La crisi siriana: il compromesso di Ginevra
La diplomazia russa e quella americana raggiungono un accordo per "un governo d'unità nazionale". Incertezza sul destino di Assad
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Il Piano di transizione. Il 30 giugno, a Ginevra, il Gruppo di Azione per la Siria, composto dai delegati dei cinque membri permanenti in seno al Consiglio di Sicurezza (CdS) delle Nazioni Unite e i rappresentanti di Turchia, Qatar, Iraq e Kuwait, UE e Lega Araba hanno raggiunto un accordo sul progetto di “governo di unità nazionale” presentato dall’inviato congiunto di Lega Araba e ONU per la Siria, Kofi Annan.
Dopo il sostanziale fallimento del precedente piano di pace articolato in sei punti propsto dall'inviato delle Nazioni Unite, il nuovo accordo delle grandi potenze prevede la creazione di un nuovo organo esecutivo di transizione, inclusivo sia delle opposizioni che dei membri dell’attuale regime scelti sulla base di un “mutuo consenso”, una riforma costituzionale ed elezioni libere. Tuttavia il ruolo riservato ad Assad non viene chiarito, restando così suscettibile delle diverse interpretazioni a cui il documento approvato si espone e che sono risultante evidenti nelle dichiarazioni successive al vertice.
La preparazione diplomatica. L’incontro di Ginevra è stato preceduto da colloqui informali tra i capi delle diplomazie coinvolte; sicuramente i più rilevanti sono stati quelli tra il Segretario di Stato americano Hillary Clinton e il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov a margine di un forum APEC, a San Pietroburgo, a testimonianza di come il futuro della Siria passi necessariamente da Mosca e la crisi siriana si configuri come un nuovo scontro Russia – USA.
La Russia è infatti parte, assieme alla Cina, del blocco dei Paesi che, in sede di CdS, si è opposta a qualunque interferenza esterna nelle questioni siriane in applicazione di un rigoroso principio di sovranità, inviolabile rispetto a qualunque tentativo di ingerenza, anche se umanitaria. Sul terreno concreto, Damasco è uno storico alleato oltre che importante partner economico e militare russo fin dall’era sovietica e, nell’architettura di sicurezza russa, la base di Tartous, in Siria, garantisce uno sbocco sui tanto agognati mari caldi. La Russia, tra l’altro, non vuole che un’ingerenza della Comunità Internazionale, che di fatto esautorerebbe un governo in carica, si traducesse in un precedente da far valere qualora la minaccia islamista localizzata nel Caucaso crescesse di intensità tanto da richiedere un intervento delle Forze russe. Per gli USA, d’altro canto, la rivolta siriana non rappresenta solo una crisi umanitaria, bensì un’opportunità strategica da cogliere.
Il regime di Assad - unico alleato dell'Iran in Medio Oriente - ha supportato i gruppi terroristici e cercato di destabilizzare il Libano. Una nuova leadership, da un lato, potrebbe ostacolare gli interessi statunitensi nella regione; dall'altro, renderebbe l’asse Damasco – Teheran molto meno probabile. Per l'occidente, infatti, il vero “fronte aperto” in Medio Oriente è rappresentato dall’Iran e dal suo programma nucleare. Un intervento militare che ponesse fine al regime alawita, rappresenterebbe sì un’enorme perdita strategica per l’Iran, ma determinerebbe una chiusura sul fronte delle trattative sul nucleare.
Background. La rivolta in Siria, nata sulla scia delle proteste che hanno caratterizzato la cosiddetta “Primavera araba”, presenta, almeno nelle motivazioni che l’hanno originata, tratti comuni con le rivolte che hanno animato Tunisia, Egitto e Libia sebbene se ne stia differenziando per durata, congiuntura diplomatica e la debolezza dell’opposizione nel presentarsi come un fronte compatto, incapace di trovare un equilibrio tra la sua ala militare, il Free Syrian Army, e la sua ala politica, principalmente il Consiglio Nazionale Siriano. Manca poi in Siria un movimento fortemente radicato sul territorio, antecedente alla primavera araba, e in grado di raccogliere attorno a sé e organizzare l’opposizione al regime, come sono state Ennahda in Tunisia o la Fratellanza Musulmana in Egitto.
