Le manovre dell'UE per far fallire i colloqui di Abu Dhabi

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Le manovre dell'UE per far fallire i colloqui di Abu Dhabi

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di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

7 novembre. Nel giorno del 109° anniversario della Rivoluzione d'Ottobre, la maggior parte dei media russi sono concentrati sul tema dei prossimi colloqui tra USA, Russia e Ucraina a Abu Dhabi, previsti già per l'inizio della prossima settimana. Mentre le cancellerie europee e i media a loro libro-paga intensificano giorno dopo giorno la psicosi dei “cyberattacchi russi”, puntando così a far ingoiare le peggiori spese militari e, tra Bruxelles, Parigi, Roma, Varsavia, ci si accapiglia per presentare i rispettivi ducetti, quali pedine fondamentali da inviare negli Emirati, dove non sono stati inviati, ecco che Donald Trump annuncia una “grossa intesa” per l'Ucraina e l'Europa, quantunque, commenta Evghenij Umerenkov su Komsomol'skaja Pravda, non sia propriamente giustificato l'ottimismo del presidente USA.

Trump ha dichiarato che nelle prossime due settimane «faremo molte cose» e ha annunciato la preparazione di un accordo di pace su larga scala per l'Ucraina, assicurando ancora una volta che il conflitto tra Moskva e Kiev si concluderà «molto presto». Confermando di aver incontrato un «alto funzionario russo», ha detto di non poter rivelare di cosa esattamente abbiano discusso; «posso però dirvi una cosa: ci sarà un accordo. È un accordo importante e non riguarderà solo l'Ucraina», ma potrebbe riguardare «tutta l'Europa». Nel riportare le parole di Trump, The New York Times identifica nel «alto funzionario russo» l'inviato speciale Kirill Dmitriev, presente alla Casa Bianca per celebrare l'operazione umanitaria a Alëškij; all'evento erano presenti anche rappresentanti ucraini, ma pare che Trump abbia incontrato solo l'ospite russo. Ora, ironizza Umerenkov, l’annuncio trumpiano sulle “molte cose” che si farebbero nelle prossime due settimane apotrebbe mettere a dura prova Zelenskij e i suoi tutori in Europa, ammesso che questi ultimi si rendano conto che Trump ha deciso di stabilire il loro destino.

Secondo The New York Times, le dichiarazioni di Trump sembrerebbero riferirsi ai tentativi di includere nei colloqui negli Emirati una gamma più ampia di questioni di sicurezza europea e tale approccio parrebbe volto ad accogliere alcune delle richieste russe sulle relazioni tra Russia e NATO in Europa. Vale a dire, le richieste ribadite a più riprese da Vladimir Putin: ritiro di tutte le truppe ucraine dai territori russi, compresi Donbass e Novorossija; status neutrale e denuclearizzato di Kiev; non adesione alla NATO sancita giuridicamente; garanzia di diritti della popolazione russofona e proibizione di propaganda del nazismo.

Richieste russe ben note sia a Kiev che a Bruxelles, anche se entrambe insistono sulla “integrità territoriale" dell'Ucraina e sul ritorno ai confini del 1991, cui si aggiungono, ora, le esercitazioni militari della "Coalizione dei Volenterosi", in vista di un dispiegamento di truppe occidentali in territorio ucraino dopo il cessate il fuoco: inaccettabile per Moskva.

Così che, guardando alle posizioni delle parti, pare che non ci sia nulla su cui concordare e, a questo punto, non rimane che aspettare i colloqui del 10-11 novembre a Abu Dhabi in cui, si dice, il tema principale saranno le garanzie di sicurezza sia per Kiev che per Moskva. Al momento, le uniche certezze sono che né i nazigolpisti di Kiev, né i loro sponsor europei intendano tener conto degli interessi russi. Addirittura, Zelenskij, che per un breve periodo aveva ammesso la possibile perdita di territorio per porre fine al conflitto, ha ora ripreso il ritornello su «nemmeno un centimetro di terra» e i suoi patrocinatori europei insistono sulla «sconfitta strategica» della Russia e sull'integrità territoriale dell'Ucraina, che è poi il motivo, commenta Umerenkov, per cui non sono stati invitati alle trattative. In tale quadro, forse sibilline, ma alquanto significative, le parole del portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov, secondo cui «gli interessi della Russia in Ucraina possono essere garantiti pacificamente se ci sarà qualcuno a Kiev che si assumerà la responsabilità politica della soluzione».

