La calda estate tunisina

La violenza politica minaccia la transizione democratica del paese

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La calda estate tunisina


di Mara Carro
 
Martedì 6 agosto, a sei mesi esatti dall’omicidio di Chokri Belaid, esponente dell’opposizione di sinistra assassinato a Tunisi il 6 febbraio, decine di migliaia di manifestanti hanno marciato per le strade della capitale tunisina e invocato le dimissioni del governo, guidato dal partito islamista moderato Ennahda, la formazione di un esecutivo di unione nazionale e la dissoluzione dell’Assemblea nazionale costituente (Anc). La commemorazione di Belaid si è saldata con le manifestazioni che si susseguono con regolarità dall’assassinio, il 25 luglio scorso, di un altro leader politico dell’opposizione di orientamento laico, Mohamed Brahmi. 
 
Il quadro politico. L'omicidio è avvenuto in un momento delicato per la Tunisia, con la troika ( Ennahda, Ettakatol e Congresso per la Repubblica) che fatica a governare il paese, la crescente minaccia terroristica e il nascente movimento Tamarod pronto a riprodurre le massicce proteste di piazza che in Egitto hanno portato alla destituzione di Mohammed Morsi il mese scorso. Il governo, a sua volta, ha risposto con una conferenza stampa durante la quale, il ministro dell'Interno Lotfi Ben Jeddou ha reso nota l’esistenza di prove balistiche che dimostrerebbero che fu la stessa arma ad uccidere Belaid e Brahmi, e che entrambi gli attacchi sono stati effettuati da un cellula legata ad al- Qaeda. Il ministro ha anche diffuso il nome del presunto assassino, un noto jihadista franco-tunisino di nome Aboubaker el-Hakim.
 
Nuove proteste. Come l’omicidio di Belaid, l’assassinio di Brahmi ha provocato l’immediata condanna dell’opinione pubblica nazionale e una nuova ondata di manifestazioni anti-governative e sit-in di protesta in numerose località del paese. I detrattori di Ennahda attribuiscono al partito al governo la responsabilità morale di quanto accaduto, per non aver condannato gli estremisti, aver banalizzato le denunce di  minacce e per non essere riuscito a impegnarsi in un autentico processo di riconciliazione tra le fazioni politiche tunisine. Le manifestazioni di maggiore entità si sono registrate a Tunisi, nel quartiere del Bardo, sede dell’Anc. Poche ore prima della manifestazione del 6 agosto, il presidente dell’Assemblea Mustafa Ben Jaafar ha ufficialmente sospeso i lavori della  in attesa dell’avvio di negoziati tra le forze politiche tunisine per risolvere la crisi in cui versa il paese.  
 
La posizione di Ennahda. Sabato 3 agosto, durante un’imponente manifestazione pro-governativa che ha raccolto 150mila persone, il leader di Ennahda, Rached Ghannouchi, ha rifiutato ogni negoziato con l’opposizione, preludio a suo dire del licenziamento dell’esecutivo in carica, proponendo in cambio un allargamento della coalizione di governo, il voto il 17 dicembre e l’ipotesi di tenere un referendum per misurare la fiducia di cui ancora gode il governo di Ali Laareyedh.
 
La rivoluzione tradita? L’immediata politicizzazione dell’omicidio di Brahmi, esponente poco noto del Partito del Movimento Popolare che ha solo due dei 216 seggi dell’Anc, affonda le sue radici nell’affievolirsi delle speranze che hanno accompagnato la prima fase della “Rivoluzione dei gelsomini” e che oggi cedono il passo ad una realtà caratterizzata da forti tensioni sociali, sfide per la sicurezza , una crisi economica endemica e lo stallo sull’adozione di una nuova Costituzione. In questa polveriera, il secondo assassinio politico in sei mesi ha agito come scintilla e le persone sono scese in piazza in cerca di qualcuno da incolpare. In assenza di miglioramenti tangibili, il governo e l'Assemblea sono stati facili bersagli. 
A differenza degli altri Stati che hanno vissuto le rivolte, la transizione politica della scena tunisina è stata ordinata e si è compiuta rapidamente. Dalle elezioni è emerso un governo di coalizione, guidato dal partito islamista Ennahda che, ripetutamente accusato di condividere o di non riuscire a tenere a freno la violenza salafita e elaborare un piano di ripresa economica, sta progressivamente perdendo consensi, sia nei riguardi dell’opposizione (Fronte popolare e Nida Tounes) che delle frange salafite, in particolar modo il movimento Ansar al-Shari‘a. Una volta al potere, gli islamisti hanno dovuto fare i conti con i problemi economici di un Paese dimenticato dagli investitori esteri e con un malcontento socio-economico diffuso che ha portato la popolazione a manifestare un po’ ovunque in Tunisia, a Sidi Bouzid, Kasserine, Gafsa, Sfax, Ben Guerdane e a Siliana, e contro la quale è spesso stata usata una forza eccessiva e non necessaria.  
Oltre alla crescente violenza politica che ormai domina questa fase della transizione tunisina, le sfide del dopo Ben Ali sono anche di natura economica. Le stesse condizioni che hanno innescato la rivolta del 2010 sono ancora presenti e l’attuale governo non è ancora riuscito a fornire risposte adeguate.
 

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