La crisi irreversibile dell’esperimento ucraino

Ecco come un fenomeno inizialmente circoscritto può decidere il destino dell’intero quadro strategico

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La crisi irreversibile dell’esperimento ucraino


di Roberto Orsi
(Phd alla London School of Economics)

La crisi in corso. Bancarotta economica, crisi demografica, corruzione dilagante, polarizzazione politica interna ed esterna… Da qualche tempo a questa parte, l’Ucraina sta camminando su una lastra di ghiaccio estremamente sottile. Le sue debolezze hanno innescato preoccupanti circoli viziosi: più Kiev si indeboliva, più intensa diventava la pressione internazionale e viceversa. La Rivoluzione Arancione del 2004 segnò l’inizio della fine. La contestazione dei risultati delle elezioni presidenziali e l’instabilità politica conseguente, unite alla cronica incapacità di pagare i conti energetici, deteriorarono pesantemente i rapporti con la Russia provocando infine l’interruzione delle forniture di gas. 
 
La crisi del 2004 rappresentò, sotto diversi aspetti, un’occasione perduta per il fronte filo-occidentale. Leader politici come Yushenko e Tymoshenko fallirono nel tentativo di imprimere al paese una nuova direzione non attuando quelle ambiziose riforme economiche di cui il paese aveva disperatamente bisogno. Al contrario, fecero affidamento sul boom dei prezzi internazionali dell’acciaio e rinviarono qualsiasi aggiustamento strutturale. Dal canto suo, l’Occidente (Stati Uniti e Unione Europea), nonostante il forte supporto mediatico offerto alla Rivoluzione Arancione, non seppe impostare alcuna strategia per la ricostruzione politico-economica dell’Ucraina – strategia che avrebbe potuto consentirne l’organica integrazione nell’economia europea. Il risultato è che, secondo i dati forniti dalla WTO, la Federazione Russa rimane il principale partner commerciale di questo paese. Gli USA, al contrario, hanno un ruolo del tutto marginale: di fatto, la loro incapacità di offrire a questo potenziale partner le risorse necessarie a una significativa ricostruzione industriale (errore già commesso in precedenza con la Georgia) si sta delineando come uno dei più grandi limiti della politica estera statunitense degli ultimi decenni, che non ha certamente avuto la lungimiranza propria degli aiuti offerti all’Europa occidentale e al Giappone nel secondo dopoguerra. 
 
La crisi in corso è stata provocata dalla convergenza di molteplici fattori. In primo luogo, lo stato ucraino è ancora una volta sull’orlo della bancarotta. Ciò ha dato alle forze in campo sullo scacchiere internazionale l’opportunità di affermare la loro influenza – fino a effettuare, negli ultimi mesi, interventi diretti sul territorio. L’Ucraina avrebbe potuto continuare a reggersi su un pur precario equilibrio se il fronte occidentale e quello orientale avessero limitato le proprie pressioni senza ricorrere ad aperte violazioni della sua architettura costituzionale. Figure politiche come Yulia Tymoshenko e Viktor Yanukovich ne erano consapevoli e quest’ultimo, nonostante la corruzione dell’élite di cui era espressione e le sue limitate capacità politiche, non era un “fantoccio russo” (come spesso i media occidentali lo hanno ritratto): al contrario, è stato tra i pochi leader ad agire per preservare l’integrità del paese. Il “grilletto occidentale” scatenante la crisi ha preso le forme di un accordo con l’UE che, pur non sancendo il formale ingresso dell’Ucraina nell’Unione, ha espresso una scelta di campo. La risposta di Mosca non si è fatta attendere: la Russia, del resto, stava lavorando da anni al progetto alternativo di un’Unione euroasiatica con Bielorussia e Kazakhstan. La pessima gestione delle forti pressioni internazionali da parte di Yanukovich e la montante protesta interna della fazione filo-occidentale, alimentata da un genuino malcontento e supportata da UE e USA, hanno condotto al collasso dell’ordine interno, provocando dozzine di morti su entrambi i fronti. Il governo provvisorio che si è insediato dopo il rovesciamento di Yanukovich appare oggi molto debole, e ha dimostrato di non essere in grado di farsi portavoce degli interessi dell’intero paese, le cui regioni orientali hanno cominciato a guardare verso Mosca con crescente interesse. E la velocità con la quale la Crimea è stata annessa alla Russia – grazie a una delle più riuscite operazioni di intelligence della storia – dimostra come quest’ultima abbia operato secondo piani strategici già predisposti da tempo in risposta allo scenario di una disintegrazione ucraina.
 