Parole che fanno il paio, per quanto a livelli non così ufficiali, con quelle del colonnello a riposo Viktor Baranets che, sul canale del KPRF “Krasnaja linija” ha detto che è sorprendente che “Pan Zelenskij” sia ancora vivo, dal momento che l’intero popolo russo chiede la sua liquidazione: «il fatto che Zelenskij non sia ancora stato sepolto è, ovviamente, uno dei misteri dell'Operazione militare... credo che pan Zelenskij sia vissuto abbastanza... Perché non lo abbiamo ancora tolto di mezzo? … Lo sanno al Cremlino, allo Stato Maggiore, ai Servizi, il perché non lo si sia fatto... È ora di decidere; dicono “Non c'è una soluzione politica!” – e allora prendetela! La gente la chiede».

Ma tornando alla questione delle trattative, ecco che l'analista ucraino Serghej Pavljucenko parla di Moskva e Washington che si starebbero accordando alle spalle di Kiev. La “storia” evocata da Pavljucenko è riassunta da Olga Fëdorova su Moskovskij Komsomolets e parla di un “piano in due fasi” per un cessate il fuoco nel settore energetico fino alla fine del 2026, con un trattato di pace completo da raggiungere entro la primavera del 2027. Secondo l'analista ucraino, l'accordo prevede una cessazione reciproca degli attacchi al settore energetico e Moskva pone come condizione che Kiev si astenga da attacchi contro le infrastrutture civili russe. A questo punto, arriverebbe un compromesso territoriale inatteso, secondo cui la Russia sarebbe disposta a lasciare sotto il controllo di Kiev la parte del Donbass attualmente occupata dall'Ucraina, in cambio di una drastica riduzione delle forze armate ucraine e degli armamenti pesanti, garanzie giuridiche per lingua russa e diritti della Chiesa ortodossa canonica. Secondo Pavljucenko, la Russia chiederebbe il ritiro delle infrastrutture militari della NATO dai Paesi baltici e scandinavi, riproponendo di fatto l'ultimatum di fine 2021. La possibile presenza di forze militari occidentali in Ucraina verrebbe limitata esclusivamente alle regioni occidentali e solo alle rigide condizioni imposte da Moskva. Ora, né il Cremlino, né la Casa Bianca hanno confermato tali indiscrezioni e la “fuga di notizie” sui media ucraini potrebbe essere un passo preparatorio proprio in vista di Abu Dhabi; ma, se ciò corrispondesse anche solo parzialmente alla realtà, scrive Fëdorova, non si tratterebbe solo di un congelamento locale, ma di un tentativo di ridistribuzione globale delle sfere d'influenza in Europa, in cui Kiev sarebbe semplicemente una pedina di scambio in un grande accordo tra le superpotenze: insomma, un piano perfettamente logico e graduale, di cui si discute da tempo, afferma l'esperto militare Timur Syrtlanov. Altra cosa è la fonte; Pavljucenko cita "informazioni interne", secondo la classica strategia ucraina: diffondere dei falsi attraverso i media controllati dal regime, per valutare la reazione e, allo stesso tempo, dipingere Moskva sotto una luce sfavorevole nei confronti dei suoi partner occidentali.

