La parabola maliana

Per anni modello di democrazia, oggi elemento d'instabilità del continente con il Nord in mano al gruppo fondamentalista Ansar Dine

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La parabola maliana

Il Mali, considerato per 20 anni dall’Occidente un modello di democrazia e un valido alleato nella lotta al terrorismo, conosce oggi la peggiore crisi della sua storia che rischia di avere ricadute sulla stabilità regionale. Primo grande contraccolpo della guerra libica, questa crisi scaturisce da una combinazioni di più fattori. In poco più di due mesi il regime politico maliano è stato demolito mentre il nord del Paese è stato sottratto al controllo dell’autorità di Bamako.
 
Il Nord in mano al gruppo fondamentalista Ansar Dine. Un’area del nord, conosciuta come Azawad e comprensiva delle regioni di Kidal, Gao e Timbuktù, è passata in un primo momento sotto il controllo dei tuareg del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, scalzati a loro volta dal gruppo islamico ultraortodosso di Ansar Dine, dai miliziani del Movimento per l’Unicità e il Jihad in Africa Occidentale (MUJAO), gruppo secessionista di al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) e da AQMI stessa. 
Dopo aver battuto il MNLA sul campo, i gruppi islamici hanno progressivamente consolidato la loro posizione e goduto di libertà di manovra nell’applicazione della shari’a , nella distruzione dei mausolei e nel prendere controllo delle rotte dei traffici illeciti di armi, droga e carburante  oltre che del business dei sequestri di occidentali.
L’azione di questi gruppi islamici si è avvantaggiata della confusione istituzionale determinata da un colpo di Stato militare, guidato dal Capitano Amadou Sanogo, che ha deposto il presidente Amadou Toumani, Tourè, la cui gestione della crisi del nord è stata giudicata inefficace. Dopo una breve parentesi di governo dei militari, Sanogo ha ceduto il potere a un governo ad interim, con Dioncounda Traorè, Presidente e Cheikh Modibo Diarra, Primo Ministro. La transizione rispondeva alla necessità di evitare il congelamento degli aiuti internazionali, minacciato dalla Comunità Internazionale.
 
La debolezza di Bamako. Il principale ostacolo ad una soluzione della crisi maliana va ricercato innanzitutto nella debolezza di queste istituzioni di transizione, nate da un compromesso tra la Giunta militare guidata dal Capitano Sanogo e la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale ma poco credibili e prive di legittimità politica. 
La debolezza delle autorità di Bamako nell’affrontare la crisi del nord si è manifestata sia nell’incapacità di portare avanti una soluzione diplomatica, sia nelle resistenze che ora oppone ad un dispiegamento delle truppe straniere sul suo territorio, nell’ambito della missione MICEMA dell’ECOWAS. Finora, l’azione diplomatica è stata guidata dal Presidente del Burkina Faso, Blaise Compaoré, che ha tenuto dei colloqui con i gruppi tuareg e islamici del nord ma che più volte ha fatto pressione sul governo maliano affinché creasse un Comitato Nazionale che guidasse i negoziati tra l’autorità centrale e questi gruppi. 
 
Il ruolo dell'Ecowas nella crisi. La soluzione militare proposta dall’Organizzazione regionale africana, a cui Bamako ora si oppone, è stata oggetto del recente vertice di Abidjan ed è al vaglio dei Capi di Stato dei Paesi membri.
La road map per la riconquista del nord del Mali si articolerebbe in tre fasi: la prima consisterebbe nell’invio di truppe regionali a Bamako per sostenere la transizione democratica e garantire la stabilità del governo ad interim; la seconda mirerebbe alla riorganizzazione e all’addestramento dell’Esercito nazionale e la terza in un’operazione congiunta Forze Armate maliane - ECOWAS per riprendere il controllo delle tre regioni settentrionali. 
In una lettera indirizzata all’ECOWAS, Traorè aveva però richiesto il solo “supporto logistico e aereo” della Comunità, opponendosi di fatto al dispiegamento di Forze militari straniere a Bamako, in conformità con i desideri della Giunta Militare che continua ad esercitare una notevole influenza nella vita politica maliana, nonostante il formale passaggio dei poteri dai militari ai civili. Il Capo di Stato Maggiore, Ibrahima Dahirou Dembele, aveva  parlato di 600-800 uomini da schierare a sostegno delle Forze Armate maliane esclusivamente nella regione settentrionale. La soluzione caldeggiata da Bamako è però giudicata irrealistica dal mediatore Compaorè. Lo schieramento di truppe nel nord, completamente scollegate dal resto del Paese e prive di un centro di coordinamento nella capitale, oltre che difficile sarebbe strategicamente rischioso. 
L’intervento armato non poi è condiviso anche da una parte della popolazione maliana. Mentre il Fronte Unito per la salvaguardia della Repubblica e della democrazia (FDR, anti-colpo di Stato) ha chiesto più volte un intervento militare per liberare le tre regioni del nord, il Movimento popolare del 22 Marzo (MP22, pro colpo di Stato) continua ad opporsi ad una soluzione di questo genere . 
Va poi considerata la debolezza operativa dell’ECOWAS che non dispone di mezzi militari necessari per riprendere il controllo del nord e che, una volta coinvolta, perderebbe qualunque credenziale di neutralità, con ripercussioni su possibili trattative successive. In più, se non accompagnato da un reale processo di nation building, che prenda in considerazione sia la concessione di una forma di autonomia per il nord che la messa a punto di un concreto piano di sviluppo economico, un intervento militare finirebbe per essere ugualmente inutile.
La possibilità che una vasta area del Sahel possa diventare un hub logistico per le rotte dei traffici illeciti e per la diffusione di cellule qaedista continua ad essere la principale preoccupazione della Comunità Internazionale. Questo timore ha condotto all’interessamento di attori come la Francia e gli Stati Uniti oltre che la vicina Algeria, perno della lotta al terrorismo nell’area e direttamente coinvolta nella crisi maliana dall’uccisione di uno dei suoi sei diplomatici  rapiti a Gao dal MUJAO.

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