La posizione russa. La posizione assunta dalla Russia nei confronti della crisi ucraina è stata ben sintetizzata da Putin nel discorso che questi ha tenuto alla Duma in occasione dell’annessione della Crimea. Un discorso che rappresenta un documento storico di grande rilevanza per comprendere le narrazioni e la logica che ispirano le decisioni del Cremlino. Dopo aver ricordato le grandi affinità fra russi e ucraini, Putin ha ripercorso le tappe della fine dell’URSS e ha sottolineato come la volontà popolare emersa dal referendum del 1991 (conservare una qualche forma di federalismo) sia stata sostanzialmente tradita. L’idea originaria alla base della Comunità di Stati Indipendenti (CSI) era quella di un super-stato federale con una sola moneta, un comune spazio economico, un’unica politica estera e un unico esercito. Ma la CSI, di fatto, non ha mai funzionato. Con il risultato – ha detto Putin – che i russi sono forse il gruppo etnico frammentato nel maggior numero di stati al mondo. 
 
Il presidente è poi stato molto cauto nel non sbilanciarsi sulle opzioni che sta prendendo in considerazione: da un lato, ha riaffermato il principio dell’integrità e della piena sovranità dello stato ucraino, ma dall’altro si è riservato la possibilità di intervenire se necessario. Dopo tutto, nella sua visione geopolitica una larga parte dell’Ucraina potrebbe benissimo essere un paese sovrano federato in qualche modo alla Russia e agli altri paesi post-sovietici; mentre il paese così com’è configurato oggi può essere messo in discussione a fronte della sua manifesta incapacità di funzionare. Uno dei punti più significativi del discorso di Putin ritrae la crisi in corso come un processo di riunificazione delle terre russe paragonabile a quello che ha interessato la Germania dopo il 1989. Si tratta di un’immagine molto potente, che parla al cuore del patriottismo russo e risponde alla rabbia accumulata negli ultimi vent’anni per le umiliazioni subite. Questa narrazione segna, in un certo senso, il passaggio del Rubicone nei confronti della pubblica opinione russa perché dimostra che il presidente si è formalmente impegnato in un imponente progetto di ricostruzione nazionale che, sotto certi aspetti, rilegge e reinterpreta l’assetto geopolitico post sovietico. Coloro che condividono questa visione (efficacemente resa dalla coreografia scelta per la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Sochi) non saranno abbandonati. L’evidente corollario di questa posizione è che la leadership russa considera ormai concluso l’“esperimento ucraino”.
 
La posizione americana. L’interesse degli Stati Uniti nei confronti di Kiev ha una lunga storia. Da un lato, l’Ucraina è una regione dalla quale provengono molti americani. Dall’altro, bisogna ricordare che sin dalla fine della Guerra Fredda gli strateghi statunitensi hanno formulato la considerazione secondo la quale “la Russia senza Ucraina è soltanto la Russia; la Russia unita all’Ucraina è un impero”. Una tesi sostenuta, tra gli altri, da Zbignew Brzeziński, promotore di una politica estera tesa a un continuo indebolimento dell’ex repubblica sovietica. Nonostante questo, e nonostante il Dipartimento di Stato americano abbia sempre tenuto d’occhio la situazione politica del paese, gli errori commessi dagli USA sono stati numerosi. 
 