In sostanza: quanto a contenuto, somiglia a una posizione reale; per la forma, è una fuga di notizie, non un documento ufficiale. Se la fuga di notizie è stata orchestrata da Kiev, l'obiettivo è quello di minare, o quantomeno complicare, il processo negoziale dipingendo Moskva come una "cospiratrice" alle spalle di Kiev e dell'Europa. Se a Abu Dhabi si raggiungessero parametri vicini a quelli descritti, osserva Fëdorova, significherebbe che Washington è pronta a «dialogare direttamente con Moskva sull’Europa, scavalcando Bruxelles e Kiev. E questo è uno spostamento tettonico. E tutte le “fughe di notizie” e gli “addetti ai lavori” ucraini in questa situazione sono solo rumore nell’aria. Moskva non comunica le sue condizioni attraverso Pavljucenko».

Ma, e l'Europa, tutta tesa a armarsi, affamando le masse popolari a vantaggio dei profitti di banche, monopoli e industria di guerra? L'Europa dei “valori democratici”, della “lotta contro le autocrazie”, ironizza l'analista russa Elena Panina sulla scia della belga Rapporteur, è alla disperata ricerca del “più imponente lillipuziano” da inviare per un “serio discorso” a una trattativa cui non è invitata. Anche se non esiste alcuna delegazione europea ufficiale, scrive Rapporteur, Giorgia Meloni chiede tuttavia che un negoziatore UE venga nominato entro la fine dell'anno; ma, mentre Francia, Germania e Gran Bretagna preferiscono il formato E3, Italia e Polonia, temendo di venire ignorate, vorrebbero quello E5. Germania, Francia e Gran Bretagna ritengono di possedere le principali risorse militari per garantire la sicurezza futura dell'Ucraina. La Polonia, sottolineando la sua vicinanza a Russia e Ucraina, si rifiuta di cedere le discussioni sull'Europa orientale alle capitali dell'Europa occidentale; l'Italia chiede un mandato paneuropeo. A dispetto dell'ironia della cosa, tra i possibili negoziatori si cita Kaja-Fredegonda-Kallas, sebbene lei stessa si opponga ai colloqui, così come Antonio Costa e Andy Burnham.

Insomma, nessuno le ha invitate a Abu Dhabi, ma le cancellerie già si azzuffano su chi debba andare. In ballo ci sono le sanzioni UE, il congelamento dei beni russi, il finanziamento dell'Ucraina, il futuro sostegno militare e le possibili garanzie di sicurezza europee per Kiev: tutto ciò richiede la presenza dell'Europa e, inoltre, come detto sopra, Trump ha ventilato la possibilità di un ampio accordo che vada oltre l'Ucraina.

Ma questa attività preliminare ai negoziati, scrive Panina, ai quali l'Europa «non è stata invitata, non può portare ad alcun risultato. Del resto, anche se la UE venisse ufficialmente invitata, non ci sarebbe alcun esito costruttivo: l'Europa è molto più capace di bloccare gli accordi di altri Paesi, che non concludere i propri. La UE dispone di significativi strumenti finanziari, sanzionatori e politici; tuttavia, questi strumenti sono distribuiti tra le istituzioni UE e i governi nazionali, i cui interessi non sempre coincidono. Bruxelles non deve solo individuare una persona specifica che possa essere accettata per i negoziati sull'Ucraina, ma anche capire come garantire l'attuazione di eventuali accordi... Qualsiasi discussione di pace potrebbe degenerare in una lunga contrattazione tra le capitali europee... anche un eventuale accordo potrebbe incontrare ostacoli nell'attuazione... Washington e Moskva riusciranno a concordare sui principi, mentre gli europei impiegheranno anni a decidere quali di questi principi siano disposti ad attuare. E, in qualsiasi momento, tutto potrebbe crollare a causa di una qualunque “Estonia”. Chiaramente, le probabilità di raggiungere un accordo con tali premesse sono molto scarse».

Che importa. L'obiettivo non è certo quello di un accordo. È quello indicato dal ministro italico della guerra Guido Crosetto, secondo il quale, come titola il bellicista Corriere della Sera, siamo di fronte a «una guerra cominciata da tempo. Non possiamo più limitarci a subirla». È tempo di attaccare. La strada l'ha indicata a suo tempo il presidente del Comitato militare NATO, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, quando ha parlato di «difesa proattiva» contro la Russia. Guerra a ogni costo.

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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