sebbene alcuni membri di Kadima abbiano dichiarato di aver lasciato il partito per confluire nella maggioranza.
Cresce il senso d'accerchiamento. Oltre che dall’Iran e dal suo programma nucleare, dalla minaccia sempre viva rappresentata da Hezbollah e Hamas e dalla preoccupazione che le armi chimiche siriane cadano in mano a questi gruppi, buona parte della sicurezza di Israele passa attraverso il rispetto delle promesse di pace fatte dalla Fratellanza Musulmana che governa l’Egitto. L’elezione di Morsi, dopo la vittoria alle elezioni legislative, ha posto la Fratellanza alla guida del Paese strategicamente più importante e popoloso del mondo arabo, che dal 1979 garantisce la sicurezza di Israele e la relativa stabilità del Medio Oriente.
La vittoria di Morsi era stata salutata come la “materializzazione dell’incubo di generazioni di Israeliani”: un Egitto guidato dalla Fratellanza e la sua costola palestinese, Hamas, che governa nella Striscia di Gaza. Scenario ridimensionato, poi, alla luce dei tanti problemi economici e sociali che affliggono l’Egitto del dopo Mubarak, dello scontro in atto tra la Fratellanza e il Consiglio Supremo delle Forze Armate circa l’effettiva demarcazione delle competenze istituzionali e degli emendamenti costituzionali introdotti che privano Morsi della gestione degli affari esteri, della sicurezza e del potere di dichiarare guerra.
Tuttavia è con la Fratellanza che Israele dovrà comunque venire a patti, modificando la sua percezione della Primavera Araba come evento negativo e adeguandosi alla nuova realtà regionale.
Le relazioni con Israele si erano profondamente deteriorate nel corso della Primavera egiziana che ha deposto Mubarak, alleato israeliano di lungo corso. L’ambasciata israeliana a Il Cairo era stata assaltata da centinaia di manifestanti, la delegazione ritirata e le relazioni improntate a quelle di buon vicinato. C’erano timori relativi ad una revisione degli Accordi di Camp David, ventilati durante tutta la durata della campagna elettorale presidenziale, ma Morsi ha annunciato, tranquillizzando gli israeliani, che si sarebbe attenuto ai Trattati. Trattato di pace, quello del 1979, che è stato centrale nelle dichiarazioni dei vertici israeliani e statunitensi nell’approcciarsi alla nuova dirigenza egiziana e che molto probabilmente continuerà a rappresentare la base per le future relazioni tra le parti. Modifiche, seppure minime, potrebbero riguardare gli aspetti economici, per renderli meno sbilanciati a favore degli interessi israeliani ma l’impianto generale rimarrà invariato anche a vantaggio del profilo internazionale di una forza, come la Fratellanza Musulmana, che si presenta a capo di uno Stato democratico e che deve guadagnarsi la fiducia della Comunità Internazionale.
Sicuramente l’Egitto non rinuncerà a far valere il suo peso politico – strategico nelle dinamiche mediorientali, ruolo che ha ben saputo trasformare in rendita economica. E buona parte di questi finanziamenti, necessari per il rilancio dell’economia passano attraverso il mantenimento delle vecchie alleanze.
Il pericolo maggiore alla sicurezza nazionale israeliana è rappresentato dalla minaccia proveniente dal Sinai, divenuto un vero e proprio hub logistico per l’azione di gruppi qaedisti che, facendo proseliti tra le tribù beduine del Sinai, mirano a colpire lo Stato ebraico. Anche qui è arrivato il richiamo israeliano all’Egitto affinché onori i Trattati internazionali, garantendo la sicurezza del Sinai e della frontiera con Israele.

1.gif)
