La rivoluzione bolivariana a un bivio

Il Washington consensus e l'eredità di Chavez in gioco in Venezuela

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La rivoluzione bolivariana a un bivio



di Sabrina Arena


Il Venezuela, grazie a Hugo Chavez, si è inserito nell’ultimo quindicennio in un importante processo storico, divenendo promotore e faro di quello che è stato ribattezzato il “socialismo del XXI secolo”, un disegno politico indirizzato a spianare la strada alla cosiddetta “rivoluzione bolivariana” che può essere definita un capitalismo dal volto umano, volto a contrastare le fallimentari scelte politico-economiche neoliberiste.
 
Il Washington Consensus. L’avvento al potere di Chavez è segnato dall’insoddisfazione della popolazione nei confronti delle scelte governative sino a quel momento attuate. Gli anni ottanta sono stati caratterizzati dall’egemonia del Washington consensus, una teoria di politica-economica sorta in seno al Fondo Monetario Internazionale che ha plasmato e continua a plasmare le scelte di innumerevoli governi, retta da tre fondamentali pilastri (protezione della proprietà privata, libero mercato e libero commercio) e da dieci ricette ritenute infallibili per garantire tanto la riduzione del debito che lo sviluppo economico. Secondo Richard Gott, tale programma più che rappresentare una semplice politica di riduzione del debito, è un sistema volto ad avvantaggiare le imprese multinazionali, in particolar modo quelle statunitensi, i cui profitti richiedono l’affrancamento dai controlli e le imposizioni degli Stati al cui interno operano.
Il Venezuela di quegli anni, a causa di un alto debito, diviene uno dei primi obiettivi del Washington consensus e il Presidente Carlos Andrés Pérez ne impone l’attuazione nel 1989 con conseguenze catastrofiche che fecero vivere al paese una delle pagine più tristi della sua storia, con scontri di piazza e repressioni brutali che condussero a centinaia di morti.
L’aggiustamento strutturale avviato sotto il beneplacito del gotha economico internazionale aveva condotto all’aumento dei prezzi, alla crescita del disagio sociale e ad un incremento della povertà che interessava più della metà della popolazione.
 
Il Chavismo. In questo contesto si inserisce la figura di Chavez, socialista democratico e antimperialista che, acquisito il potere per la prima volta nel 1998 e riconfermato a colpi di elezioni democratiche per ben tre lustri, decise di dichiarare guerra al Washington consensus e alla politica neoliberista che sino a quel momento avevano depauperizzato il suo paese.  
Grazie alle risorse petrolifere su cui il Venezuela siede e che ne fanno il quarto produttore mondiale, Chavez inaugura una nuova politica grazie alla quale l’oro nero diviene il motore unico per la realizzazione di programmi sociali volti ad abbattere il tasso di povertà e ad innalzare quello di occupazione e a garantire basilari diritti sociali ed economici. In questi 15 anni riesce nell’impresa di scalare diverse posizioni nel ranking dell’Indice di Sviluppo Umano, un indice elaborato in seno alle Nazioni Unite che misura il benessere svincolandosi dall’egemonia del PIL, per dare risalto ad altri aspetti connessi alla salute e all’istruzione della popolazione. Effettivamente, la giovane repubblica bolivariana, inaugurata dal suo Leader maximo riesce nell’impresa, a discapito delle critiche dei suoi detrattori. Rilevamenti statistici del Cepr pubblicati subito dopo la sua morte, rivelano come lo stesso Chavez fosse riuscito, durante tre mandati presidenziali, ad ottenere una drastica riduzione dell’inflazione, della disoccupazione (dal 14% all’8%) e della povertà (dal 50% al 31,9%), ottenendo al contempo importanti successi nel campo dell’educazione, della lotta alla malnutrizione e del miglioramento del sistema pensionistico.
 
