La Corte dei miracoli

Il regista di tutto è ancora lui: l'inossidabile Re Giorgio.

2030
La Corte dei miracoli

di Paolo Becchi
 
Nel novembre 2009, il Signor X, un comune «cittadino elettore», conveniva in giudizio la Presidenza del Consiglio ed il Ministero dell’Interno deducendo che, nel corso delle elezioni del 2006 e del 2008, egli era stato costretto ad esercitare il proprio diritto di voto secondo modalità – quali quelle previste nel Porcellum – contrarie alla Costituzione (artt. 48 c.2, 56 c.1, 58 c.1). In particolare, secondo il Signor X: 1) l’impossibilità di esprimere la preferenza ai singoli candidati sarebbe stata in contrasto con il diritto al «voto personale e diretto»; 2) l’attribuzione di un premio di maggioranza – così come disciplinata dal Porcellum – avrebbe violato il principio di uguaglianza del voto. 
 
Il Tribunale di Milano respingeva le domande, giudicando inoltre «manifestamente infondate» le eccezioni di incostituzionalità sollevate. La Corte d’Appello rigettava a sua volta l’appello proposto, ribadendo la manifesta infondatezza della questione di costituzionalità. E' evidente, infatti, che nessuna lite, nessun  vero processo sia mai esistito: il Signor X si è rivolto alla giustizia non per risolvere una controversia tra lui e lo Stato, ma unicamente per poter trovare il pretesto – il cosiddetto “incidente di costituzionalità” - per poter portare la questione della legge elettorale davanti alla Consulta. 
 
Ed invece, ecco che la Corte di Cassazione decide di riaprire i giochi. Secondo la Corte, infatti, non vi sarebbe alcuna pretestuosità nell’incidente sollevato, né saremmo di fronte ad una fictio litis (ossia ad un giudizio instaurato con il solo scopo di sollevare un incidente di legittimità costituzionale). Le critiche, da parte di autorevole dottrina, non sono mancate. Ma non è questa la sede per affrontare la questione giuridica. Ci interessa la questione soprattutto dal punto di vista politico. Sia il Presidente della Repubblica che la stessa Corte Costituzionale hanno più volte, nel corso del tempo, fatto pressione sul Parlamento affinché fossero le Camere ad intervenire sulla legge elettorale. Non è un caso che Gaetano Silvestri, appena nominato nuovo presidente della Consulta, avesse fin da subito avvertito che vi erano certamente  «aspetti problematici rispetto al premio di maggioranza che non prevede una soglia minima», biasimando però, al contempo,  la «tendenza a scaricare sul potere giudiziario decisioni che il potere politico non riesce a prendere».
 
Il “Fate presto” di Napolitano è stato, poi, ripetuto più volte, dall’inizio della sua rielezione («Non sono intenzionato a rivivere, da Presidente della Repubblica, l’incubo dei mesi […] in cui si è pestata l’acqua nel mortaio e non si è stati capaci di partorire nessuna riforma elettorale») sino ad oggi: «stiamo giungendo a un nuovo limite estremo a questo riguardo: l’esame della questione cui la Corte costituzionale è stata chiamata e che essa condurrà nell'udienza fissata per il 3 dicembre. La dignità del Parlamento e delle stesse forze politiche si difende non lasciando il campo ad altra istituzione, di suprema autorità ma non preposta a dare essa stessa soluzioni legislative, a questioni essenziali per il funzionamento dello Stato democratico» (23 ottobre 2013). Ancor più di recente, poi, Napolitano ha convocato i Ministri Quagliariello e Franceschini, ribadendo agli stessi la necessità di intervenire al più presto.
 
Politicamente, sia il Presidente della Repubblica sia la stessa Consulta non vorrebbero che la questione elettorale passasse per la via della giustizia costituzionale. Cosa farà la Corte? Dichiarerà inammissibile il ricorso? Non andrà, al limite, oltre un monito? Come pronunciarsi in tema di legislazione elettorale, quella che è stata definita una «zona franca» dal controllo di costituzionalità?
 
Se già sotto il profilo giuridico una pronunzia di incostituzionalità potrebbe sollevare diverse critiche e dubbi, è certo che, dal punto di vista politico, nessuno – compresa la Corte Costituzionale stessa – sembra aver interesse a condannare il Porcellum. Paradosso difficile: la Consulta costretta a pronunziarsi su una questione che non si sarebbe mai voluta sollevare e, soprattutto, che nessuno – di fatto – ha mai sollevato (perché è palese la fictio litis, in realtà, del nostro comune cittadino X).
 
Eliminare la legge elettorale per via giudiziaria significherebbe, poi, registrare la fine dell’operazione politica voluta da Napolitano. La rottura, di fatto, delle “larghe intese” – con il passaggio di Forza Italia all’opposizione – potrebbe favorire paradossalmente, come Letta e Napolitano pensano, la stabilità del Governo e, di conseguenza, l’intervento delle Camere sulla legge elettorale. Ed in effetti è proprio questo, cui ora punta Napolitano, disposto anche a concedere alla nuova opposizione un voto di fiducia (che comunque sa di avere), in cambio di una partecipazione di essa  alla riforma della legge elettorale e, più in generale, alle riforme costituzionali – impossibili senza l'accordo con Forza Italia, per raggiungere la maggioranza assoluta. Del resto Napolitano sa benissimo che la decisione della Corte Costituzionale molto probabilmente sarà l'inammissibilità e, dunque, come del resto da lui voluto, il Parlamento e il suo Governo dovranno necessariamente occuparsi sia della legge elettorale che delle riforme della Costituzione già avviate. Insomma, il regista di tutto è ancora lui: l'inossidabile Re Giorgio.

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