L'enigma somalo

Una nuova Costituzione e l'impegno internazionale contro pirateria e terrorismo riusciranno a far uscire il Paese da oltre 20 anni di anarchia?

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L'enigma somalo

Il processo di state building in atto. L’avvio, il 25 luglio, dei lavori dell’Assemblea Nazionale Costituente, incaricata di adottare una bozza costituzionale, è stata salutata dalla Comunità Internazionale come un  passaggio fondamentale nel processo di transizione somalo verso la stabilità politica. 
Il progetto costituzionale votato da soli 645 degli 825 delegati, è stato approvato con 621 voti favorevoli, 13 contrari e 11 astensioni. Il documento prevede la creazione di una Repubblica federale, composta da 18 regioni amministrative, che si fonda su disposizioni compatibili con i principi della legge islamica, riconosciuta come religione di Stato. Garantiti il diritto di credo, ma non di proselitismo per altre religioni, i diritti e le libertà delle minoranze, il pluralismo politico e i diritti fondamentali dell’uomo.   
Sulla base dell’ultimo accordo siglato ad Addis Abeba, le istituzioni del Governo Federale di Transizione estingueranno il loro mandato il 20 agosto e saranno sostituite da un nuovo Parlamento, un nuovo Governo e un nuovo Presidente. Il Parlamento sarà bicamerale, con una Camera Bassa composta da 225 membri, selezionati dai 135 capi tradizioni delle tribù somale e importanti membri della società civile, e una Camera Alta che conterà 54 membri, tre delegati per ogni regione. Il 30% dei seggi della Camera Bassa spetterà alle donne. Il Parlamento indicherà un proprio Presidente e un nuovo Capo di Stato (20 agosto), cui spetterà l’esercizio del potere esecutivo e la nomina di un Primo Ministro, incaricato di dar vita ad un Governo. 
 La bozza costituzionale sarà ora sottoposta a referendum alla fine del periodo di transizione e quando le condizioni di sicurezza lo renderanno possibile. Si tratta della seconda Costituzione sottoposta a referendum dall’indipendenza nel 1960.
 
L'impegno internazionale nel paese. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e il Gruppo di Contatto Internazionale sulla Somalia hanno sottolineato l’importanza di porre fine al processo di transizione il 20 agosto, invocando un’azione decisa contro chi minaccia la pace, la sicurezza e la stabilità in Somalia.
La realtà somala degli ultimi 21 anni, dalla caduta del regime di Siad Barre, è stata caratterizzata da un intreccio di instabilità politica, occupazione etiopica, tensioni sociali e regionali, illegalità diffusa, povertà, conflitti etnici, violazione dei diritti umani, pirateria, terrorismo e anti terrorismo. Fattori, questi, che hanno indotto a parlare nel caso somalo di “failed state”, “fallimento” dell’esperienza statuale che non può però essere ricondotto alla sola azione delle milizie di al – Shabaab, affiliatesi ad inizio febbraio al network di al – Qaeda. Sebbene la cellula qaedista risulti ora notevolmente indebolita, grazie alle sconfitte patite sul campo ad opera delle truppe somale, keniane e AMISOM, in breve tempo è riuscita ad occupare buona parte della Somalia centro meridionale.
Tuttavia le milizie islamiche sono un fenomeno recente, che non spiegano la reale dimensione della crisi. La comprensione dello status dell’attuale Somalia non può, infatti, prescindere dalla comprensione della sua realtà clanica e dei sistemi di alleanze e rivalità politiche emerse all’interno delle istituzioni nel corso della crisi. La ricerca di una soluzione secondo lo schema occidentale ha poi trascurato la realtà del territorio, ossia di un Somaliland di fatto indipendente, un Puntland che mira ad una forte autonomia all’interno di uno Stato Federale e un TFG debole, tenuto in vita dalle Forze AMISOM, la Missione dell’Onu e dell’Unione Africana. L’obiettivo delle Organizzazioni Internazionali, tra i tanti e ripetuti fallimenti, era infatti la creazione di un forte governo centrale a Mogadiscio, che ebbe però come primo limite il non coinvolgimento di importanti realtà regionali quali gli stessi Somaliland e Puntland e parte dell’opposizione all’occupazione etiopica dell’Alleanza per la ri – liberazione della Somalia. 

Il ruolo dei paesi africani. Non vanno poi tralasciati gli interessi, spesso conflittuali, degli altri attori regionali coinvolti, si pensi a Etiopia, Eritrea e Kenya, che hanno cercato di approfittare della possibile disgregazione somala per dar vita a tante aree su cui esercitare influenza. L’Etiopia rimane il Paese più interessato alle vicende somale. Da una fase di interventismo diretto (2006-2009), è passata ad una strategia indiretta di sostegno alle milizie, sempre al fine di impedire la rinascita di un governo centrale forte e islamico, possibile sostenitore delle istanze della componente musulmana etiope. La Somalia è, poi, al centro di un latente conflitto asimmetrico tra Asmara ed Addis Abeba. Obiettivo comune è quello di evitare una ricaduta della crisi sulle aree di confine, ostacolare la penetrazione ideologica e strategica di al - Shabaab e, nel caso keniano, le ripercussioni economiche che una minaccia alla sicurezza nazionale come i rapimenti e gli attentati ad opera dei miliziani somali causano al settore turistico keniota. C’è poi da considerare il protagonismo militare e politico di nuovi attori come l’Uganda, forte del suo crescente contributo in AMISOM che gli garantisce un cospicuo ritorno economico e alimenta l’ambizione di sostituire l’Etiopia quale attore regionale di riferimento degli USA nella lotta al terrorismo. Altrettanto determinante, l’azione di soggetti internazionali, come gli Stati Uniti o l’UE e la loro lotta globale al terrorismo, al contrasto della pirateria e l’interesse per i flussi commerciali nell’Oceano Indiano, che hanno influito negativamente su una rapida ricomposizione politica e sull’azione della Comunità Internazionale, sacrificando la soluzione delle situazioni interne (istituzionali, economiche e di sicurezza) agli interessi di sicurezza globali.  

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