L'eredità di Hu Jintao

La nuova leadership a Pechino: tra aspirazioni di grande potenza e rischi guerra fredda con gli Usa.

1941
L'eredità di Hu Jintao

Il prossimo novembre la Repubblica popolare cinese vivrà uno storico cambio di leadership: la presidenza, vice-presidenza, la maggior parte delle cariche nel Politburo, il Consiglio statale e la Commissione militare vedranno nuove figure al timone. E' tempo dunque di bilanci per l'entourage di Hu Jintao, al potere per una decade, in cui la Cina ha definitivamente conquistato il ruolo di grande potenza economica globale, ma non ha ancora colmato le tante contraddizioni interne del paese. L'obiettivo di Hu di costruire una “società armoniosa” è lontano. Gestire le trasformazioni sociali ed economiche interne, da un lato, e divenire una potenza politica globale, dall'altro, saranno i principali obiettivi del nuovo governo, con molta probabilità guidato dall'attuale vice presidente Xi Jinping.
Rimane profondamente dibattuto tra gli analisti internazionali se la Cina di oggi abbia o meno una strategia da grande potenza in politica estera. Secondo Wang Jisi a tal fine è necessario rispondere a queste domande: Quali sono gli interessi fondamentali del paese? Quali fattori esterni li minacciano? E cosa può fare una leadership nazionale per salvaguardarli?  Secondo molti esperti, la Cina non ha ancora sviluppato una grand strategy in politica estera per due motivi principali: da un lato, le scelte internazionali della Cina negli ultimi trent'anni hanno solo risposto ad esigenze di priorità interne del paese; d'altro lato, la dirigenza comunista non ha mai pubblicato nessun documento ufficiale che elencasse in modo chiaro gli interessi di fondo della politica estera cinese. Tuttavia, il peso economico acquisito e la capacità della Repubblica popolare di influenzare le decisioni internazionali hanno superato anche le aspettative dei suoi leader ed è divenuto fondamentale che la comunità internazionale comprenda gli interessi di fondo del paese che influenzerà le relazioni internazionali nelle prossime decadi.