Come già ricordato, il dichiarato obiettivo di avvicinare il paese alla sfera di influenza occidentale non si tradusse a suo tempo in un sostegno tangibile alla ricostruzione di lungo periodo – ciò di cui Kiev aveva bisogno dopo il 1991. In seguito, su iniziativa di George W. Bush, l’Ucraina avrebbe dovuto aderire alla NATO nel 2008, ma l’operazione saltò sia per il parere contrario di Francia e Germania, sia per la forte opposizione manifestata in molte regioni del paese stesso. Si può dunque ipotizzare che, mentre Mosca era al lavoro su un piano di emergenza almeno dal 2004, Washington non ha forse mai posseduto una valutazione corretta delle più probabili conseguenze di una politica mirata a spingere verso ovest l’Ucraina – al punto da appoggiare la destituzione di Yanukovich nonostante le sue elezioni fossero state ritenute legittime anche in occidente. La tempestiva reazione di Mosca non era stata verosimilmente prevista del tutto dagli USA, che ancora una volta si sono trovati nell’imbarazzante situazione di aver abbandonato nel momento decisivo un movimento insurrezionale dopo aver contribuito in modo determinante al suo successo (si consideri, ancora, il caso della Georgia). 
 
La crisi ucraina sta così rivelando come la politica estera americana sia costellata di ampie zone grigie riguardanti non solo le operazioni di intelligence compiute su larga scala, ma anche le relazioni fra interi settori del Dipartimento di Stato e le più alte sfere governative. Una sostanziale disconnessione che diventa evidente se si considera che mentre il Dipartimento di Stato ha stanziato ingenti risorse per sostenere la propria strategia (al punto di accettare il rischio di un collasso costituzionale nel paese), sia il Segretario di Stato John Kerry sia il presidente Obama hanno mostrato di essere sorpresi e impreparati di fronte a questi eventi. Washington ha dato segni evidenti di confusione sul piano tattico.
 
La posizione europea e tedesca. L’Unione Europea, a oggi, si è rivelata come l’attore più goffo e inconcludente sul palcoscenico: la sua perdita di immagine nella parte orientale del continente è tutt’altro che trascurabile. Apertamente liquidata dal diplomatico americano Victoria Nuland con parole irripetibili, l’UE ha fatto da grilletto alla crisi offrendo a Yanukovich la firma di un trattato a condizioni così sfavorevoli che solo un presidente incurante degli interessi economici vitali del proprio paese avrebbe potuto firmare: in buona sostanza, si chiedevano aggiustamenti strutturali che avrebbero severamente danneggiato l’industria ucraina in cambio di molto poco. Un migliore piano di ristrutturazione economica, condizioni meno draconiane e la precisazione che l’accordo non implicava una “scelta di parte” avrebbero impedito alla situazione di precipitare. 
 
Sotto molti aspetti, il ruolo dell’Unione Europea in questa crisi riflette le divisioni interne al Vecchio Continente e la sua cronica incapacità di coordinare stabilmente le proprie azioni intorno a una precisa visione strategica – per la semplice ragione che questa visione non c’è. Sembrerebbe invece che l’UE abbia affrontato la questione ucraina soprattutto sulla spinta della Polonia e degli stati baltici (l’accordo fu offerto a Kiev durante il semestre di presidenza della Lituania). Gli altri membri dell’Unione manifestarono qualche preoccupazione sulle possibili ripercussioni di una mossa del genere, salvo poi scoprire (quando era troppo tardi) che si stava delineando una crisi nelle relazioni con la Russia che avrebbe destabilizzato lo stato ucraino. 
 
All’interno dell’UE il ruolo della Germania è stato molto peculiare. Storicamente, il governo tedesco ha cercato la collaborazione russa su numerose questioni strategiche. L’amicizia personale fra Gerhard Schröder e Vladimir Putin condusse a un accordo internazionale per la costruzione del gasdotto Northern Stream, nel Mar Baltico, che garantiva i rifornimenti alla Germania aggirando la regione ucraina. I tedeschi hanno inoltre manifestato posizioni vicine alla Russia sia in occasione dell’invasione americana dell’Iraq nel 2003 sia durante la campagna libica del 2011, quando Berlino evitò qualsiasi coinvolgimento diretto. Nella crisi attuale l’atteggiamento della Germania è invece mutato, assumendo toni molto più severi nei confronti della Russia – con la Merkel che, in modo assai poco diplomatico, si è spinta a suggerire che le valutazioni politiche di Putin potrebbero essere compromesse da una malattia mentale. Questo atteggiamento dovrebbe essere letto tenendo conto del contesto più ampio in cui Berlino deve agire. 
 
