La pericolosa ritirata

Il mondo può permettersi un'America che sceglie l'isolazionismo? Il dibattito

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La pericolosa ritirata

di Alessandro Bianchi

Nel discorso di insediamento di lunedì scorso alla Casa Bianca, il presidente americano ha prefissato gli obiettivi dei prossimi 4 anni: riforma dell'immigrazione, controllo delle armi, diritti civili per gay e lesbiche, ripresa economica e protezione del sistema sociale. Per quel che riguarda la politica estera, le parole sono state poche - “Garantire la pace non significa essere perennemente in guerra” - e volte a chiarire come l'obiettivo di fondo sia quello di concludere il ritiro da Iraq ed Afghanistan. Il resto del mondo è rimasto assente e dalla nazione “indispensabile” Obama vuole trasformare gli Stati Uniti nel paese in grado di catalizzare il consenso degli altri paesi nel perseguimento degli obiettivi senza impiegare risorse proprie direttamente. I rischi di un tale approccio sono notevoli.
 
I primi quattro anni. Nel primo mandato presidenziale, Obama ha cercato di raggiungere i suoi obiettivi di politica estera, evitando in maniera quasi scientifica di restare intrappolato in modo vincolante in nuovi teatri similari all'Afghanistan o all'Iraq.  Anne Marie Slaughter, direttrice della Policy Planning Commission del Dipartimento di Stato dal 2009 al 2011, ha descritto alla perfezione lo stile della politica estera di Obama, quando ha dichiarato come scopo ultimo degli Stati Uniti, dopo gli anni di intervenzionismo costante dell'era Bush, era diventato quello di “imporre” alle potenze emergenti di condividere la soluzione dei principali problemi di politica internazionale.
La crisi siriana ha tuttavia dimostrato il fallimento di quest'approccio. La risposta al bagno di sangue del regime di Assad all'opposizione armata ha palesato infatti come gli Stati Uniti non siano in grado di imporre in tutti i scenari globali una soluzione condivisa a tutte le altre potenze. Di fronte alle possibilità di intervento vagliate dall'amministrazione Obama nei 22 mesi di ribellione a Damasco - armare i ribelli, imporre sanzioni al regime di Assad, creare una no fly zone sul territorio – l'amministrazione Obama ha sempre cercato di assicurarsi prove a sufficienza che dimostrassero come l'azione prescelta avrebbe migliorato la situazione in Siria, piuttosto che soddisfare solo il bisogno di “fare qualcosa” e rischiare per esempio di lasciare il paese in mano ai jihadisti. Il risultato: gli Stati Uniti hanno fatto il gioco di Russia e Cina, che hanno difeso il regime di Assad e ostacolato azioni condivise all'interno delle Nazioni Unite, ed impedito all'opposizione di trovare un'unità interna per mostrarsi come partner politico credibile nella costruzione di un nuovo regime democratico nel paese.
 
Spinte isolazioniste. Rispetto alle crisi internazionali che Obama dovrà affrontare nei prossimi quattro anni – dalla primavera araba che si sta trasformando in un inverno jihadista alle minacce della Corea del Nord che rischiano di destabilizzare un continente già scosso dalle tensioni crescenti sino-giapponesi per la sovranità delle isole Senkaku-Diayou -  i critici di Obama ed anche alcuni suoi sostenitori della tradizione interventista liberal richiedono un maggiore impegno internazionale ed un diverso approccio rispetto a quello dimostratosi fallimentare in Siria.
La nomina alla Difesa di Chuck Hagel - oppositore della guerra umanitaria a Gheddafi, del “surge” in Afghanistan e contrario ad un intervento in Iran - consolida la posizione isolazionista di Obama. Il fatto che in molti in America vedano l'attuale crisi del Mali come prodotto indiretto del fallimento della guerra a Gheddafi, rafforza il consenso della posizione cauta di Hagel, secondo cui anche gli interventi con successo hanno spesso conseguenze pericolose e negative nel lungo periodo. Chiaro segnale che anche il prossimo mandato di Obama perseguirà la via diplomatica alle crisi di sicurezza e come l'obiettivo ultimo resterà quello di completare definitivamente le campagne militari intraprese da George W. Bush.
La politica americana verso la questione del nucleare iraniano dimostra alla perfezione come la politica estera di Obama sia stata sobria, realistica e con pochi errori, ma che alla fine ha prodotto risultati modesti. E' vero che la nuova amministrazione americana è riuscita nell'intento di convincere Russia, Cina ed Europa che la colpa dello stallo non era dovuto alle mire interventiste di Bush ma per le intransigenze dimostrate dal regime di Teheran, tuttavia la strategia americana non è riuscita a risolvere la questione. Come riporta correttamente l'Economist di questa settimana, Ali Khamenei è stato posto di fronte a due scelte in modo chiaro: scegliere un nucleare civile con ispezioni Onu e divenire di fatto un membro inserito all'interno della comunità economica internazionale o divenire il nuovo “Pakistan”, con un armamento nucleare destabilizzante. Ed il problema che il leader iraniano sembra propendere per questa seconda opzione.
 