A muovere storicamente le principali scelte della leadership cinese è stato il timore di un disordine interno fomentato da minacce esterne: la dinastia Ming è collassata nel 1644, dopo che contadini ribelli occuparono Pechino e la regione di Manchu, con la collaborazione di generali Ming; tre secoli dopo la dinastia Qing finì per una serie di rivolte interne, coincise con l'invasione occidentale e giapponese; la fine del potere del Kuomintang e l'inizio della Repubblica popolare cinese nel 1949 è stata causata da una serie di rivolte interne, incentivate dall'Unione Sovietica e dal movimento comunista internazionale. E anche da Mao a Hu Jintao, il timore di ribellioni interne fomentate dall'esterno è continuato ad essere il principale motivo determinante della politica estera cinese.
Con questo elemento di sottofondo, la decade di potere di Hu è stata orientata nel tentativo di delineare un nuovo patto sociale, volto ad incentivare la crescita economica, ma enfatizzando il buon governo, il miglioramento delle condizioni sociali, l'ambiente, l'attività individuale, il sistema finanziario ed i consumi interni. Illuminante in tal senso un discorso pronunciato dal presidente cinese nel 2009 sul nuovo volto che la politica estera di Pechino doveva avere: la diplomazia cinese deve "salvaguardare gli interessi di sovranità, sicurezza e sviluppo”. Dai Bingguo, esperto di relazioni esterne nel Politburo, ha poi meglio definito gli interessi strategici cinesi in un articolo pubblicato nel dicembre 2011: stabilità politica, in particolare della leadership del CCP e del sistema sociale; sicurezza sovrana, intesa come integrità territoriale e unificazione nazionale; sviluppo sostenibile e duraturo dell'economia. A parte la questione di Taiwan, che Pechino considera parte integrante del territorio cinese, il governo non ha mai identificato un singolo elemento come interesse strategico nazionale del paese. Dunque, finché sovranità, sicurezza e sviluppo continueranno ad essere i principali obiettivi e nessun particolare problema metterà in pericolo la leadership del CPP o l'integrità territoriale, Pechino rimarrà interessata solo a garantire il suo sviluppo economico. “Mantenere lo sviluppo economico come pilastro di riferimento, integrato e coordinato con le priorità interne e le situazioni internazionali", la perfetta sintesi di Hu in un noto discorso del  2006 davanti alla Commissione centrale del CPP.
Ma questa visione di basso profilo nelle relazioni internazionali seguito da Hu, riconducibile all'approccio di Deng Xiaoping -  la Cina, finché resterà un paese in via di sviluppo e l'occidente continuerà a non rappresentare una minaccia considerevole per Pechino, deve mantenere un approccio di low profile per affrontare le priorità interne - non è  praticabile nel lungo periodo. Su alcuni temi come il cambiamento climatico, la sicurezza energetica, il terrorismo internazionale e la proliferazione delle armi di distruzione di massa, Pechino deve affiancare gli Stati Uniti nelle scelte e mostrare una politica estera più assertiva. Ancor più criticabile la visione maoista alle relazioni esterne, che ancora attira diversi sostenitori in Cina, vale a dire considerare l'occidente, e gli Stati Uniti in particolare, come la minaccia permanete al progresso della Cina e propendere per un'azione aggressiva, ad esempio con alleanze con i nemici dell'occidente (Iran, Corea del Nord e Russia) e l'utilizzo dei bond del Tesoro Usa a scopo di ricatto politico. La visione rimane debole, perché non si può costruire una grand strategy su un nemico, ed anche contraria agli interessi stessi del paese, dato che lo sviluppo economico di Pechino è legato al benessere economico occidentale.  
L'idea di un  “consensus di Pechino" che possa sfidare il sistema, i valori e la leadership occidentale non rispecchia gli attuali interessi cinesi: di fronte ad una pressione interna ed internazionale crescente, la Cina rimane sobria negli obiettivi: la sua principale preoccupazione è come difendere gli interessi nazionali – sovranità sicurezza e sviluppo – e se un principio guida deve essere individuato, questo sarebbe il miglioramento delle condizioni di vita dei cinesi, il welfare e giustizia sociale, quindi ancora priorità interne. Ma il successo di questi obiettivi dipende dalla capacità di Pechino di farsi attivo promotore della stabilità globale. Per questo nella prossima decade, la dirigenza cinese dovrà assumere un ruolo più intraprendente nell'affrontare quelle questioni, come il terrorismo e la proliferazione delle armi di distruzione di massa, che minacciano la stabilità futura delle relazioni internazionali.

 

