Jihadisti europei in Siria
Il caso di Giuliano Ibrahim Delnevo ed una minaccia crescente per l'Ue
2668
La morte del 25enne genovese convertito all’Islam Giuliano Ibrahim Delnevo, ucciso in Siria mentre combatteva con i ribelli nell’area di Qusayr, ha riportato l'attenzione dei media sulla presenza e il ruolo dei combattenti europei in Siria. Fino a questo momento maggiore risalto era stato dato al ruolo giocato in Siria, e nella battaglia di Qusayr, dai combattenti libanesi di Hezbollah, in virtù delle possibili ricadute che la loro presenza poteva avere sulla stabilità del Libano e dell’intera area mediorientale.
Lo scorso aprile, Gilles de Kerchove, Capo anti-terrorismo dell'UE, aveva dichiarato alla BBC che almeno 500 europei stavano combattendo al fianco dei ribelli siriani contro le forze di Bashar al-Assad e che alcuni di questi si erano uniti al gruppo filo-qaedista Jabhat al Nusra, dichiarata organizzazione terroristica dagli Stati Uniti nel dicembre 2012. Kerchove spiegava che non tutti coloro che decidono di partire sono radicali ma che, molto probabilmente, molti di loro sarebbero stati radicalizzati lì e potrebbero essere una grave minaccia qualora decidessero di tornare in Europa. Per Le Monde, che cita una fonte dell’opposizione siriana, questo numero si aggirerebbe oggi intorno agli 800 combattenti. Regno Unito, Irlanda e Francia sono tra i paesi dell'Unione europea che si stima abbiano il maggior numero di combattenti in Siria. Una cinquantina, invece, quelli provenienti dall’Italia, in gran parte del centro-nord. Si tratta di cifre non verificate data la difficoltà di reperire numeri precisi dal momento che molte di queste persone decidono di partire di propria iniziativa, da soli o in piccoli gruppi, e possono farlo farsi notare, dal momento non sono previsti controlli particolari e che recarsi in Siria, attraverso la Turchia, è semplice.
Kerchove, secondo quanto riporta Le Monde, avrebbe preparato una relazione sulla presenza di combattenti europei in Siria che sarà discussa durante il prossimo Consiglio Europeo del 27-28 giugno allo scopo di definire le misure per la gestione dei rischi connessi all’eventuale ritorno in patria di questi combattenti. In questo documento riservato visionato da Le Monde si raccomanda un approccio "rapido e globale " al fenomeno e se ne sottolinea la natura transnazionale: da qui la necessità di una cooperazione tra gli europei, ma anche con i paesi terzi, come il Marocco, la Tunisia e la Libia e la Turchia, area di transito per raggiungere la Siria. Probabilmente si coinvolgerà anche la Russia e i Balcani dal momento che gli ultimi rapporti ricevuti da Bruxelles confermerebbero la presenza in Siria di combattenti ribelli provenienti dall'Europa orientale.
Il 7 giugno, a Lussemburgo, i ministri dell’Interno dei paesi Ue hanno preso parte al Consiglio Giustizia ed Affari Interni dell’Unione Europea durante il quale si è discusso della minaccia rappresentata dai giovani europei partiti per la Siria e che ora militano nelle fila dei gruppi radicali. Durante il Consiglio, Kerchove ha invitato i governi degli Stati membri a essere più aggressivi nel monitoraggio delle attività di presunti estremisti sulle piattaforme dei social network e di spostamenti giudicati sospetti e ha ricordato l’esigenza di rafforzare la cooperazione in materia della lotta al terrorismo, la cui responsabilità principale ricade sui singoli Stati membri. Il ministro degli Interni spagnolo, Alberto Ruiz Gallardon, ha presentato ai suoi omologhi europei un disegno di legge che avrebbe permesso una intrusione legale nei computer delle persone sospettate di legami con il terrorismo o la criminalità organizzata. Un metodo che ricorda molto da vicino i controversi programmi del governo americano relativi alla raccolta di dati sull'attività telefonica e informatica degli americani, che Obama ha presentato come cruciali per la sicurezza del paese ma rispettosi della privacy dei cittadini.
Il ministro dell’Interno belga, Joelle Milquet, ha annunciato una nuova riunione ministeriale nel mese di settembre nella quale si spera di coinvolgere anche Stati Uniti e Turchia, per rafforzare la cooperazione.
Il fenomeno di cittadini europei che si recano a combattere in teatri di jihad non è nuovo. Presenze europee sono state documentate sui campi di battaglia dell’Afghanistan negli anni Ottanta, della Bosnia e della Cecenia, dell’Iraq, della Somalia, del Mali. Se prima a spostarsi erano gli emigrati musulmani presenti in Europa oggi si tratta invece di “cittadini nati e cresciuti in Europa, appartenenti principalmente alle seconde e terze generazioni di immigrati che si radicalizzano nella ricerca, spesso tramite internet, di una ispirazione ideologica che possa legittimare il proprio jihad e indicazioni operative che gli consentano di passare all'azione.” Questo, come sottolineato dal Capo dell’antiterrorismo, pone, oltre alla necessità di una riflessione sulle logiche che oggi sono alla base del reclutamento, serie ripercussioni per la sicurezza. Il timore dei servizi di informazione europei è che questi combattenti decidano di tornare in Europa, con l’esperienza acquisita nei teatri di jihad, con l’intento di reclutare nuovi combattenti o compiere attentati. È del 12 giugno la notizia dell’arresto di un giovane bresciano di origine marocchina, curatore del blog Sharia4Italy, filiale italiana dell’omonimo network internazionale, e accusato di addestramento con finalità di terrorismo internazionale e di incitamento alla discriminazione e alla violenza per motivi razziali, etnici e religiosi.
1. Carlino. L.

1.gif)
