La polveriera Gaza
La strategia israeliana dei nuovi raid, la mediazione dell'Egitto e la difficile posizione di Obama
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Il missile israeliano che nel pomeriggio del 14 novembre ha centrato il convoglio che trasportava Ahmed al-Jaabari, comandante dell’ala militare di Hamas e uno degli organizzatori del sequestro del soldato israeliano Gilad Shalit, è stato il preludio al lancio di una nuova operazione sulla Striscia di Gaza dopo “Piombo Fuso” del 2008. La nuova operazione in corso, denominata “Pillar of Defence”, minaccia di essere la più seria escalation di violenza degli ultimi quattro anni, nonostante il conflitto a bassa intensità tra Israele e le fazioni palestinesi che operano nella Striscia non si sia mai di fatto interrotto. Il tutto in un momento in cui la stabilita del Medio Oriente è già minacciata dal conflitto siriano.
Le ragioni dell'escalation. A motivare l’attacco israeliano ci sarebbe “l’incessante” lancio di razzi da parte palestinese, iniziato la sera del 10 novembre quando una fazione della jihad Islamica palestinese ha sparato un razzo anti-carro contro una jeep delle Forze di Difesa israeliane di pattuglia sul versante israeliano del confine. L’Israel Defence Forces, in un apposito blog aggiornato quasi in tempo reale, ha registrato oltre 1000 lanci dall’inizio dell’anno e più di 300 dall’avvio dell’operazione, 130 dei quali intercettai dal sistema antimissile e antirazzo Iron Dome. Israele ha preso di mira 300 “obiettivi terroristici” a Gaza, tra siti di lancio, depositi di armi e cellule terroristiche impegnate nel lancio di razzi, allo scopo di “tutelare i civili israeliani e compromettere l'infrastruttura terroristica a Gaza”. Il bilancio complessivo delle vittime palestinesi è di 20 morti e 200 feriti, secondo fonti ospedaliere. Tre, invece, le vittime israeliane uccise dai razzi palestinesi sparati sulla città di Kiryat Malach.
Per la prima volta dagli Scud iracheni del 1991, alcuni razzi hanno raggiunto l’area metropolitana di Tel Aviv. Un primo razzo si è abbattuto su un campo di Rishon LeZion, poco a sud di Tel Aviv. Altri due razzi Fajr-5, rivendicati dalle Brigate al-Quds , braccio armato della Jihad islamica, hanno raggiunto la città. Nella possibilità che la “campagna possa ampliarsi”, il ministro della Difesa, Ehud Barak., ha autorizzato il richiamo immediato di 30mila riservisti
La strategia israeliana. L’operazione “Pillar of Defence” mira a ripristinare la forza deterrente israeliana garantita, almeno fino all’inizio del 2011, dall’operazione “Piombo Fuso”. L’operazione fu lanciata tra la fine di dicembre 2008 e gennaio 2009 e a sette giorni di raid aerei, seguirono due settimane di un’offensiva di terra contro basi di Hamas e altre organizzazioni terroristiche. Nei due anni successivi il lancio di razzi e colpi di mortaio palestinesi registrò un netto calo, per poi riassestarsi sui livelli pre-2008 dall’inizio del 2011. Con i suoi raid, Israele dimostra, inoltre, di non confidare più nella capacità di Hamas di porsi come garante di un cessate il fuoco rispettato anche dalla Jihad islamica palestinese.
La dirigenza di Hamas è stata sicuramente colta di sorpresa dall’attacco. Prima del raid contro Jaabari, erano in corso trattative di tregua e Netanyahu e Barak erano in visita al confine con la Siria. Hamas, forte della solidarietà mostrata dalle recenti visite dell’emiro del Qatar e del sostegno della Fratellanza Musulmana d’Egitto, ha erroneamente ritenuto che le implicazioni diplomatiche di un attacco non avrebbero permesso ad Israele di condurre un’offensiva.
La difficile posizione di Obama. L’operazione arriva all’indomani della rielezione di Obama negli Stati Uniti per un secondo mandato, sulla scia delle frizioni tra i due alleati sul programma nucleare iraniano e all’avvicinarsi, in Israele, della scadenza elettorale del 22 gennaio. Considerazioni che non sembrano essere state estranee nei calcoli che hanno indotto Netanyahu ad acconsentire all’operazione. In Israele tutti i partiti israeliani hanno sospeso la campagna elettorale finché l’operazione sarà in corso.
L’uccisione di Jaabari ha subito spaccato in due l’opinione della Comunità internazionale, tra chi, come Usa e Gb, sostengono il diritto di Israele di autodifendersi e molti altri, Egitto e Qatar in testa che hanno giudicato i raid israeliani sulla Striscia inaccettabili.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito giovedì mattina su richiesta di Egitto, Marocco e palestinesi. I paesi arabi hanno chiesto al Consiglio di condannare “l’odioso e barbarico attacco israeliano”. Dopo 90 minuti di discussione, il Consiglio non ha votato nessuna risoluzione.
La posizione dell'Egitto di Morsi. Per le dinamiche regionali, di notevole interesse è seguire la risposta che Morsi e la Fratellanza Musulmana hanno dato ai raid. L’operazione su Gaza potrebbe infatti mettere a dura prova le relazioni tra Israele e le nuove autorità egiziane. La conferma è data dalla telefonata che Obama ha fatto al presidente egiziano Morsi. Spinti dalla pressione popolare, i vertici de Il Cairo hanno richiamato in patria l’ambasciatore in Israele e condannato con termini forti “l’aggressione israeliana” contro il popolo palestinese. Venerdì una delegazione guidata dal primo ministro Qandil visiterà Gaza. Centinaia di manifestanti, prima davanti la sede del Ministero degli Affari Esteri e poi davanti quella della Lega Araba, hanno chiesto alle autorità egiziane di riconsiderare i rapporti con Israele. L’Egitto è l’unico Stato arabo, con la Giordania, ad avere relazioni formali con Israele in virtù degli Accordi di Camp David. Con la deposizione di Mubarak e l’ascesa di una nuova dirigenza legata alla Fratellanza Musulmana, le relazioni bilaterali hanno subito un raffreddamento. Morsi, fino ad oggi, non aveva mai pronunciato il nome di Israele durante un suo intervento pubblico e sebbene, a livello di rappresentanza diplomatica, le relazioni erano state restaurate dopo l’incidente di frontiera dell’agosto 2011, nessun rappresentante ufficiale de Il Cairo aveva visitato Israele e viceversa. Hamas nasce da una cellula della Fratellanza Musulmana nel 1986 e Morsi sa che la questione palestinese è un tema che può incidere sul livello di consenso interno. I raid sulla Striscia potrebbero rappresentare il primo vero branco di prova per Morsi e la Fratellanza e sulla base di come decideranno di rispondere verrà plasmato, oltre che lo scenario mediorientale, anche il futuro delle relazioni tra Washington e Il Cairo.

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