Myanmar: un genocidio in corso

La storia dei Rohingya, una comunità di un milione di persone discriminate, attaccate e senza cittadinanza nel mondo

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Myanmar: un genocidio in corso

Nella provincia occidentale birmana di Rakhine sono riprese da una decina di giorni le violenze etniche tra la maggioranza buddista e la comunità musulmana. In un paese storicamente abituato a gestire rivolte e violenze etniche, la situazione attuale dei musulmani Rohingya è da catalogare al livello di catastrofe umanitaria, tale da richiedere un'investigazione internazionale per accertare le responsabilità del governo centrale.
 
Un paese sorto sui conflitti etnici. Nella storia del Mynamar, le tensioni etniche non sono una novità: appena due mesi dall'indipendenza nel 1948, il primo ministro U Nu ha dovuto fronteggiare due rivolte, che hanno portato il paese sull'orlo del collasso. Da allora, il Myanmar convive con le insurrezioni etniche - negli anni '90 se ne registrarono addirittura 40 – ed i tentativi di mediazione per trovare una soluzione di pace duratura con le minoranze – in particolare quelle di U Nu negli anni '50 sia con i Karen che con i Shan – sono sono stati spesso il pretesto della deposizione dell'uomo al potere.  Nel 1967, la folla attaccò gli uffici governativi di Sittwe, capitale della provincia di Rakhine, primo atto della violenza tra la maggioranza buddista e la minoranza musulmana locale dei Rohingya.
 
Chi sono i Rohingya? Minoranza di religione musulmana con origini nel Bangladesh, con una popolazione di circa un milione di abitanti, i Rohingya hanno sempre accusato il governo centrale di perseguire una politica discriminatoria nei loro confronti. Il Myanmar non li riconosce come una delle 135 minoranze etniche presenti nel paese e per questo non gli ha mai garantito la cittadinanza.
Nonostante la stragrande maggioranza della comunità sia nata in Myanmar, il resto della popolazione (circa tre milioni di religione buddista) li considera come intrusi. In un rapporto pubblicato recentemente, Human Rights Watch ha sottolineato come le leggi del paese discriminino enormemente i Rohingya, in particolare per quel che riguarda la libertà di circolazione ed i diritti di proprietà. La terra dove vivono può essere loro espropriata in qualunque momento. 
 
Le origini delle nuove violenze etniche. Dopo diciassette anni di tregua, a maggio, a Rakhine è tornata la violenza. Le origini vengono imputate ad un fatto di cronaca: una donna buddista violentata ed uccisa da tre musulmani, che ha generato la spedizione punitiva contro la popolazione dei Rohingya, che ha determinato la ripresa delle ostilità tra i due gruppi etnici.
Dopo una breve tregua estiva, domenica 21 ottobre gli scontri sono ripresi e con una intensità ancora maggiore, ma per ragioni ancora non ben definite. Il bilancio che ha fatto recentemente il rappresentante delle Nazioni Unite a Yangoon, Ashok Nigam, parla di 84 morti ed oltre 22 mila persone - la maggior parte musulmani - al momento senza casa e dispersi. Secondo le organizzazioni dei diritti umani, tuttavia, le cifre della catastrofe umanitaria in corso sono molto superiori: oltre 100 mila dispersi.
 
Il comportamento del governo. In un momento in cui l'autorità militare al potere ha dimostrato alla Comunità Internazionale di voler intraprendere un progressivo sentiero per la liberalizzazione e la democratizzazione del paese, lo scontro tra musulmani (circa il 4% della popolazione) e buddisti (90%) nello Stato di Rakhine sta mettendo in crisi il governo semi-civile del presidente Thien Sein. Un suo portavoce, Zaw Htay, ha recentemente dichiarato che il governo non è al momento in grado di dare una soluzione definitiva alle violenze ed ha aumentato il numero delle Forze di sicurezza, imposto il coprifuoco e lo stato d'emergenza nelle città più colpite. 
I Rohingya accusano Yangoon di non aver voluto fermare le violenze ed anzi averle favorite. Accusa ripresa anche da alcune Ong, in particolare Human Rights Watch, che in più di un rapporto ha sottolineato come le Forze di sicurezza  siano arrivate troppo tardi per impedire le violenze ed una volta a Rakhine abbiano aperto il fuoco contro i Rohingya. Alcuni analisti sottolineano anche come le violenze nella provincia occidentale del Myanmar siano il pretesto che il governo cercava per distogliere l'attenzione dalla repressione in atto nello Stato di Kachin, ricco di risorse naturale e che cerca una maggiore autonomia, affascinato dai progetti cinesi di sviluppo. 
In agosto, il presidente del Myanmar, Thein Sein, ha annunciato l'introduzione di una commissione composta da esponenti dei diversi gruppi politici  e religiosi per investigare sulle violenze a Rakhine. Mossa apprezzata da Ban Ki Moon, ma non dal rapporteur Onu della situazione dei diritti umani in Myanmar, Tomas Quintana, che aveva chiesto una commissione indipendente delle Nazioni Unite per accertare le responsabilità delle autorità, su un uso della forza considerata sproporzionata ed altre gravI violazioni dei diritti umani per restaurare l'ordine. Accuse molto gravi, che potrebbero creare tutti i presupposti legali per accusare Yangoon di crimini contro l'umanità e forse genocidio.
 
La risposta internazionale. La catastrofe umanitaria in corso sta già creando gravi tensioni a livello regionale. Migliaia di Rohingya stanno cercando di fuggire dalle violenze e perlopiù cercano rifugio nel vicino Bangladesh. Molti vengono però respinti: il Bangladesh ha rafforzato i controlli lungo le sponde del fium Naf, confine naturale dei due paesi, dove le barche sovraffollate dei pescatori Rohingya tentano di arrivare.
Nello scorso giugno, quando la crisi a Rakhine si era intensificata, il ministro degli Esteri del Bangladesh, Dipu Moni, aveva chiarito con toni molto duri come il suo paese non voleva dar protezione a nessun altro rifugiato, nonostante le richieste internazionali di aprire i confini, perché già ampiamente “sovraccaricato”. Del resto, nei campi profughi bengalesi, i Rohingya vivono in condizioni che Human Rights Watch ha definito come “le peggiori mai viste”, con un incredibile tasso di malnutrizione tra i bambini, assenza di acqua potabile, mancanza delle condizioni minime d'igiene, restrizioni alla libera circolazione e gravi violazioni dei diritti umani.
Proprio oggi il segretario dell'Asean, Surin Pitsuwan, ha dichiarato che il Myanmar ha rigettato un'offerta di tavolo delle trattative a tre con ASEAN,  Nazioni Unite e Myanmar per impedire che le violenze possano uscire dai confini nazionali.  "Il Myanmar crede che sia una questione interna, ma può scatenare conseguenze drammatiche in tutta la regione se non affrontata a dovere", ha sostenuto Surin.

L'ambiguo comportamento del governo centrale, l'ennesima dimostrazione di impotenza della Comunità Internazionale e la mancanza di un'organizzazione regionale con poteri coercitivi in caso di minaccia alla pace, al contrario dell'Africa, rendono la questione delle discriminazioni e delle violenze contro la comunità dei Rohingya senza soluzione apparente. Per un paese che aveva intrapreso la via della riforma democratica – con la riammissione di Aung San Suu Kyi alla vita politica del paese, la liberazione di diversi prigionieri politici e la garanzia di elezioni libere – rappresenta tuttavia un grave passo indietro e dovrebbe far ripensare l'occidente sulla cessazione delle sanzioni economiche contro l'esecutivo del Myanmar.

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