 
Le relazioni con Usa: coesistenza pacifica o nuova guerra fredda
 



Nel settembre del 2005, l'allora sottosegretario di Stato Robert Zoellick invitava la Cina a divenire un “stakeholder” responsabile del sistema internazionale. Lo scopo dell'amministrazione Bush era quello di spingere le relazioni oltre le tradizionali questioni bilaterali – Taiwan, diritti umani e controversie economiche – per stabilire una cooperazione duratura nel Nord est asiatico, il Golfo persico e l'Africa; oltre che stabilire una strategia comune di lotta al terrorismo internazionale, la proliferazione delle armi di distruzione di massa e la pirateria. L'approccio è rimasto immutato durante l'amministrazione Obama. Il 19 gennaio 2011 l'attuale presidente americano e quello cinese Hu Jintao hanno rilasciato una dichiarazione comune al termine della viista di Hu a Washington in cui si impegnavano ad una relazione “positiva, cooperativa e duratura”. Gli Stati Uniti affermavano nuovamente di essere favorevoli ad una Cina forte, prospera ed in grado di giocare un ruolo decisivo a livello internazionale; Hu accoglieva gli Stati Uniti come una nazione che nel pacifico asiatico possa contribuire alla pace, stabilità e prosperità della regione.
Non solo retorica tra i due presidenti, ma i motivi di tensione sono diversi ed in molti sollevano interrogativi preoccupanti per il futuro delle relazioni internazionali: si arriverà ad un livello di tensioni paragonabile alla guerra fredda? E per gli Stati Uniti sarà anche una sfida più pericolosa, perché la Cina, al contrario dell'URSS si presenta come un concorrente economico e non solo geopolitico.
Due aspetti in particolare determineranno il futuro prossimo delle relazioni dei due paesi: la potenza navale nel Pacifico asiatico e l'utilizzo dei bond del Tesoro americano in possesso della Repubblica Popolare.
Alcuni responsabili della sicurezza americana sostengono che la politica cinese persegua due obiettivi di lungo periodo che produrranno inevitabilmente uno scontro con Washington: sostituire gli Stati Uniti come la principale potenza nel Pacifico occidentale e costruire in Asia un blocco compatto dipendente dalle scelte e dagli interessi della Cina. Anche se le capacità militari della Cina non sono ancora comparabili a quelle degli Stati Uniti, Pechino possiede l'abilità di porre rischi inaccettabili in un conflitto con Washington e sta sviluppando meccanismi che limitano i tradizionali vantaggi militari americani, in particolare la sua invulnerabile second-strike capacità nucleare e la posizione navale dominante nel Pacifico. I paesi limitrofi della Cina, dipendenti da quest'ultima economicamente e incerti su eventuali reazioni americane, potrebbero scegliere la protezione di Pechino, dando il via ad un blocco asiatico sino-centrico in grado di dominare tutto il Pacifico occidentale: la strategia difensiva più recente in America riflette almeno parzialmente tali preoccupazioni. Nessun dirigente cinese ha proclamato tale politica come interesse strategico di Pechino e le spese militari recenti cinesi non sono un fatto straordinario. Sottolinea, infatti, Kissinger come sarebbe strano il contrario, vale a dire che la seconda potenza economica mondiale non volesse incrementare le risorse per la propria sicurezza interna, visto che deve affrontare la Russia a nord; il Giappone e la Corea del Sud, alleati principali degli Stati Uniti nel continente, ad est; Vietnam e India a sud; Indonesia e Malesia al confine.
Il tradizionale senso di accerchiamento, che ha contraddistinto la politica estera della Cina, potrebbe rendere più aggressive le prossime scelte della leadership cinese. Da sempre il principale timore della Cina è che una potenza estera possa stabilire una presenza militare intorno ai confini del paese, tale da accerchiare il suo territorio o mettere a rischio le sue istituzioni. Quando ha temuto che potesse verificarsi una tale ipotesi in passato, ha sempre scelto la via della guerra: in Corea nel 1950, contro l'India nel 1962, per i confini con l'Urss nel 1969 e contro il Vietnam nel 1979. Dal canto suo, la paura degli Stati Uniti è quella di essere spinto fuori dall'Asia da un blocco compatto sino-centrico di nazioni. E anche l'America ha in passato scelto la via bellica contro la Germania ed il Giappone per evitare una tale possibilità e continuare ad esercitare la propria influenza nel continente.
Si può riconciliare la paura dell'egemonia e l'incubo di essere accerchiati? E' possibile trovare uno spazio in cui ognuno possa trovare i suoi spazi senza militarizzare le loro strategie? Storicamente la crescita di nuove potenze ha sempre comportato conflitti con quelle esistenti. Ma le condizioni delle relazioni attuali sono cambiate: le potenze che hanno scelto la guerra nel 1914 non l'avrebbero fatto se avessero conosciuto il loro esito, i leader contemporanei non hanno le stesse illusioni. Una guerra su larga scala tra grandi potenze nucleari oggi comporterebbe danni e perdite non giustificabili con nessun possibile obiettivo militare potrebbe giustificare. Il vero obiettivo deve essere quindi la costruzione di un ordine internazionale in cui entrambi siano componenti significative. La tattica del containment applicata per arginare l'ascesa dell'Unione Sovietica non è oggi possibile verso la Cina: l'economia sovietica era debole e non in grado di influenzare i mercati internazionali; al contrario l'economia cinese è un fattore dinamico nell'economia mondiale ed è un partner importante di tutte le potenze occidentali ed una disputa prolungata tra Cina e Stati Uniti sarebbe un fattore destabilizzante per tutta l'economia globale.
L'attuale ordine internazionale è stato costruito in gran parte senza la partecipazione cinese e Pechino a volte si sente legato da regole che non le appartengono. Dove quest'ultime non sono considerate adeguate ai suoi interessi, Pechino ha creato accordi alternativi. Anche se la Cina non sarà in grado di plasmare un nuovo ordine mondiale come hanno fatto gli Stati Uniti dopo la fine della seconda guerra mondiale, Pechino sta già esercitando diverse forme di dominio: può pretendere che le imprese europee ed americane condividano le loro tecnologie prima di poter accedere nel mercato; può permettersi di tenere costantemente sottovalutato lo yuan, un classico esempio di politica beggar-thy-neighbor che mina l'apertura del commercio e della finanza internazionale, può influenzare le scelte politiche di stati africani da lei dipendenti. Tutte dimostrazioni che il dominio internazionale cinese è già tangibile. Infine, la questione dei bond del Tesoro americano posseduti dalla Banca centrale cinese potrebbe risultare l'elemento in grado di destabilizzare maggiormente le relazioni tra i due paesi: come nel 1956 quando Washington decise per una vendita eccezionale di sterline alla borsa di New York per costringere gli inglesi a ritirarsi da Suez, la Cina potrebbe a breve utilizzare il suo potere economico-finanziario per orientare le scelte di politica internazionale degli Stati Uniti. Basterebbe che iniziasse a vendere parte dell'enorme debito pubblico americano in loro possesso, per generare il panico negli investitori sulla tenuta del dollaro e gli Usa perderebbero la loro tripla AAA.
Senza la delineazione chiara degli obiettivi e regole condivise di limitazione delle sfere d'influenza in grado di istituzionalizzare la rivalità, è molto probabile che ci sia un'escalation delle tensioni tra i due paesi. Washington e Pechino dovranno prendere a breve una decisione che cambierà il volto delle relazioni internazionali: rafforzare la cooperazione nell'affrontare le principali questioni che minacciano la stabilità globale – crisi finanziaria, terrorismo, pirateria e proliferazione di armi di distruzione di massa -  o scegliere una nuova forma di guerra fredda.

