L'Annus Horribilis per i Paesi del G7
di Guido Salerno Aletta - Milano Finanza
Annus Horribilis, il 2022, per i Paesi del G7: il violento aumento dei prezzi delle importazioni, iniziato nella tarda primavera del 2020 e che ha toccato il picco tra agosto e settembre dello scorso anno, ha contribuito a scassare i già precari conti commerciali con l’estero: sono andati tutti in rosso, con la sola eccezione della Germania, che ha comunque registrato il peggior avanzo commerciale dal 2000, beneficiando ancora una volta della straordinaria debolezza dell’euro rispetto ai fondamentali della sua economia.
Tra il 2021 ed il 2022, il passivo commerciale per beni e servizi degli Stati Uniti è peggiorato di 101 miliardi di dollari, passando da 1.090 miliardi a 1.191 miliardi, nonostante l’export americano di prodotti energetici sia aumentato di 152 miliardi, passando da 264 a 416 miliardi di dollari (+57%). Il passivo del Canada è aumentato da 64 a 93 miliardi di dollari statunitensi, quello della Gran Bretagna da 85 a 108 miliardi di sterline mentre quello della Francia è precipitato da 31 ad 88 miliardi di euro. Pure l’Italia è crollata, passando da un saldo attivo di 41 miliardi di euro ad uno passivo di 30 miliardi, mentre il passivo del Giappone si è più che duplicato, passando da 1.783 miliardi a 19.966 miliardi di yen. La Germania ha dimezzato l’attivo, strutturale dal 2000, passato da 199 ad 81 miliardi di euro.
Il maggior deficit commerciale del 2022 è stato determinato anche dalla debolezza delle singole monete nazionali rispetto al dollaro, valuta in cui vengono generalmente determinati i prezzi delle merci sui mercati internazionali e regolate le transazioni. Tutta lascia sperare che il fenomeno inflattivo dei prezzi alle importazioni si vada riassorbendo: in Germania, l’indice (2015=100), che si era impennato passando da 95,2 di aprile 2020 a 141,1 di agosto scorso, a febbraio scorso era già sceso a quota 132,2. E’ un andamento positivo di cui ha beneficiato anche per l’Italia, che ha visto tornare in attivo per 2,1 miliardi di euro la bilancia commerciale del mese: i prezzi all’importazione sono diminuiti dell’1,7% rispetto a gennaio ed aumentati solo dell’1,3% rispetto ad un anno prima. Ma Germania ed Italia fanno eccezione nel G7: sono i due soli Paesi che più adottato una rigida disciplina mercantilista di compressione salariale.
Se gli Usa possono ancora convivere con un passivo commerciale strutturale con l’estero, e per di più crescente, è solo perché fanno valere la leva del “compratore di ultima istanza”: sono il principale mercato di sbocco dell’export manifatturiero del mondo intero. Per tutti gli altri non è così: il Canada è in rosso fisso ormai dal 2008, la Gran Bretagna dal 2013 e la Francia dal 2014. Il Giappone, dopo aver superato con la Abenomics la fase di crisi del quinquennio 2012-2016, registra un saldo estero mensile ormai ininterrottamente negativo dal luglio 2021: la debolezza conclamata dello yen, in un contesto internazionale di tassi di interesse assai elevati, si è sommata ad un aumento dei prezzi internazionali che appare infatti strutturale.
Non solo il più elevato costo dell’energia prodotta da fonti alternative a quelle fossili, in ragione dei forti investimenti che sono necessari penalizza particolarmente i Paesi come quelli europei che si sono impegnati nella decarbonizzazione della produzione, ma si registra una ulteriore asimmetria nella competizione commerciale internazionale: soprattutto la Cina e l’India, ma anche molti altri Paesi di recente industrializzazione che non aderito alle sanzioni alla Russia, stanno beneficiando di approvvigionamenti energetici da parte della Russia a condizioni di particolare favore. Uno squilibrio che non appare sanabile a breve.
Per l’Occidente, sembrano venuti meno i tre fattori che hanno determinato una bassa inflazione strutturale nel primo ventennio del secolo: i più bassi costi del lavoro in Cina e nei Paesi ex-comunisti dell’Europa, l’abbondanza e la convenienza delle forniture di gas russo all’Europa ora cessate, le politiche di bilancio orientate al pareggio e quindi non inflazionistiche. Se le politiche monetarie straordinariamente accomodanti in termini di tassi di interesse hanno sicuramente militato a favore di una riduzione dei costi per i produttori indebitati, le immissioni di liquidità hanno tenuto elevati i prezzi degli asset quotati, creando probabilmente quelle bolle speculative sui mercati a termine delle materie prime che hanno determinato la fiammata inflazionistica iniziata nella tarda primavera del 2020.
La questione energetica ritorna fondamentale: l’atteggiamento assai costrittivo tenuto dall’OPEC+, che di recente ha ulteriormente ridotto la produzione di petrolio, pur a fronte di una domanda mondiale in rallentamento al fine di mantenere invariati i proventi complessivi degli aderenti, riporta alla memoria le conseguenze sistemiche della crisi petrolifera del ’73, che segnò un cambio profondo ed irreversibile nei rapporti di forza tra Paesi produttori di petrolio e Paesi trasformatori, con l’abbandono di produzioni industriali energivore e la deindustrializzazione. L’Europa anche stavolta ne esce con le ossa rotte, perché l’America ha da decenni una produzione industriale assolutamente trascurabile e vende GNL all’Europa, come altri produttori, ad un prezzo che non può che essere assai più elevato rispetto a quello delle precedenti forniture russe.
Non è una questione di prestigio: importare più di quanto si esporta, consumare più di quanto si produce, significa doversi indebitare.
Gli Stati Uniti sono già i più grandi debitori nei confronti del resto del mondo, con una posizione finanziaria internazionale netta passiva per 16.117 miliardi di dollari. Anche la Gran Bretagna e la Francia sono in passivo, rispettivamente per 151 miliardi di sterline e per 602 miliardi di euro. Gli attivi del Canada e del Giappone, rispettivamente per 615 e 3.185 miliardi di dollari Usa, sommati a quelli di Germania e Italia, rispettivamente per 2.750 e 74 miliardi di euro, non bastano a bilanciare i conti.
Stampare soldi non basta: chi vuol pagare con moneta svalutata deve accettare prezzi sempre più alti.
Il peggioramento delle bilance commerciali dei Paesi del G7 che è stato registrato nel 2022 deriva dalle insuperabili carenze strutturali di materie prime, petrolio e gas, cui si è aggiunto il conflitto geopolitico nei confronti di Russia e Cina: la prospettiva più temibile non è solo l’impoverimento quanto l’isolamento e l’implosione.

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