La Germania può ancora contare su un capitale umano ed economico considerevole, ma nonostante tutto appare in declino. Anche se rispetto agli altri paesi europei la sua forza economica resta indubbiamente superiore, il paese è in declino demografico dal 1972 (!) e deve misurarsi sia con l’invecchiamento della popolazione, sia con una crescente frammentazione etnica e religiosa frutto dell’immigrazione di massa. Il collasso del blocco socialista nel 1989-91 ha aperto la strada alla riunificazione tedesca consentendo al paese di riaffermare la sua influenza nel suo tradizionale “cortile” centro-europeo, ma al prezzo di una pesante ristrutturazione economica. Vale la pena notare che, in assenza di investimenti diretti da parte degli Stati Uniti, solo la Germania avrebbe potuto rappresentare per la Russia una valida alternativa come fonte di finanziamento della ricostruzione ucraina. Tuttavia, se da un lato l’Ucraina – e, in particolare, le aree economicamente più rilevanti a est e a sud – non rientra nella tradizionale sfera di interessi tedesca, dall’altro Berlino è sin troppo presa dagli sforzi profusi nella ricostruzione di altre economie dell’Europa centrale. Sforzi evidentemente raddoppiati dalla crisi dell’Eurozona, che si trascina ormai da cinque anni. Un’altra considerevole fonte di preoccupazione ha a che vedere con il cambiamento nella cultura politica russa esplicitato dalle mosse seguite da Mosca nel gestire la crisi internazionale – ma il tema sarà approfondito in un altro articolo.
 
Il delinearsi sempre più evidente di una crisi geopolitica richiede all’Europa di tornare ad affrontare questioni che, per molti, possono rappresentare uno shock. La reazione isterica della Germania è comprensibile solo in questa prospettiva. Per l’attuale generazione di leader tedeschi, che hanno scommesso e riposto le proprie speranze nell’indefinito prolungamento di una condizione “post storica”, il fatto che dei confini nazionali possano essere messi in discussione (in Europa!) e attraversati indebitamente da forze armate è molto più che “spiacevole”. È un disastro di dimensioni incalcolabili, che mostra come il tradizionale modo di pensare il futuro della Germania e dell’Europa intera possa essere finito su un binario morto, con Berlino incastrata in una posizione di lungo termine per nulla favorevole. L’occupazione e l’annessione della Crimea non hanno rappresentato un “ritorno alle politiche ottocentesche”. Al contrario: siamo presumibilmente di fronte a un’anticipazione del modo in cui sarà condotta in futuro la politica internazionale, che testimonierà il riaffermarsi di una dimensione territoriale. La territorialità è un elemento che non potrà mai essere bandito del tutto dalla comprensione della politica e, soprattutto, della politica internazionale.
 
Natura della crisi ucraina. La crisi in corso in Ucraina rappresenta senza dubbio il più serio conflitto geopolitico che si sia verificato in Europa dal 1945. Del resto, sono molte le affinità con le tipiche crisi che, dalla formazione degli Stati nazionali in avanti, hanno innescato i conflitti europei negli ultimi cinque secoli. Lo schema ci è familiare: nel corso di un lungo periodo di tempo, i vari “giocatori” dispongono le loro pedine sulla scacchiera, generando una fitta rete di interconnessioni tra molteplici punti critici (accumulazione). Alla fine, la degenerazione di una crisi circoscritta può decidere il destino dell’intero quadro strategico (detonazione). Le similarità sono reperibili soprattutto nelle estese ramificazioni della crisi, negli estremismi formali assunti dalla retorica del confronto, nel valore simbolico delle poste in gioco e nella porosità dei confini coinvolti.
 
