Libano: nuovo scenario, vecchi conflitti
L'attentato ad al-Hassan: il precario equilibrio libanese travolto dalla crisi siriana. Le implicazioni future regionali
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L’autobomba che è esplosa venerdì 19 ottobre vicino Piazza Sassine, nel quartiere cristiano di Ashrafieh, a Beirut, è l’ultimo di una serie di omicidi che, dal tentato assassinio dell'ex ministro Marwan Hamadeh e l'assassinio dell'ex Primo Ministro Rafik Hariri nel 2005, oppone sostenitori e detrattori del regime di Damasco. Indirettamente connesso alla rivolta siriana, l’episodio ha alimentato i timori di quanti vedono nel carattere confessionale della crisi nella vicina Siria una seria minaccia per il precario equilibrio libanese.
Le implicazioni dell'attentato ad al-Hassan. Le comunità libanesi – sunnita, sciita e cristiana – che hanno combattuto la guerra civile fra il 1975 e il 2000 sono, infatti, state polarizzate dal conflitto siriano, con i sunniti che sostengono i ribelli, gli sciiti che sostengono il regime di Assad ed i cristiani divisi tra i due fronti. L’attentato ha, inizialmente, materializzato il rischio di una nuova guerra settaria, anche alla luce dei recenti episodi di sconfinamento del conflitto siriano in territorio libanese e della storica ingerenza di Damasco nelle vicende libanesi.
Obiettivo dell’attacco era, invece, il Generale Wissam al-Hassan, musulmano sunnita e capo del servizio informazioni delle Forze di Sicurezza Interna libanesi. Il nome del Generale, come ricostruito dallo stesso Premier libanese, Najib Mikati, è immediatamente riconducibile al recente arresto dell'ex Ministro dell’Informazione, Michel Samaha, rinviato a giudizio dalla Magistratura libanese con l'accusa di pianificare attacchi per destabilizzare il Libano su ordine di Mamlouk, capo dell’Intelligence siriana. Hassan aveva avuto un ruolo centrale nell’arresto di Samaha ed in passato aveva assistito il Tribunale Speciale per il Libano che indagava sull’omicidio dell’ex Premier Rafik, mettendo sotto accusa alcuni membri di Hezbollah. Il Generale aveva smascherato una rete di spionaggio israeliana, aveva sventato diversi attentati e stava indagando su diversi omicidi che vedevano implicati il regime siriano e il suo alleato libanese, Hezbollah. Hassan era considerato politicamente vicino alla coalizione 14 Marzo, creata in seguito all’assassinio di Hariri da suo figlio, Saad, e fortemente attestata su posizioni anti-siriane.
Il precario equilibrio politico libanese. L’uccisione di Hassan ha infiammato l’opinione pubblica libanese e innescato una crisi politica. L’opposizione, rappresentata dalla coalizione 14 Marzo, ha chiesto, infatti, le dimissioni immediate del Governo Mikati e la formazione di un “governo di salvezza nazionale neutrale”. I principali leader dell’opposizione ritengono, infatti, che dietro l’attentato ci sia la mano di Damasco e considerano direttamente responsabile lo stesso Governo Mikati, giudicato troppo vicino al Presidente Assad e al suo alleato libanese Hezbollah, parte della coalizione governativa. Chiamando a raccolta i propri sostenitori, Saad Hariri, leader del Movimento Futuro, ha trasformato il funerale di Hassan in una manifestazione contro l’ingerenza siriana in Libano e contro l’attuale Governo. Dopo i funerali però, la manifestazione è degenerata e mentre alcuni manifestanti hanno cercato di assaltare il Grand Serail, il palazzo del Primo Ministro e sede del governo, altri hanno bloccato le principali strade e autostrade del Paese e alcuni scontri armati si sono verificati nelle due regioni a maggioranza sunnita di Shatila e Qasqas, ad ovest di Beirut, e nella città di Tripoli, dove, nonostante il dispiegamento dell’Esercito, negli scontri tra sunniti e alawiti sono rimaste uccise 10 persone e ferite altre 65.
Lo sconfinamento della crisi siriana. Prima dello sconfinamento in territorio turco, la crisi siriana aveva manifestato i suoi effetti proprio nella città settentrionale libanese di Tripoli. Dall’inizio del conflitto siriano, infatti, i miliziani di Bab al Tabbane e quelli di Jabal Mohsen, due quartieri di Tripoli, hanno ripreso a scontrarsi con più frequenza. Le due aree sono abitate rispettivamente da una maggioranza sunnita, che sostiene la causa dei ribelli siriani e da una alawita, che appoggia il regime di Assad. Agli scontri si sono accompagnati gli assassini di autorità religiose come quello di Sheikh Ahmed Abdel-Wahed, ucciso il 20 maggio dall’Esercito libanese a Koueikhat, nel nord del Libano, ad un posto di blocco e quello dello Sheikh Khaled al-Baradei. Abdel – Wahed era un sunnita, da poco eletto sindaco di Bireh con la sua lista civica “Supporto alla Rivoluzione siriana”, legata al Movimento Futuro di Hariri. Al-Baradei, sunnita anch’egli, è stato ucciso ad agosto da un cecchino nella città di Tripoli, alimentando i timori di una ricaduta sul territorio libanese della crisi siriana. In più, dall’inizio della rivolta anti - regime in Siria, diversi missili, granate e colpi di mortaio continuano a colpire il Paese dei Cedri. Nel mese di ottobre, almeno una decina di missili hanno colpito il villaggio libanese di Tufail, nella Valle della Bekaa, senza però provocare vittime.
Cosa aspettarsi ora a livello politico. Mentre il Consiglio Superiore della Magistratura ha approvato la nomina del giudice Nabil Wehbe a capo delle indagini sulla morte di Hassan, l’ipotesi più accreditata è che lo scopo dell’attentato fosse quello di esacerbare le divisioni confessionali, indurre l’esecutivo a presentare le dimissioni e far precipitare il Paese in un nuovo vuoto politico, magari facendo slittare le elezioni parlamentari del 2013. Diversamente dal 2005, quando l’assassinio di Hariri diede il via ad un’ondata rivoluzionaria, sostenuta dalle diplomazie Occidentali, che costrinse il regime di Bashar alAssad a ritirarsi dal Libano, oggi l’obiettivo del governo e dell’Esercito, anche su invito delle Cancellerie Occidentali, è quello di mantenere la stabilità e l’unità nazionale “al fine di evitare che il Libano si trasformi di nuovo in un campo di battaglia per la regolazione di conti regionali”.
Le implicazioni regionali dell'attentato. L’omicidio di Hassan va anche letto alla luce di uno dei più basilari conflitti della regione che, fondato su logiche settarie, oppone l’asse composta da Siria, Iran e Hezbollah a quella composta dall’Occidente e dall’Arabia Saudita. Il leader dei sunniti libanesi Saad Hariri è un cliente abituale della Monarchia saudita, in prima linea nel tentativo di spodestare Assad mente la tenuta di Hezbollah in Libano è sempre più connessa alla sopravvivenza di Assad.
Accanto alla pista siriana, resta però ancora aperta quella che vedrebbe Israele come responsabile dell’omicidio. Alcuni osservatori fanno infatti notare che, a meno che l’uccisione di Hassan non sia stata una vendetta, il governo siriano non avrebbe avuto nessun interesse nel destabilizzare un governo alleato come quello Maliki – Hebollah. Cambio di regime che invece sarebbe ben accolto da Israele.

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