La Libia nel caos
Il rapimento lampo del premier Ali Zeidan riflette uno scenario di totale instabilità
1581
di Mara Carro
Il rapimento lampo del primo ministro libico Ali Zeidan conferma l’instabilità e l’illegalità che affligge la Libia a due anni dalla deposizione di Muammar Gheddafi e la capacità delle varie milizie che detengono il potere sin dai giorni della caduta del Rais di condizionare le fragili istituzioni libiche e il processo politico del paese. In questo scenario di totale instabilità si inserisce una massiccia presenza di armi, che alimenta focolai di crisi esterni, dall’Egitto alla Siria. ll tutto nell’incuranza della comunità internazionale, concentrata sull’evoluzione della crisi siriana e nella ricerca di un accordo con l’Iran per risolvere il contenzioso sul suo programma nucleare.
Nella notte del 10 ottobre, Zeidan è stato prelevato dall'hotel Corinthia di Tripoli per essere liberato nella tarda mattinata del giorno stesso grazie all’intervento del Comitato per la Sicurezza Suprema, una forza parallela all'Esercito regolare, creata da i resti di alcune brigate rivoluzionarie, finanziata e armata dal governo.
In una conferenza stampa tenuta immediatamente dopo il suo rilascio, Zeidan non ha fornito dettagli sulla sua prigionia, sull’identità del gruppo armato che lo ha rapito e sul presunto coinvolgimento delle istituzioni o di altre forze politiche del paese che, in un primo momento aveva alimentato la tesi di un tentativo di colpo di Stato.
Il rapimento può però essere messo in connessione con l'operazione che sabato 5 ottobre ha portato alla cattura dell'esponente qaedista Abu Anas al-Libi a Tripoli da parte delle Forze Speciali Usa, con la presunta connivenza del governo libico. Nazih Abdul Hamed al Ruqai, conosciuto come Abu Ansa al - Libi, è stato incriminato a New York per il suo presunto ruolo negli attentati contro le ambasciate Usa a Nairobi e Dar es-Salaam del 1998. Membro di al-Qaeda fin dal 1994 ed esperto informatico, Abu Anas potrebbe aver avuto un ruolo anche nell'attacco al Consolato americano di Bengasi nel quale l'11 settembre 2012 hanno perso la vita l'ambasciatore Usa in Libia, Christopher Stevens, e altri tre funzionari statunitensi.
La cattura di Al Libi ha causato un inasprimento dei rapporti diplomatici tra Libia e Stati Uniti. Il 9 ottobre, il Congresso Generale libico aveva chiesto l'immediata riconsegna di Abu Anas al Libi, trattenuto sulla USS San Antonio, nelle acque del Mediterraneo, in attesa di comparire davanti a un giudice di New York
In un comunicato, il portavoce del Parlamento, Omar Hmidan, aveva definito l’operazione americana una “violazione flagrante della sovranità nazionale” mentre l’8 ottobre, dopo aver convocato l’ambasciatrice americana a Tripoli, Deborah Jones, per “chiarimenti”, era stato lo stesso primo ministro Zeidan a sottolineare che “i cittadini libici devono essere processati nel loro paese”. Contrariamente alle dichiarazioni dei funzionari libici, l'amministrazione americana sostiene di aver ricevuto tacita approvazione da parte del governo libico.
Dopo la cattura di Al - Libi, gruppi militanti libici hanno invocato azioni di rappresaglia contro obiettivi strategici occidentali, affermando di voler rapire a sua volta cittadini stranieri presenti in Libia. A scopo precauzionale, il presidente americano Obama ha deciso l’invio di circa 200 marines alla base di Sigonella, in Italia. Il ministero della Difesa italiano ha confermato l'operazione.
Per chiarire meglio il contesto nel quale è avvenuto il rapimento va poi ricordato che lunedì 7 ottobre, decine di militari libici disarmati hanno occupato l'ufficio del premier a Tripoli per protestare contro il "mancato pagamento degli stipendi". Il primo ministro Ali Zeidan non era presente al momento dell'irruzione perchè impegnato in una visita di Stato di tre giorni in Marocco.
La sede del primo ministro e del governo ad interim sono state spesso teatro di proteste degli ex ribelli che hanno contribuito a rovesciare Muammar Gheddafi nel 2011. Lo scorso aprile, per quasi due settimane, gruppi di ex-ribelli hanno assediato le sedi dei ministeri della Giustizia e degli Esteri di Tripoli invocando l'approvazione della “legge sull’Isolamento politico”, provvedimento che esclude dalla vita politica libica, per dieci anni, i funzionari che hanno lavorato per Muammar Gheddafi.

1.gif)