Durante la Guerra Fredda, le crisi sorte sul continente europeo su entrambi i fronti erano contenute all’interno dei singoli stati grazie ad accordi più o meno espliciti di non belligeranza fra le due super-potenze. Così è stato, ad esempio, in Grecia (1946-49), Germania Est (1953), Ungheria (1956) e Cecoslovacchia (1968). La presenza di eserciti imponenti e di armi prontamente utilizzabili – per non parlare della consapevolezza che le testate nucleari potevano essere lanciate in qualsiasi momento – erano tutti fattori che impedivano alle crisi di ampliarsi oltre il lecito: per USA e URSS la strada suicida dell’escalation era ovviamente impraticabile. Ancora: il numero dei giocatori in campo (isolati o controllati in qualche modo da Mosca o Washington) era limitato, e gli obiettivi politici erano piuttosto chiari e solitamente predeterminati. 
 
La crisi ucraina, al contrario, ha vaste ramificazioni e limiti confusi. Contrariamente alla rappresentazione alquanto semplicistica che larga parte della stampa ci ha offerto, non c’è una netta distinzione fra ucraini e russi. Molte famiglie russe hanno parenti in Ucraina e viceversa. Decine di milioni di russi hanno cognomi ucraini. Tutti discendono, del resto, dalle tribù slave orientali, appartengono allo stesso continuum linguistico e sono in larga misura di fede cristiano-ortodossa. Per secoli hanno fatto parte degli stessi imperi. Il confine fra i due paesi è sempre stato considerato più amministrativo che internazionale. La Crimea, come regione strategica di accesso al Mar Nero, consente a Mosca di raggiungere direttamente il Mediterraneo, collegando così la crisi in corso al conflitto siriano e alla più ampia contrapposizione fra il mondo sciita (che coinvolge l’Iran, il Libano e altre regioni, tutte supportate dalla Russia e anche dalla Cina) e la coalizione sunnita guidata dall’Arabia Saudita (con il coinvolgimento di Israele e Stati Uniti). Altre ramificazioni riguardano il Caucaso e gli approvvigionamenti energetici – per non parlare della sicurezza energetica europea, di per sé sufficiente a suscitare la massima preoccupazione sul piano geopolitico.
 
Tra gli elementi che hanno fatto rapidamente degenerare la situazione in Ucraina occorre anche ricordare l’intensità e l’estensione dell’intervento straniero (sia occidentale che russo) e la sin troppo intricata rete di relazioni che si è venuta a creare fra gli attori interni – politici, movimenti di protesta, gruppi radicali con le loro milizie armate, oligarchi, servizi segreti infiltrati, diplomatici stranieri. In una situazione magmatica come questa, la fedeltà di gruppi e singoli a specifici centri di potere a Washington, Bruxelles, Berlino o persino Mosca è quantomeno discutibile. 
 
Vie di uscita dalla crisi? Sfortunatamente, per questa crisi non esistono facili soluzioni. Sotto molti aspetti, si tratta di un processo irreversibile: come stabilito da un principio generale della fisica, l’entropia impedisce a un sistema di ritornare alla condizione preesistente. Una volta infranto il precario equilibrio su cui si reggeva il paese con il rovesciamento di Yanukovich, una catena di eventi quasi deterministica si è messa in moto. Sul fronte internazionale, il fatto che fossero in gioco interessi vitali per lo stato russo ha costretto Mosca a intervenire. Non era difficile prevederlo, eppure i leader politici ucraini e occidentali hanno mostrato, con le azioni messe in campo, di non possedere né gli strumenti né le strategie per fronteggiare efficacemente la risposta russa. Il crollo del potere centrale ha lasciato un vuoto che le varie forze locali stanno cercando di colmare trascinando il paese in molteplici direzioni. Gli eventi di Kiev, con un cospicuo numero di caduti da entrambe le parti, hanno irreparabilmente danneggiato le chance di una risoluzione politica delle rivalità interne. E l’impossibilità di un ritorno alle condizioni precedenti la crisi è stata sancita dall’annessione della Crimea alla Russia. 
 
L’idea di trasformare l’Ucraina in una sorta di stato federale, come suggerito da alcuni diplomatici, non potrebbe funzionare per una semplice ragione: in nessun modello di stato federale regioni diverse possono appartenere ad aree commerciali ed economiche diverse e a differenti alleanze militari. In altri termini: considerate le divergenze politiche ed economiche fra le regioni orientali e occidentali, concedere più potere alle autorità locali significherebbe spingere ulteriormente il paese verso la disintegrazione.
 
