La Libia secondo Gentiloni: "La situazione è grave", ma non è seria...
Dopo l'annuncio dell'intervento, il ministro richiamato all'ordine dagli Usa ritratta su un intervento che sarebbe il "Vietnam italiano"
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Paolo Gentiloni ha oggi riferito in Aula sulla crisi in Libia e al paese ora dice si sostenere gli sforzi dell’Onu, “anche perché l’unica soluzione è politica“. Gentiloni parla di situazione grave, ma, visto che a gestirla lui e prendendo in prestito la battuta dal grande Flaiano, “non è seria”. Tanto per intenderci di chi stiamo parlando, il ministro degli esteri è lo stesso che venerdì per mezzo stampa annunciava, scavalcando il Parlamento, un intervento armato. E il ministro della Difesa Pinotti, anche se ora da Bruno Vespa a Porta a Porta ci dice di essere mal interpretata, l'aveva seguito pochi giorni dopo. Ecco la dichiarazione di Pinotti di domenica e giudicate voi quale interpretazione dare a queste parole: “se in Afghanistan abbiamo mandato fino a 5 mila uomini, in un paese come la Libia che ci riguarda molto più da vicino la nostra missione può essere significativa e impegnativa, anche numericamente”.
E ora che succede? Cosa ha fatto tornare sui suoi passi Gentiloni e il governo Renzi? Un colloquio con il Segretario di Stato americano John Kerry, che gli ha ricordato che la situazione libica “deve essere valutata con attenzione” perché ci sono “realtà esterne”, “criminalità comune” e i fondamentalisti: tutto in “assenza di un quadro istituzionale”. E poi l'ambasciatrice americana in Libia che ha dichiarato come “sono i libici che devono risolvere la situazione in Libia”. Il buon Gentiloni si è subito accodato...
Questa gestione di una crisi internazionale a pochi chilometri dalle nostre coste da parte del governo Renzi ha quindi del farsesco e palesa una confusione drammatica. C'è quindi da stupirsi se a Minsk a trattare il futuro della pace in Europa Renzi non venga invitato?
Parlare di intervento militare in Libia contro l'Isis come hanno fatto Gentiloni e Pinotti è un atto di totale irresponsabilità di chi non conosce nulla della situazione nel paese. l'Isis rappresenta oggi solo un problema marginale rispetto al panorama delle milizie di matrice qaedista – per la cronaca gli alleati della Nato nella prima fase della guerra a Gheddafi – che comprendono Ansar al-Sharia, ASL, erede del Gruppo Combattente Islamico Libico (LIFG) e responsabile dell'uccisione dell'Ambasciatore americano Stevens nel 2012, oltre alla la frangia libica di AQMI (Al Qaeda nel Magreb Islamico).
In questo contesto e considerando la natura geografica della Libia, una forza di intervento militare campale non potrebbe essere certo di peacekeeping – non c'è alcuna pace da mantenere – ma sarebbe di peace-enforcement a sostegno del generale Haftar, rappresentante del Parlamento di Tobruk, l'unico riconosciuto dalla comunità internazionale, anche se dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale libica. Un generale catapultato dalla Cia nel paese e che non nasconde le sue simpatie per il presidente egiziano al-Sisi. E' facile prevedere, in questa situazione, come in breve tempo si ripercorrebbero gli stessi fallimenti già ampiamenti visti in Iraq e Afghanistan: i bombardamenti della Nato darebbero, infatti, ulteriore forza alle milizie islamiche nel paese. Vista la situazione sul campo, l'intervento prevedrebbe, nella migliore delle ipotesi, un tempo indefinito di presenza sul campo, costi stimabili in decine di miliardi di euro, migliaia e migliaia di morti sulla coscienza. Con uno scenario paradossale di questo tipo alla fine: una vittoria di un generale alla Gheddafi (Haftar), non in grado di mantenere la stabilità e la coesione sociale del paese se non per pochissimo tempo, grazie all'aiuto di un generale alla guida dell'Egitto peggiore di Mubarak. I paradossi della storia.
Questo è quello che emerge dalle analisi di esperti e di militari che in guerra ci sono andati veramente e non dicono “Armiamoci e andate” come qualche ministro. Solo alcune dichiarazioni: "Se l'Italia veramente partecipasse a un intervento internazionale, penso che potrebbe rivelarsi la peggiore catastrofe politico-militare per il paese dalla Seconda Guerra Mondiale", lo ha dichiarato Mattia Toaldo, esperto di Libia e ricercatore dello European Council on Foreign Relations di Londra. Lucio Caracciolo, direttore di Limes ha scritto: “Una campagna che in teoria si presenta non dissimile dalle guerre sovietica o americana in Afghanistan sarebbe un regalo all'ISIS”. E poi: "I raid aerei, come quelli del 2011, lascerebbero le cose come stanno. Se si deve controllare il territorio, in Libia ci sarebbe dacombattere sul serio e non so se è chiaro che avremmo 50 morti nella prima settimana". E' la previsione di Fabio Mini, già comandante della missione Nato in Kosovo. Altri analisti militari parlano anche di 100 mila forze necessarie sul campo per ottenere risultati minimi”. Insomma un intervento militare in Libia diventerebbe, come ricordato oggi in Aula da Alessandro di Battista, presto il "Vietnam italiano". E per questo l'idea che alla posizione di comando per il nostro paese ci siano persone confuse come Pinotti e Gentiloni è di enorme preoccupazione.

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