L'"eurochavismo" secondo Gianni Vattimo

"L’idea che ho dell’America Latina progressista è quella di un modello possibile di rivoluzione

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L'"eurochavismo" secondo Gianni Vattimo



Il filosofo italiano ed ex europarlamentare Gianni Vattimo è stato in Venezuela come membro della giuria del "Premio Libertador al Pensamiento Crítico" ed in un'intervista a ‘Correo del Orinoco’ ha difeso l'idea di "eurochavismo" sostenendo come "l’idea che ho dell’America Latina progressista è quella di un modello possibile di rivoluzione".
 
Qual è adesso la «mitologia» dominante?
Per me è una: l’eurochavismo.

Eurochavismo?
Sì. Ma noi non abbiamo petrolio. Per fortuna, perché altrimenti saremmo…

Sareste rentiers, come noi. Come delinea l’eurochavismo? E come lo vede?
Effettivamente, l’idea che ho dell’America Latina progressista è quella di un modello possibile di rivoluzione. Perché non lo vedo negli stati europei, né ovviamente negli Stati Uniti […]Io una volta scrissi una relazione intitolata «L’America Latina come futuro della nuova l’Europa»; cioè, che si tratta di un continente giovane, con risorse, dove vi sono state trasformazioni significative, le più importanti degli ultimi decenni, perché non si può immaginare che il modello sia l’India o la Cina, paesi che si stanno sviluppando in una maniera capitalista tradizionale, qui è diverso. Per questo sono un latinoamericanista convinto.

Cosa vede in America Latina in questo momento che può servire da esempio?
Il problema è che Chávez è morto. Ovviamente uno dice: tutto è eccessivamente personalistico. Sì, ma la rivoluzione ha bisogno di leaders. Quando non hai un capo riconoscibile i poteri che gestiscono la democrazia formale, italiana, atlantica, europea, nordamericana, necessitano di una forma dove non c’è caudillismo. Credo ci sia bisogno di una figura carismatica, continuo a pensare sia necessaria, per esempio in situazioni dove le trasformazioni politiche sono radicali e rapide.

Ma Chávez non c’è più.
Questo è il punto. Penso che fondamentalmente si tratti di resistere alla ‘democratizzazione’ diffusa. Ciò che spero possa ancora verificarsi è la politica delle comuni; cioè moltiplicare i luoghi di resistenza locale alla globalizzazione, è l’unica maniera.

Crede che anche in Venezuela sia così?
Sì, lo vedo soprattutto per i paesi europei, dove l’unica speranza di una situazione politica tollerabile è la moltiplicazione dei movimenti politici locali, di resistenza, per limitare il potere del capitalismo distruttivo. Uno immagina la forza distruttiva dell’industrializzazione forzata di molti luoghi, come qui in Venezuela. Mi spiegavano che ci sono rischi d’inquinamento ambientale per estrarre più petrolio. Questo è un punto.

Vede comunque il Venezuela come una speranza, anche senza il Comandante Chávez?
Sì. Diciamo che conosco la situazione venezuelana un po’ meglio dei miei colleghi europei che leggono solo i giornali… Ma ovviamente non so se ho ragione. Mi sembra che qui ci sia una… politica per esempio, che in Europa non vedo affatto. Ma in ogni caso, la speranza è l’ultima…

A parte il suo essere filosofo, lei ha speranza?
Sì, abbastanza.

E crede nel comunismo?
Credo nel comunismo. Se non fossi cristiano non sarei comunista.

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