La politica estera nel dibattito presidenziale americano

Nonostante gli attacchi di Romney ad Obama, i due candidati hanno posizioni simili su tutto. Con un'eccezione: la Russia

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La politica estera nel dibattito presidenziale americano

In un paese in cui le preoccupazioni principali riguardano disoccupazione, crescita e futuro delle nuove generazioni, i temi di politica estera appaiono marginali nella contesa tra il presidente uscente Barack Obama ed il suo sfidante repubblicano Mitt Romney. Tuttavia, come ha recentemente sottolineato l'esperto del Council of Foreign Relations di politica interna americana, James M. Lindsay, essa "può giocare un ruolo decisivo, data la necessità di entrambi di convicere l'elettorato incerto". Secondo Lindsay, infatti, potrebbero essere proprio i temi d'oltreoceano a far propendere per uno dei due candidati: dato che Romney, come tutti gli sfidanti di un presidente in carica, ha il problema di non aver ancora delineato una sua politica estera, sarà lui a dover rischiare di più in campagna elettorale.
 
L'offensiva di Romney. Nella Convention repubblicana di Tampa, in cui l'ex Governatore del Massachussets ha accettato la candidatura del partito, Romney ha stilato una serie di “insuccessi” dell'amministrazione Obama – fallimento sul nucleare iraniano, mancanza di sostegno adeguato ad alleati storici come Israele e Polonia e atteggiamento eccessivamente morbido verso la Russia – senza perà definire in modo preciso quali potrebbero essere i cambiamenti di rotta che prenderebbe da presidente.
Nel suo discorso a Tampa, in particolare, Romney non ha menzionato tre dei principali temi di politica internazionale che caraterizzeranno le scelte della prossima amministrazione: la guerra in Afghanistan, costata la vita a due mila americani; la crescita della Cina, che potrebbe eclissare definitivamente quel secolo americano che Romney promette di voler prolungare; infine, la primavera araba, che richiede una nuova strategia americana in Medio Oriente, in una fase storica decisiva in cui la regione cerca una nuova stabilità con nuove forze politiche e sociali al potere.
Nonostante le battute da campagna elettorale, dai discorsi elettorali del candidato repubblicano è quindi difficile presuporre cambiamenti sostanziali rispetto al primo mandato Obama. Sull'Afghanistan, entrambi restano vincolati all'opinione pubblica - gli americani chiedono un'uscita il prima possibile dal paese – ed aldilà di disaccordi di facciata sull'inizio del ritiro, le due posizioni sono pressochè identiche. Sull'Iran, le differenze sostanziali restano a livello verbale: Romney continua a ripetere che prenderà azioni più dure contro Teheran e che Obama è stato inspiegabilmente morbido. Ma alle domande più precise su quali azioni intraprenderebbe da presidente, le sue risposte diventano offuscate: Romney ha escluso un attacco preventivo, ma ha dichiarato che tutte le opzioni restano sul tavolo, invocando sanzioni più severe; esattamente ciò che l'amministrazione Obama continua a ripetere da quattro anni. 
E l'unica differenza sostanziale riguarda l'approccio verso la Russia: in più di un'occasione, Romney l'ha definita una minaccia degli Stati Uniti, “un nemico geopolitico” con cui non intende continuare ad impegnarsi in negoziazioni. Totalmente agli antipodi dall'approccio di Obama verso il Cremlino che, dal celebre discorso di Praga del 2009 alla firma del trattato New Start, ha posto la riduzione dell'armamento nucleare delle due potenze al centro della sua agenda politica. Del resto, al momento in gran parte irrealizzata per la forte opposizione interna di diversi gruppi di pressione e per il fatto che per per la ratifica di un trattato negli Stati Uniti sono necessari i voti di due terzi del Senato, oggi a grande maggioranza repubblicana.
L'incapacità di delineare una strategia chiara e convincente ed una visibile mancanza di padronanza nella materia non danneggerà comunque Romney in modo marcato, dato che nè la Siria né le tensioni nel mar cinese meridionale rappresentano le priorità principali degli elettori americani. Su lavoro ed economia verrà infatti scelto il prossimo presidente.

La sfida di Obama. Nei suoi discorsi elettorali, il presidente uscente tende a rimarcare spesso il suo principale successo di politica estera – l'uccisione di Bin Laden – ed evitare con maestria il suo fallimento più grande: non aver rispettato la promessa durante la campagna del 2007 di chiudere Guantanamo. Per il resto, Obama dedicherebbe il secondo mandato a completare il ritiro dall'Iraq ed Afghanistan, chiedere un diverso attegiamento di Israele verso i vicini medio orientali e cercare di assumere un ruolo maggiore nel processo di democratizzazione dei paesi fautori della primavera araba.  Qualunque sia il prossimo presidente, il mandato che inizierà nel 2013 segnerà un ulteriore deterioramente dell'influenza americana a livello globale. Al punto che, sottolineano diversi analisti, è da ritenere più importante per i destini del mondo la transizione politica che sempre a novembre vivrà la Cina - la presidenza, vice-presidenza, la maggior parte delle cariche nel Politburo, il Consiglio statale e la Commissione militare vedranno nuove figure al timone a Pechino - ed il parallelismo delle date potrebbe essere ricordato come il momento simbolo della fine del secolo americano e l'effettivo passaggio di testimone del ruolo di prima potenza mondiale.

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