L'Egitto di Morsi
Una presidenza di Fratellanza Musulmana al Cairo: cosa resta della primavera araba?
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Dopo una settimana di totale incertezza sull'esito del ballottaggio presidenziale, il 24 giugno l'autorità militare al potere in Egitto ha annunciato la vittoria del candidato di Fratellanza Musulmana, Mohamed Morsi. Con una formazione scientifico-accademica negli Stati Uniti, Morsi è stata la seconda scelta del partito islamista, la cui conquista del potere apre diversi interrogativi sul futuro del paese e, più in generale, del sentiero che intraprenderà l'intero Medio Oriente. Il leader teorico di Fratellanza Musulmana, Sayyid Qutb ed il presidente siriano Bashar al-Assad dimostrano come l'educazione in occidente non significa condivisione di valori, anzi. E la figura di Morsi inizia ad aprire un numero crescente di interrogativi.
Sviluppi interni. Prima dei risultati delle elezioni presidenziali, lo SCAF – l'autorità militare al potere dopo la deposizione di Mubarak - ha annunciato di voler limitare i poteri del presidente e la Corte suprema ha sentenziato che le elezioni parlamentari, dominate da Fratellanza Musulmana, erano da considerare illegali. In molti hanno considerato questi eventi l'inizio di un colpo di stato da parte dei militari; ma, di fronte al possibile scontro con la popolazione tornata a riempire piazza Tahrir l'esercito ha scelto la via più morbida - abbandonando l'idea di annullare le elezioni o decretare la vittoria di Shafiq. Ancora oggi, comunque, i militari controllano di fatto molte delle prerogative solitamente spettanti all'esecutivo ed i posti chiave delle istituzioni sono di fatto dominati da membri dell'ex regime di Mubarak.
In questo clima, il neo presidente Morsi dovrà cercare di ottenere la definitiva transizione di potere dall'esercito e convincere il 48% degli egiziani che non l'hanno votato, terrorizzati dai possibili sviluppi del partito islamista al potere, di essere portatore di una politica moderata e riformista. Lo scenario più probabile che ci sentiamo di poter ipotizzare è quello di uno sviluppo sul modello politico della Turchia: con un esercito in grado di controllare e proteggere i propri interessi economici, la sicurezza nazionale, il budget della difesa. Lo scontro tra esercito e Fratellanza Musulmana è altamente improbabile perché entrambe le parti hanno interesse a lavorare insieme: da un lato, il partito islamista ha materialmente poco potere reale all'interno delle istituzioni, ma un'alta legittimità pubblica; l'esercito, d'altro lato, dispone di tanto potere grezzo, ma il sospetto da parte della popolazione di non volerlo cedere alle autorità civili. I lavori per stilare il nuovo testo costituzionale, più volte interrotto da parte dell'esercito per l'impossibilità di giungere ad un accordo tra i diversi gruppi della società civile, ci dirà la portata possibile di questo dialogo.
La vera sconfitta nella fase di transizione è la forza liberale, protagonista della rivoluzione ed ora completamente marginalizzata per quel che riguarda il futuro del paese.
La reazione della comunità internazionale. Il presidente Obama, che nella settimana di incertezza sull'esito del ballottaggio aveva dichiarato che entrambi i candidati avevano le giuste credenziali per condurre l'Egitto verso la democrazia, è stato tra i primi a telefonare a Morsi per congratularsi. Gli Stati Uniti sono il principale partner militare del Cairo – con oltre un miliardo di dollari all'anno in aiuti militari. Come continua a sottolineare correttamente Friedman sulle pagine del NYT, è giunto il momento che Washington inizi a convertire questi aiuti in sostegno alla ricerca, educazione e sviluppo, altrimenti il rischio è quello che il sentimento anti-americano sempre maggiore nel paese - ed ampiamente presente nella base partitica di Fratellanza Musulmana – potrebbe allentare i vincoli di alleanza tra i due paesi, fino al momento in cui gli Stati Uniti potrebbero iniziare a rimpiangere la presenza di Mubarak.
Anche In Israele, subito dopo l'annuncio della vittoria di Morsi vi è stata una dichiarazione molto conciliatoria da parte del primo ministro Benjamin Netanyahu, il quale ha affermato di voler continuare a lavorare diplomaticamente con il nuovo governo, per la conservazione dell'alleanza militare sancita dal trattato di Camp David del 1979, uno dei pochi elementi di stabilità della regione mediorientale. Nonostante le dichiarazioni di facciata, dunque, l'elezione di Morsi crea preoccupazione in tutta la regione. Tutti tranne l'Iran, non per la prospettiva di un'alleanza futura, ma perché maggiore è l'instabilità in Egitto, maggiore sarà la possibilità che i legami storici del paese con gli Stati Uniti e l'occidente si affievoliscano.
Cosa resta della primavera araba? Un anno e mezzo dopo l'ottimismo internazionale sui risvolti della primavera araba, il Medio Oriente è in una situazione di crescente tumulto politico. La Siria è sul baratro di una guerra civile il cui esito ultimo non è ipotizzabile; la Libia, dopo aver deposto Gheddafi, è soggetta a continui attacchi di milizie armate senza controllo ed un vuoto di potere di Tripoli che rende al momento impossibile ipotizzare una transizione democratica. Il rinvio delle elezioni ne è solo l'ultima conferma; la Tunisia, il primo paese a passare dal totalitarismo alla democrazia e da molti visto come il modello politico da seguire ha visto un preoccupante aumento degli scontri religiosi; lo Yemen, dopo 33 anni di regime di Saleh, si sta trasformando in una base operativa di al-Qaeda; Sudan, Oman e Bahrein sono travolti dalle crescente manifestazioni popolari di protesta e l'Arabia Saudita ha appena iniziato una lunga ed incerta fase di successione. In questo quadro, la situazione dell'Egitto e le scelte future che intraprenderanno Morsi e l'esercito condizioneranno in modo indelebile il percorso della regione. Il miglior scenario possibile: una transizione sull'esempio turco, con l'AKP di Erdogan come modello.

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