Partita come movimento di protesta contro la dittatura di una minoranza alawita sulla maggioranza sunnita del Paese, è man mano cresciuta di intensità fino a configurarsi come guerra civile. Parallelamente anche la repressione portata avanti dal Presidente al – Bashir si è inasprita e oggi, dopo 16 mesi di rivolta, le stime della Nazioni Unite parlano di 15.800 vittime. La complessità del tessuto etnico – religioso siriano e la particolare collocazione geopolitica del Paese nello scacchiere geopolitico, alleato di Russia e Iran e spalleggiata dalla Cina, la cui instabilità si riverberebbe in tutta la regione, ha reso finora impossibile una soluzione politica negoziata a livello di grandi potenze.
Fronte esterno. Dal punto di vista diplomatico sono diversi gli avvenimenti che hanno segnato l’azione e/o inazione della Comunità Internazionale rispetto alla situazione siriana.
Il primo è la recente esperienza della guerra libica. In quell’occasione la Russia non fece valere il suo diritto di veto e la creazione di una no - fly zone a scopi umanitari si è trasformata in un intervento militare contro Gheddafi. Soluzione non applicabile al caso siriano per il veto russo e cinese a qualunque azione militare, per difficoltà militari oggettive ma anche per la riluttanza delle potenze occidentali ad impegnarsi in un nuovo conflitto.
Il secondo è l’esistenza di due blocchi all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con differenti visioni in termini di sovranità nazionale e divergenti interessi in campo. Da un lato Usa, Francia e Gran Bretagna e dall’altro Cina e Russia.
Il terzo, l’azione della Lega Araba. Inizialmente acquiescente, prima di affidarsi, di concerto con l’ONU, agli uffici di Kofi Annan, ha giocato la carta delle sanzioni economiche, dell’invio di osservatori e presentato un ambizioso piano di riforme politiche che avrebbero dovuto prevedere l’abdicazione di Assad ed elezioni multipartitiche.
Ultimo, il ruolo degli attori regionali, principalmente Turchia e Arabia Saudita. La Turchia, direttamente coinvolta dagli avvenimenti siriani in seguito all’abbattimento di un suo Phantom F-4 da parte della contraerea siriana, ha da subito sostenuto le forze di opposizione al regime, ospitando due Conferenze sul tuo territorio e favorendo la nascita del Consiglio Nazionale Siriano. Ankara mira a rafforzare la sua proiezione regionale nel segno della profondità strategica elaborata dal suo Ministro degli Esteri e a porsi come modello politico di riferimento per i Paesi che hanno vissuto la Primavera Araba. La sua azione diplomatica risente però del fattore destabilizzante rappresentato dalla “questione curda” e dei rischi derivanti da un’escalation del terrorismo nazionalista di matrice curda, supportato dalle cellule del PKK presenti in Siria e appoggiate dal regime alawita.
L’Arabia Saudita, contrariamente a quanto fatto in occasione delle rivolte in Tunisia, Egitto e Bahrein, ha apertamente sostenuto le rivolte siriane per perorare la causa islamica sunnita e sottrarre la Siria all’area di influenza del suo principale competitor regionale, l’Iran sciita. Dopo essersi smarcata dalle posizioni espresse dalla Lega Araba, la Monarchia saudita ha anche avanzato l’idea di armare e retribuire i membri del Free Syrian Army. A spalleggiare le posizioni saudite, l’Emirato del Qatar che dopo il diretto coinvolgimento nello scenario libico, forte della sua ricchezza economica e dell’enorme cassa di risonanza rappresentata dall’emittente Al – Jazeera, cerca di acquisire una maggiore influenza regionale.

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