L'agenda estera del prossimo presidente

In un'elezione dall'esito ancora incerto, Obama o Romney si troveranno di fronte ad una serie di complicate sfide internazionali

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L'agenda estera del prossimo presidente

Domani gli Stati Uniti eleggeranno il prossimo inquilino della Casa Bianca. Gli ultimi giorni di campagna elettorale tra Obama e Romney sono stati un vero tour de force nei stati chiave ancora in bilico. Dopo un miliardo di dollari di campagna elettorale spesi da entrambi, il leit motiv della contesa rimane tuttavia ancorato agli stessi temi: con Romney, simbolo delle aspirazioni di coloro che sono convinti che nel campo economico il paese abbia intrapreso il sentiero sbagliato. Secondo l'ultimo sondaggio pubblicato domenica da Reuters, Obama e Romney sono in un sostanziale pareggio intorno al 48% ed il rischio che si possa riproporre la stessa situazione del 2000 - con l'incertezza della vittoria tra Bush ed Al Gore fino all'ultimo riconteggio - cresce. 
 
La priorità del prossimo presidente: il debito interno. Tra i problemi che il nuovo presidente dovrà affrontare, chiunque sia eletto martedì, John Linsdat, esperto di politica americana del Council of foreign relations, sottolinea come le priorità non saranno dettate dalla politica internazionale, ma dal debito interno, o meglio come ridurre quel miliardo di dollari di deficit semplicemente non sostenibile nel lungo periodo.  La vittoria di uno dei due candidati detterà la forma – tra maggiori tasse o riduzione dei servizi erogati dal governo – ma in ogni caso saranno necessarie scelte dolorose, che richiedono una maggioranza bipartisan. Di fronte ad una serie di scadenze impellenti - la fine dei tagli delle tasse decise da George W. Bush, l'attuazione dei tagli alla spesa richiesti dall'accordo di riduzione del deficit approvato lo scorso anno, la fine dell'assicurazione per i disoccupati – il prossimo presidente dovrà riuscire a costruire una politica condivisa e per questo sarà fondamentale anche la composizione del nuovo Congresso, che si insedierà il 3 gennaio prossimo, e la sua volontà di un approccio costruttivo con la Casa Bianca.
 
Le sfide dal mondo. La storia recente insegna come i presidenti americani siano spesso chiamati ad affrontare sfide non preventivabili durante la campagna elettorale - l'11 settembre per George W. Bush e la primavera araba per Barack Obama sono solo due degli ultimi esempi. 
Chiunque si insedierà alla Casa Bianca il 20 gennaio 2013, dunque, si troverà di fronte una serie di crisi non programmate, ma alcune sfide sono al momento chiare e delineate. 
La prima riguarda l'Iran. La prossima amministrazione dovrà costringere Teheran sul tavolo delle trattative per impedirle di concludere il suo programma nucleare militare.  La scelta è tra un eventuale intervento militare Usa o continuare a perseguire una politica di containement attraverso le sanzioni internazionali. Entrambi i candidati, nonostante i toni più duri contro la Repubblica Islamica utilizzati da Romney, propenderanno per questa seconda opzione.
La seconda questione riguarda l'Afghanistan e più precisamente la decisione di mantenere o meno il 2014 come data per il ritiro delle truppe americane. Obama ha chiarito in campagna elettorale che intende rispettare la scadenza, mentre Romney ha dichiarato d'accettare in principio la scadenza, ma ha anche sottolineato che se dovesse divenire presidente potrebbe riconsiderarla alla luce dei consigli dei suoi consiglieri militari. 
La terza grande sfida riguarda la Siria e più in generale il futuro della primavera araba. Con oltre 30 mila morti accertate, i quasi due anni di rivolta siriana hanno messo in luce tutti i limiti degli attuali strumenti internazionali d'intervento ed una soluzione della crisi dipenderà molto dalle scelte che la prossima amministrazione americana attuerà in relazione al supporto da dare ai ribelli e su come garantire che il dopo Assad sia migliore dell'attuale regime. Le critiche recenti del Segretario di Stato Hillary Clinton contro il gruppo non coeso dei ribelli ed i casi di Egitto, Tunisia e Libia - gli stati simbolo della primavera araba che non riescono a consolidare la propria transizione democratica - sottolineano come l'amministrazione Obama non abbia una posizione chiara sulla gestione dei cambiamenti in atto nella regione. E Romney non ha certo fornito chiavi di letture diverse durante la campagna elettorale.
Sulla Russia, in campagna elettorale Romney ha criticato apertamente Vladimir Putin ed il Cremlino in un modo che l'amministrazione Obama non ha mai fatto. Ma non è chiaro come questo possa modificare le relazioni con Mosca, alleato chiave per gli Stati Uniti soprattutto in relazione all'Afghanistan, dove permette l'approvvigionamento delle truppe americane attraverso il cosiddetto canale settentrionale. L'Europa, sempre meno una priorità internazionale per la Casa Bianca, rappresenta un ostacolo alla ripresa economica del paese. Il prossimo presidente dovrà dunque aumentare gli sforzi affinchè i paesi della zona euro procedano verso quell'integrazione politica necessaria per la soluzione della crisi del debito, che sta mettendo in pericolo l'esistenza stessa della moneta unica.
Un'altra sfida per i prossimi quattro anni riguarda il sogno dell'indipendenza energetica. Il prossimo presidente americano erediterà un paese che sta cambiando prospettiva: l'innovazione ed il progresso tecnologico hanno avvicinato il paese sulla strada della auto-sufficienza: lo scorso anno, per la prima volta in 15 anni, meno di un quarto del petrolio consumato era importato e secondo l'amministrazione Obama nel 2030 il paese potrà raggiungere l'indipendenza. Le ripercussioni di questa vera e propria rivoluzione non saranno solo economiche: la riduzione della dipendenza dal petrolio estero permetterà, infatti, agli Stati Uniti di spostare le priorità di politica estera dal Medio Oriente all'Asia.
La Cina, infatti, resta la principale sfida da affrontare per il prossimo presidente americano. L'8 novembre prossimo, oltre 2,000 membri del Partito Comunista Cinese (CCP) si riuniranno a Pechino ed una decina di giorni dopo saranno nominati i nuovi membri del Politburo. Negli ultimi mesi Pechino ha assunto un tono molto più bellicoso, non solo nello scontro sempre più acceso con il Giappone per la sovranità delle isole Senkaku, ma anche in riferimento alla presenza militare americana nel continente -  solo una settimana fa un generale dell'Esercito cinese in una conferenza in Australia ha dichiarato che “la presenza delle truppe americane in Asia rende più probabile una guerra”. Su come i nuovi leader della seconda economia al mondo utilizzeranno la crescita economica e militare della Cina dipenderanno le sorti delle relazioni con gli Stati Uniti e la ridefinizione degli equilibri geopolitici in Asia. 
La politica estera ha avuto un ruolo marginale nel dibattito presidenziale, dominato da lavoro e crisi e perché sostanzialmente i due personaggi hanno programmi molto simili. Insediatosi alla Casa Bianca, il prossimo presidente americano dovrà però presto fare i conti con un mondo in rapido cambiamento.

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