Le priorità di Obama. Il Medio Oriente, sul quale dal celebre discorso del Cairo del 2009 Obama aveva investito molto all'inizio del suo primo mandato, non sarà il solo teatro geopolitico di riferimento. Quando il presidente afghano Karzai è stato in visita a Washington l'11 gennaio scorso, il presidente americano ha spiegatocome la missione americana  - smantellare al-Qaeda ed impedire che l'Afghanistan divenisse un bastione ontro futuri attacchi contro gli Stati Uniti - deve considerarsi conclusa ed il paese accelererà il ritiro entro il 2014. L'amministrazione continua a lanciare droni in operazioni in Pakistan ed il principale teatro di battaglia della guerra al terrore, l'Iraq, viene menzionato ora per la mancanza d'influenza degli Stati Uniti nel paese. Nel dicembre del 2012 gli ufficiali americani hanno espresso tutta la loro rabbia per il rifornimento iraniano di armi ad Assad attraverso lo spazio aereo iracheno. L'emblema di un fallimento di un decennio di politica americana nella regione.
 Nonostante le mire isolazioniste del presidente americano, la crisi tra Cina e Giappone per la sovranità delle isole Senkaku, arrivata ai limiti dello scontro nei mesi scorsi, impegna direttamente gli Stati Uniti, che hanno già promesso un intervento diretto a difesa del teritorio giapponese in caso di attacco cinese. La questione del nucleare nord coreano e le minacce della Commissione di Difesa di Pyongyang - dopo la decisione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di rafforzare le sanzioni contro il regime dopo il lancio del satellite nello spazio il 12 dicembre scorso – di voler procedere ad un terzo test nucleare per acquisire la capacità di colpire direttamente il territorio degli Stati Uniti, porterà infine Obama e Kerry a dover rivedere le loro posizioni tendenzialmente isolazioniste.
 
E l'Europa? Lo storico partner strategico di Washington rischia altri quattro anni di assenza dall'agenda del presidente americano. Ironia della sorte, il leader europeo più impegnato nei vertici con Obama potrebbe essere il presidente russo Putin per la riduzione degli armamenti nucleari tra le due potenze, da sempre un obiettivo perseguito dall'amministrazione Obama.
Una politica estera americana con queste spinte isolazioniste o per lo meno di riirata dell'impegno all'estero  può risultare drammatica per gli alleati europei. Con un possibile effetto domino drammatico: Se l'occidente non è in grado di aiutare a restaurare l'ordine in una situazione di anarchia come sta dimostrando il caso siriano e maliano ad esempio, altre forze fondamentaliste saranno in grado di impors. In Mali, senza il sostegno americano e con un budget europeo insufficiente per la difesa comune, la Francia potrebbe non aver supporto adeguato in caso di difficoltà nelle operazioni militari e l'occidente si potrebbe così trovare senza risorse per affrontare le minacce dei fondamentalisti islamici nell'Africa occidentale e del Nord.

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