Alcuni commentatori, inclusi nomi prestigiosi come Henry Kissinger, hanno espresso l’opinione che l’Ucraina dovrebbe restare un paese neutrale, facendo da ponte tra Est e Ovest. La questione è tuttavia problematica. È verosimile che l’Ucraina si stia disintegrando proprio perché non riesce a fare da ponte tra due mondi. Questo “stare nel mezzo” avrà anche preservato l’integrità del paese finché è stato possibile, ma ora lo sta distruggendo (economicamente, demograficamente) dall’interno. Se c’era anche una sola possibilità che l’Ucraina svolgesse un ruolo positivo tra NATO/UE da un lato e Russia dall’altro, lo si sarebbe dovuto riscontrare nei 23 anni della sua esistenza. Ma così non è stato. Quell’opportunità è andata perduta per sempre. 
 
Il problema della neutralità è particolarmente interessante. In questa prospettiva, l’Ucraina dovrebbe seguire lo stesso percorso della Finlandia nel secondo dopoguerra. Ma si tratta di una cosa impossibile. La Finlandia poté svolgere quel ruolo proprio perché era la Finlandia: una nazione piccola, piuttosto omogenea e relativamente prospera, con un apparato statale efficiente e localizzata in un’area geopolitica distante dalle maggiori tensioni della Guerra Fredda. 
 
Del resto, è improbabile che il governo nazionalistico di Kiev – un governo provvisorio che ha perso il controllo su vaste regioni del paese – accetti qualunque forma di “federalizzazione” o di “neutralizzazione”, per non parlare dell’amputazione della Crimea.
 
Una spartizione pacifica dell’Ucraina rappresenta un’altra via difficilmente percorribile, che incontra unaa resistenza internazionale a causa dell’idea, ormai data per acquisita, che i confini non possono essere modificati. In tutti i modi, sarebbe molto difficile tracciare una linea netta fra le aree spettanti all’Ucraina e quelle attribuibili alla Federazione Russa. 
 
In mancanza di una risoluzione prontamente attuabile, è probabile che il quadro complessivo continui a degenerare. Sul piano strategico Kiev è in trappola: se non contrasta i gruppi armati che stanno occupando il Donbass, altre regioni seguiranno la Crimea. Se al contrario fa tutto il possibile per soffocare la ribellione, rischia l’invasione dei russi. Visto che la strada percorsa sembra essere la seconda, l’ipotesi di un’invasione è tutt’altro che remota. E non è detto che ciò inneschi necessariamente una risposta militare occidentale, che rimane improbabile. Solo quando la situazione sul territorio si sarà stabilizzata sarà possibile trovare una qualche forma di accordo intorno a un nuovo disegno geopolitico.
 
Conclusioni. La crisi ucraina è, tra le altre cose, il prodotto dell’accumulazione e della stratificazione di rivalità e rancori tra Stati Uniti e Russia, e appare connessa a una serie di aree critiche in Medio Oriente, nel Caucaso e in Asia Centrale. Anche se ci fosse la volontà di promuovere il ritorno a un assetto democratico, è impensabile che una democrazia possa esistere in mancanza di prosperità economica e in presenza di una polarizzazione estrema nella distribuzione della ricchezza. 
 
Più in generale, si può osservare che la decisione dell’Occidente di scartare subito il progetto di un’inclusione della Russia nell’orbita europea dopo il 1991 dovrebbe essere considerata con rammarico come un passo falso della politica internazionale. La disintegrazione dell’Ucraina è sì il frutto di forti tensioni geopolitiche, ma rappresenta anche l’effetto collaterale della rinascita russa. Ci sono pochi dubbi sul fatto che la politica di Mosca sia di stampo imperialistico: la Russia esiste ed è sempre esistita storicamente come un impero, altrimenti non esisterebbe affatto. Le ambizioni del suo attuale establishment politico possono implicare rischi elevati in termini di ordine (e diritto) internazionale. Non solo per il resto del mondo, ma anche per la Russia stessa.
 
 
Traduzione dall’inglese di Andrea Muzzarelli

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