La Somalia è ancora un “failed state”?
Il nuovo governo tra fiducia internazionale e minaccia fondamentalista
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di Mara Carro
Con l’adozione di una Costituzione provvisoria, l’elezione di un nuovo presidente, un nuovo Parlamento bicamerale e la nomina di un nuovo governo, lo scorso anno la Somalia ha messo fine a 21 anni di instabilità politica, occupazione etiopica, tensioni sociali e regionali, illegalità diffusa, povertà, conflitti etnici, violazione dei diritti umani, pirateria, terrorismo e anti terrorismo. Fattori, questi, che hanno indotto a parlare nel caso somalo di “failed state”, “fallimento” dell’esperienza statuale che non può però essere ricondotto alla sola azione delle milizie di al – Shabaab, affiliatesi nel febbraio 2012 al network di al – Qaeda. Sebbene la cellula qaedista risulti ora notevolmente indebolita, grazie alle sconfitte patite sul campo ad opera delle truppe somale, keniane e AMISOM, in breve tempo era riuscita ad occupare buona parte della Somalia centro meridionale e tuttora è in grado di minaccia la sicurezza della capitale, Mogadiscio. L’ultimo attentato rivendicato dal gruppo risale al 5 maggio quando, nella capitale, un veicolo carico di esplosivo ha cercato di colpire il convoglio sul quale viaggiavano alcuni funzionari del Qatar, rimasti illesi.
La complessa realtà del territorio. L’azione delle milizie islamiche è un fenomeno recente che non spiega la complessità della situazione somala dove la ricerca di una soluzione secondo lo schema occidentale ha spesso trascurato la realtà del territorio, ossia di un Somaliland di fatto indipendente, un Puntland che mira ad una forte autonomia all’interno di uno Stato Federale e un TFG debole, tenuto in vita dalle Forze AMISOM, la Missione dell’Onu e dell’Unione Africana. L’obiettivo delle Organizzazioni Internazionali, tra i tanti e ripetuti fallimenti, era infatti la creazione di un forte governo centrale a Mogadiscio, che ebbe però come primo limite il non coinvolgimento di importanti realtà regionali quali gli stessi Somaliland e Puntland e parte dell’opposizione all’occupazione etiopica dell’Alleanza per la ri – liberazione della Somalia.
La fiducia internazionale. Dall’insediamento delle nuove istituzioni, il governo somalo ha progressivamente riconquistato la fiducia della Comunità Internazionale. Il riconoscimento Usa, nel gennaio 2013, la decisione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu di revocare parzialmente l’embargo sulla vendita delle armi, il riconoscimento, lo scorso 12 aprile, da parte del Fondo Monetario Internazionale e la Conferenza Internazionale sulla Somalia tenuta a Londra il 7 maggio sono tutti passaggi volti a ricostruire la credibilità internazionale della nuova Somalia e che permetteranno alle nuove istituzioni di riprendere i contatti con i donatori, le istituzioni finanziarie e le banche di sviluppo.
La minaccia fondamentalista ed il caso Madobe. La volontà di presentarsi agli occhi della Comunità Internazione come un attore regionale affidabile si scontra con le minacce provenienti da Al-Shabaab e dalle spinte federaliste di alcune regioni.
La frammentazione territoriale come minaccia alla stabilità del governo centrale si è ripresentata con l’elezione dell'ex signore della guerra, Ahmed Madobe, come "presidente" del Jubaland, regione della Somalia meridionale, dopo settimane di intensi negoziati tra le fazioni rivali. Il voto nella città portuale meridionale di Kismayo, controllata dalla milizia Ras Kamboni di Madobe, non incontra il favore del governo centrale di Mogadiscio, che fatica ad imporre la sua autorità sull'intero territorio nazionale. Madobe è anche un alleato chiave del Kenya e la sua nomina rischia di aprire una spaccatura tra Nairobi e Mogadiscio. Il Kenya mira infatti a creare il Jubaland, uno Stato cuscinetto tra Kenya e Somalia.
Madobe è stato governatore di Kismayo e un membro chiave dell'Unione delle Corti Islamiche - il cui braccio armato erano gli Al Shabaab - sconfitte nel 2006 dall'invasione etiope della Somalia.
Durante l'invasione, Madobe fu catturato e portato in Etiopia. Dopo il suo rilascio, alla fine del 2011 combattè al fianco delle forze del Kenya. Le truppe del Kenya, ora incorporate nella forza dell'Unione africana in Somalia, hanno conquistato Kismayo combattendo al fianco della milizia Ras Kamboni di Madobe, nell'ottobre 2012.
Gli attori regionali. Per una completa riuscita del progetto somalo, non vanno poi tralasciati gli interessi, spesso conflittuali, degli altri attori regionali coinvolti, si pensi a Etiopia, Eritrea e Kenya, che hanno cercato di approfittare della possibile disgregazione somala per dar vita a tante aree su cui esercitare influenza. L’Etiopia rimane il Paese più interessato alle vicende somale. Da una fase di interventismo diretto (2006-2009), è passata ad una strategia indiretta di sostegno alle milizie, sempre al fine di impedire la rinascita di un governo centrale forte e islamico, possibile sostenitore delle istanze della componente musulmana etiope. La Somalia è, poi, al centro di un latente conflitto asimmetrico tra Asmara ed Addis Abeba. Obiettivo comune è quello di evitare una ricaduta della crisi sulle aree di confine, ostacolare la penetrazione ideologica e strategica di al - Shabaab e, nel caso keniano, le ripercussioni economiche che una minaccia alla sicurezza nazionale come i rapimenti e gli attentati ad opera dei miliziani somali causano al settore turistico keniota. C’è poi da considerare il protagonismo militare e politico di nuovi attori come l’Uganda, forte del suo crescente contributo in AMISOM che gli garantisce un cospicuo ritorno economico e alimenta l’ambizione di sostituire l’Etiopia quale attore regionale di riferimento degli USA nella lotta al terrorismo. Altrettanto determinante, l’azione di soggetti internazionali, come gli Stati Uniti o l’UE e la loro lotta globale al terrorismo, al contrasto della pirateria e l’interesse per i flussi commerciali nell’Oceano Indiano, che hanno influito negativamente su una rapida ricomposizione politica e sull’azione della Comunità Internazionale, sacrificando la soluzione delle situazioni interne (istituzionali, economiche e di sicurezza) agli interessi di sicurezza globali.

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