La cultura del metal detector

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La cultura del metal detector

 

di Federico Giusti

Il Ministro Valditara non è il primo, e non sarà l’ultimo, a credere che una scuola sicura sia quella regolata da logiche securitarie, con filo spinato o alte cancellate per impedire l’ingresso di giovani estranei all'istituto installando metal detector all'ingresso del plesso scolastico.
 
In alcuni istituti superiori i controlli magnetici non costituiscono una novità, adottati in fase sperimentale sono rimasti a distanza di anni al loro posto. Vogliono inculcare nelle nostre menti l’idea che la scuola abbia bisogno di metal detector, cani antidroga, di un clima gerarchico, repressivo creando una distanza abissale tra docenti e studenti. E se fino a qualche anno fa dal mondo cattolico arrivavano prese di posizioni coraggiose, di rifiuto delle logiche securitarie oggi ci imbattiamo in posizioni diametralmente opposte come dimostrano le dichiarazioni,  per altro non richieste, di Don Patricello, parroco di Caivano, nel napoletano, assurto agli onori della cronaca e in rapporti amicali con la premier Meloni.
 
Don Maurizio Patriciello taglia corto e dichiara “Va bene tutto ciò che può impedire l’ingresso delle armi a scuola”
 
 
Sono lontani i tempi di preti come don Milani..
 
Il sistema scolastico italiano si trova in una condizione di lunga crisi, non siamo esperti di pedagogia ma la scuola azienda non è stata di aiuto, ha risposto ai valori e alle imposizioni del mercato e alle logiche verticistiche, privilegia le linee guida dell'educazione civica emanate dal Governo dentro cui ritroviamo anche la cosiddetta educazione finanziaria.
E' evidente che l'obiettivo di queste continue intrusioni Ministeriali, sotto forma di circolari, perda di vista la necessità di formare ed educare persone critiche e autonome.
Siamo davanti a una amnesia  collettiva, percorsi interculturali  e la partecipazione democratica,  la formazione di  cittadini coscienti e attivi sono ormai giudicati forieri di valori pericolosi, quelli della partecipazione, della critica, della condivisione di regole.
 
Al contrario è proprio la burocrazia ministeriale a guardare con sospetto la autonomia e la libertà pedagogica degli insegnanti, la capacità di studenti e studentesse di un sapere critico.
 
Dietro la emarginazione di tanti giovani ci cela un problema sociale che andrebbe affrontato in tutte le sedi opportune, non demonizzato, non circoscritto a logiche securitarie.
 
E poi ci si lamenta della scarsa capacità critica degli studenti quando invece si fa di  tutto per limitarne le agibilità e l'apporto al mondo della scuola. Fa paura il protagonismo degli studenti e delle studentesse, lo si capisce dal sei in condotta e da innumerevoli provvedimenti securitari.
 
 La libertà di espressione degli insegnanti da tempo si va restringendo, non è uno slogan affermare che la cultura del merito e quella del mercato sono causa stessa del problema.
 
Forse le armi a scuola entrano anche perché la normalità della guerra sta diventando una costante nell’immaginario collettivo, la scuola non dovrebbe abdicare al ruolo educativo e formativo andando ben oltre l’orario scolastico. Su un punto invece concordiamo con Praticello ossia sulla necessità di avere delle figure adulte credibili per i giovani, quelle figure che potrebbero essere gli insegnanti se liberati dalle incombenze burocratiche e restituiti al loro ruolo originario di educatori con strumenti e strutture aperte a loro disposizione.
 
L’impatto emotivo davanti a dei varchi a portale simili a quelli presenti negli aeroporti o scanner mobili utilizzati da operatori scolastici all’ingresso delle scuole, iniziamo ad abituarci all’idea che una volta sdoganati i metal detector, la logica securitaria imporrà altri strumenti di controllo, è quanto avvenuto in Gran Bretagna e negli Usa dove nelle aree urbane giudicate a rischio elevato le scuole sono chiuse e isolate.
 
A ragione si levano voci dissenzienti come quella dell’Unione degli Studenti che collegano il metal detector al rafforzamento dei dispositivi di controllo in chiave repressiva.
 
C’è poi un altro rischio ossia l’utilizzo da parte dei partiti e dell’associazionismo di destra di questo disagio giovanile, studenti e studentesse non vogliono un clima securitario che accrescerebbe la loro distanza dalla scuola, eppure con l’ausilio della stampa potrebbero mettere loro in bocca un messaggio antitetico per sposare le tesi di Valditara e del suo Governo.
 
La richiesta di sicurezza avanzata da studenti e studentesse non è la stessa di Valditara, potrebbe essere comodo crederlo ma chiunque frequenti il mondo della scuola e giovani minorenni conosce la distanza abissale tra la loro richiesta di aiuto e di sicurezza e la ricetta del Governo..
 
Nel nostro paese, al contrario di Gb e Usa, le scuole conoscono dei fenomeni di violenza ancora circoscritti, la differenza sta proprio nel modello sociale, nel divieto di portare le armi, nella diffusione di modelli culturali che abiurano la violenza anteponendole il confronto, la conoscenza di culture diverse. Questo dibattito risente del clima che si respira nella società, resta innegabile che con l’approvazione dei Pacchetti sicurezza si è concretizzata una rinnovata e perseverante risposta securitaria che poi mira alla normalizzazione di tutti i luoghi estranei o lontani da un disegno repressivo e di controllo sociale.   Non sono quindi le problematiche legate alla privacy a farci obiettare sul ricorso al metal detector ma ogni decisione che vada in direzione opposta alla socializzazione degli studenti, al confronto in classe sulla contemporaneità che invece il Ministro Vald0tara vorrebbe se non impedire senza dubbio imbrigliare.
 
Perché il dibattito non verta sullo strumento di controllo ma su cosa intendiamo per scuole sicure, scuole funzionanti, moderne dove stare a lezione ma anche svolgere tante altre attività, il nostro è un ragionamento sociale ed educativo, collettivo e non individuale, di apertura della scuola e non di chiusura aprioristica a qualsiasi presenza estranea.
 
La incolumità degli studenti e delle studentesse non si tutela con filo spinato o scudi spaziali, ricordiamolo prima a noi stessi e poi a tutte le altre componenti della società.

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 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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