Kabila: un leader in discussione

Il presidente congolese e la missione Monusco al centro delle critiche per la crisi in Nord Kivu.

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Kabila: un leader in discussione

Si sono svolti a Kampala il 24 e il 25 novembre due “discussioni” – come le ha definite il governo di Kinshasa - tra i vertici della Repubblica Democratica del Congo, RDC, e una delegazione del gruppo ribelle M-23, guidata dal leader politico Jean-Marie Runiga Lugerero. L’incontro del 24 si è tenuto a margine di un vertice straordinario dei Paesi membri della Conferenza Internazionale della Regione Grandi Laghi sul deteriorarsi della situazione nel Nord Kivu e il rischio di una “balcanizzazione” del Paese. Il summit segue la presa di Goma, capoluogo della ricca provincia mineraria congolese, al centro di una lotta tra diversi attori regionali, che agiscono da agenti destabilizzanti, per l’accesso al patrimonio minerario presente nel sottosuolo della provincia congolese e per mantenere e/o accrescere la propria influenza regionale. 
 
La diplomazia africana al lavoro. Al vertice hanno preso parte i capi di Stato di Uganda, RDC, Kenya e Tanzania ma non Paul Kagame, il presidente ruandese accusato, assieme al suo ministro della Difesa, il generale James Kabarebe, di sostenere politicamente e militarmente i ribelli. L’accusa di sostenere la ribellione è stata rivolta anche all’Uganda. Il governo di Kampala rischia di veder compromessa la sua credibilità considerato che il Presidente, Yoweri Museveni, ricopre il ruolo di mediatore per la crisi nel Nord–Kivu.  
Le due “discussioni” seguono l’invito, contenuto nella dichiarazione rilasciata a fine vertice CIRGL, “ ad ascoltare, valutare e prendere in considerazione le richieste dei ribelli”. Il comunicato contiene anche un ultimatum di 48 ore per i combattenti dell’Armata Rivoluzionaria del Congo, ex M-23, per porre fine a tutti i combattimenti nella parte orientale del Paese e ritirarsi di 20km dalla città di Goma. Alcune delle misure adottate durante il vertice prevedrebbero il dispiegamento di un contingente composto da soldati congolesi, ribelli del M-23 e una Forza neutra all’aeroporto di Goma e la ripresa delle attività della Polizia nella città di Goma. Il tutto sotto la supervisione di Rwanda, RDC e Uganda.
Dopo ONU e UE, anche il presidente della Commissione dell'Unione Aficana, Nkosazana Dlamini Zum, ha invitato il M-23 ad adottare "senza indugio, le decisioni del vertice di Kampala” per fermare le ostilità e ritirarsi da Goma. Lo stesso Rwanda, in una dichiarazione congiunta rilasciata da Kagame e Denis Sassou Nguesso, presidente del Congo-Brazzaville, ha invitato “il governo della RDC e il M-23 ad attuare le conclusioni di Kampala, che rappresentano una buona base per la risoluzione di questo conflitto".  
 
Kabila: un leader in discussione. “Il ritiro da Goma non dovrebbe essere un prerequisito per i colloqui, ma piuttosto il risultato della negoziazione”. Con queste parole il leader del M-23 ha rigettato l’ultimatum della Comunità Internazionale e del governo congolese che ritiene il ritiro dalla città un “imperativo  molto significativo e inevitabile”.
Oltre a rifiutarsi di ritirarsi da Goma, il gruppo  mette in discussione la legittimità del presidente Kabila, rieletto nel novembre 2011 dopo contestate elezioni. Posizione condivisa anche da Bruno Mavungu, Segretario Generale del principale partito di opposizione a Kabila, l'Unione per la democrazia e il progresso sociale (UDPS). Mavungu ha individuato il problema fondamentale che affligge il Congo nella “mancanza di una leadership forte, competente e all’altezza delle ambizioni del Congo”. Il Segretario Generale dell’UDPS si è scagliato anche contro l’Esercito accusandolo di  essere "tutt'altro che un Esercito degno di questo nome e capace di difendere l'indipendenza nazionale , l'integrità territoriale e la sicurezza delle persone e dei loro beni”
La gestione della crisi del Nord-Kivu da parte di Kabila è fortemente condannata da buona parte della società civile. Alcune ONG hanno infatti accusato il Presidente di essersi piegato alla volontà degli “Stati aggressori” e aver “umiliato la nazione congolese e svenduto la sua sovranità”. Mercoledì 21 novembre, centinaia di manifestanti hanno protestato a Bukavu, capoluogo del Sud-Kivu minacciato dall’avanzata del M-23, davanti alla sede del Partito popolare per la ricostruzione e la democrazia (PPRD), il partito al governo. 
Kabila è anche accusato di aver partecipato, dopo la pesante disfatta militare subita dalle Forze Armate della RDC a Goma, al vertice di Kampala convocato dagli stessi attori – Rwanda e Uganda – che lui stesso accusa di destabilizzare la RDC. La fine della presidenza Kabila è stata invocata da diverse forze partitiche congolesi e diversi osservatori non escludono che possa rappresentare l’obiettivo finale della ribellione del M-23, che ha sempre fatto dell’attuazione degli accordi di Goma del 23 marzo 2009, la sua principale rivendicazione. 
 
Le critiche all'esercito e MONUSCO. La facile presa di Goma, di due posti di frontiera con il Rwanda e poi di Sakè hanno messo in discussione oltre che l’efficacia dell’Esercito nazionale, ulteriore punto debole della RDC, il mandato della MONUSCO, la Missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite nella RDC, la più grande missione ONU. Il contingente MONUSCO è composto da 19.109 personale in uniforme sul terreno (16.996 soldati, 721 osservatori militari e 1.392 poliziotti), 965 civili internazionali, 2886 personale civile locale e 577 volontari ONU. Un totale di 23.537 persone per un bilancio di 1,1 miliardi di euro per il periodo dal 1 °  luglio 2012 al 30 giugno 2013.
Già nel mese di luglio la Missione aveva dato segni della sua impotenza quando le sue Forze sono state costrette a ritirarsi dalla base militare di Bunagana di fronte all’avanzata del M-23.
La Francia ha chiesto una revisione del mandato della MONUSCO, definito “assurdo" da Laurent Fabius. Mentre sia il capo della Monusco, Roger Meece, che  Didier Reynders, ministro degli Affari Esteri del Belgio, ex potenza coloniale in Congo, sottolineano come il mandato della MONUSCO si sostanzi nella protezione dei civili e che le Forze ONU non possono sostituirsi all’Esercito nazionale, Philippe Hugon, direttore di ricerca dell’IRIS offre una letture diversa. “La passività della MONUSCO è”, secondo Hugon, “un’ ammissione dell’ impotenza delle Nazioni Unite che operano  in presenza di un rapporto di forze sbilanciato a favore del M-23, notoriamente armato dal Rwanda e ben motivato”. 

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