La crisi politica tunisna

A due anni dalla fuga di Ben Ali, la crisi economica e la violenza politica minacciano la culla della Primavera Araba

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La crisi politica tunisina è ancora lontana da una soluzione. Oltre 1 milione di persone hanno partecipato lo scorso venerdì ai funerali di Chokri Belaid, segretario del partito dei Patrioti democratici (Watad), movimento di opposizione di sinistra, assassinato a Tunisi il 6 febbraio. 
L’episodio ha subito innescato violente proteste da parte della popolazione che ha accusato il governo di Ennahda di essere il mandante dell’omicidio. Anche la scena politica è stata investita dagli effetti dell’omicidio di Belaid.  I partiti di opposizione hanno ritirato i propri membri dall’Assemblea Costituente e il Primo Ministro Hamadi Jebali ha annunciato lo scioglimento del governo e sabato presenterà un nuovo gabinetto di tecnici, in attesa di nuove elezioni. 
La decisione di Jebali ha spaccato in due lo spettro politico tunisino. Il suo stesso partito, Ennahda, si è opposto allo scioglimento seguito dal Congresso per la Repubblica (Cpr), partito del presidente Moncef Marzouki. A favore di Jebali si è schierato il partito Ettakatol, terza testa della troika che governa in Tunisia, l’Unione generale dei lavoratori tunisini, l’Ordine degli avvocati, la Lega tunisina dei diritti dell’uomo e il partito di Belaid, il Watad. 
Le speranze che hanno accompagnato la prima fase della Primavera Araba oggi cedono il passo ad una realtà caratterizzata da forti tensioni sociali, sfide per la sicurezza provenienti in particolar modo dall’azione violenta di alcuni gruppi salafiti, una crisi economica endemica e lo stallo sull’adozione di una nuova Costituzione

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