La pesante eredità di Chavez. Nonostante questi importanti risultati, Chavez ha lasciato a Nicolàs Maduro, l’attuale Presidente eletto nell’aprile dello scorso anno, una gravosa eredità senza che lo stesso possa contare sul medesimo carisma. Maduro s’inserisce all’interno dello stesso percorso avviato da Chavez e le politiche sinora attuate lo rivelano, benché sia innegabile che anche il Venezuela oggi stia attraversando una crisi economica che al contempo si traduce in instabilità politica, come ben rivelano gli eventi di questi ultimi giorni.
 
La situazione economica del Venezuela. Secondo quanto sostenuto dall’economista francese Jacques Sapir in una recente analisi, uno dei più gravi problemi, in termini economici, che il Venezuela si trova ad affrontare è la divaricazione esistente tra il tasso di cambio governativo e quello reale ancorato al mercato delle valute e scambiato sul mercato nero, che ha condotto alla fuoriuscita di ingenti capitali ed è dovuto alla politica del credito imposta dalla crisi e necessaria allo sviluppo del paese.
 
La situazione odierna. Nell’alveo dei problemi dinnanzi ai quali si trova il Venezuela e a causa di una serie di congiunture, dovute anche alla scarsità di beni essenziali che da diverso tempo il paese sta sperimentando, si inseriscono gli scontri del 12 febbraio, che hanno causato tre morti e l’insorgere di una serie di violenze che hanno interessato l’intero paese. Tali scontri sono stati generati da una mobilitazione che da più parti è stata qualificata d’élite, poiché animata dagli studenti delle università private e militanti di quella destra antichavista che strenuamente si oppone al governo chavista con l’obiettivo ultimo di costringere il Presidente venezuelano a rassegnare le dimissioni, ritenendo di non poter attendere il momento in cui potrà essere proposto un referendum revocatorio, così come garantito dalla Costituzione.
 
Il fronte antichavista. Mesa de unidad democratica, ospita al suo interno una corrente più estremista, guidata da Leopoldo Lopez, leader del partito Volontà Popolare e uno dei protagonisti del colpo di stato del 2002,  e uno più moderato, guidato da Henrique Capriles Radonski, uscito sconfitto dall’ultima tornata elettorale proprio contro lo stesso Maduro.
 
E proprio tale divisione si riflette nella differente strategia attuata.
 
I moderati, rappresentati da Capriles, vogliono inaugurare un dialogo volto alla pacificazione dopo le proteste del 12 febbraio e incentrato sul problema della sicurezza pubblica, che era stato già avviato nel gennaio di quest’anno, in seguito all’assassinio dell’ex Miss Venezuela Monica Spear e che è stato rilanciato in questi giorni da Maduro con la convocazione di una conferenza di pace.
 
Il tentativo di sabotaggio della destra estremista è evidente e l’uso indiscriminato della violenza di cui si sta servendo è volto a intimidire la popolazione e costringere Maduro a farsi da parte. Con una gerarchia militare saldamente ancorata al chavismo, che fa sbiadire i sogni di un nuovo colpo di stato, la strategia del terrore è l’unica a disposizione per fiaccare i tentativi governativi di assicurare tanto una politica di sicurezza quanto un’uscita dalla crisi economica, cercando di intercettare anche gli elettori non schierati con uno dei due fronti.  
 
Nonostante il clamore mediatico internazionale, scientemente manipolato, volto a biasimare la violenta repressione posta in essere dalle forze governative, il rispettabile Coha (Council on Hemispheric Affairs) si attesta su una posizione dicotomica, rilevando una risposta moderata di Maduro contro le preoccupante veemenza delle forze di opposizione. In tal senso ha incentivato il governo venezuelano a disinnescare i tentativi dell’estrema destra di sabotare la costruzione dell’unità nazionale con l’opposizione più moderata, importante per portare avanti quella controffensiva chavista nella guerra economica che ha rimesso al centro del dibattito la vita umana e lo sviluppo di tutti i cittadini.

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