 

 
Cosa pensano gli esperti
 


Kissinger. Nonostante diversi gruppi di pressione a Washington e Pechino considerino inevitabile lo scontro per la supremazia tra i due paesi, l'ex Segretario di Stato dell'amministrazione Nixon considera che tale scelta sarebbe l'errore più grande per il futuro delle relazioni internazionali. Non vi è alternativa alla cooperazione, unica opzione praticabile.

 

Kaplan. La Cina oggi sta consolidando i suoi confini e iniziato a guardare all'estero con una politica estera intraprendente soprattutto in Asia. Il dinamismo interno della Cina crea ambizioni esterne. “Gli imperi raramente si formano per un disegno, ma crescono in modo organico. Come gli stati diventano più forti, coltivano nuovi bisogni e apprensioni che li costringono ad espandersi in diverse forme”. Il professore americano profetizza dunque un futuro da guerra fredda con gli Stati Uniti e nessuna possibilità per un futuro di cooperazione tra i due paesi.



Subramanian. Secondo un'analisi sviluppata dall'esperto del Peterson Insitute di International relations, l'economia cinese supererà quella americana prima di quanto possano pensare molti analisti, nel 2030, e potrà utilizzare il peso economico acquisito per assumere un maggiore peso dominante a livello internazionale e modificare tutte le istituzioni del “Washington consensus” a tutela dei suoi interessi.

 

Wang Jisi. Secondo il Professore di relazioni internazionali all'Università di Pechino, la comunità internazionale non ha ben compreso le linee guida della politica estera cinese. La Cina basa le sue scelte internazionali su sovranità, sicurezza interna e sviluppo. Non ha quindi intenti aggressivi, ma l'ignoranza occidentale nel comprendere le esigenze di Pechino potrebbe essere il fattore di maggior rischio nell'escalation delle violenze.
 


 

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