“Non c’è stato un dollaro americano speso in Europa e nella Nato che non abbia servito gli interessi americani”. Intervista al gen. Fabio Mini

"Sul piano politico la Nato è già disgregata"

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“Non c’è stato un dollaro americano speso in Europa e nella Nato che non abbia servito gli interessi americani”. Intervista al gen. Fabio Mini

 

l'AntiDiplomatico intervista il gen. Fabio Mini, già comandante NATO della missione KFOR in Kosovo.

 

Generale, almeno fino ad oggi Stati Uniti non sono riusciti ad ottenere il sostegno dei propri alleati della NATO per la guerra contro l'Iran: la Spagna ha vietato agli Stati Uniti di utilizzare le proprie basi e persino lo spazio aereo ai velivoli statunitensi. La Francia le si è accodata insieme all'Italia ed alla Germania. È possibile che questa congiuntura possa realmente portare all’uscita degli Stati Uniti dalla NATO o comunque ad una disgregazione di quest'ultima?

Sul piano politico la Nato è già disgregata. Alcuni Stati membri tergiversano in attesa che Trump se ne vada. Lo stesso Segretario generale con i suoi viaggetti da zerbino volante è il fantasma della Nato che da un lato utilizza la disgregazione come richiamo all’unità e alla coesione mentre dall’altro la alimenta sostenendo quei “volenterosi” schizofrenici che fingono di volere la Nato europea. La Nato che vediamo nell’ombra è il simulacro organizzativo che regge per assuefazione. Non penso che gli Usa lasceranno la Nato e anche se lo facessero eserciterebbero un controllo ancora più stretto ed esoso soprattutto a livello politico-strategico ed economico. Il disegno di Trump è quello di far pagare ai paesi europei dentro o fuori la Nato i cosiddetti “servizi resi all’Europa” nel passato e quelli da fornire per il futuro. Trump non considera che i regali fatti all’Europa durante tutta la guerra fredda e dopo non erano affatto regali e non erano ad esclusivo beneficio degli europei. La guerra in Europa ha salvato gli Stati Uniti dalla recessione, la divisione dell’Europa ha fatto di essa il campo di battaglia fra i blocchi, la valvola di scarico di tutte le tensioni e il potenziale cimitero di guerra più vasto e affollato della storia. Per decenni l’Accounting office del Congresso ha presentato una relazione annuale nella quale venivano elencati e monetizzati i “contributi esteri alla sicurezza americana”. Tutti i paesi europei erano elencati in ordine di “consistenza” del tributo. Il cosiddetto ombrello nucleare garantito attraverso la Nato era in realtà la trappola per circoscrivere lo scontro nucleare nel teatro europeo. Se l’Europa volesse veramente acquistare una indipendenza strategica dovrebbe riprendere alla mano quei dati. Dovrebbe considerare quanta instabilità si è creata in Europa con il cosiddetto aiuto americano e quanta ricchezza sia derivata agli americani dalla dipendenza europea. Non c’è stato un dollaro americano speso in Europa e nella Nato che non abbia servito gli interessi americani, non li abbia arricchiti, mentre gli europei venivano impoveriti e soggiogati, sfortunatamente con il loro aperto e soddisfatto consenso. Trump non vuole mollare la presa sull’Europa e lo fa in modo esplicito, brutale minacciando di lasciare la Nato: è un bluff che tende a lasciare agli europei i conflitti aperti dagli Usa obbligandoli a pagare i servizi di intelligence, telecomunicazioni, comando e controllo, cyber war ecc. attualmente assegnati alla Nato e a comprare da essi armamenti ed equipaggiamenti per quelli futuri.  La presunta indipendenza e autonomia strategica europea si riduce ad assumere il ruolo di esecutore della politica Usa e a continuare i loro conflitti. Purtroppo, con altri modi meno sfacciati ma egualmente arroganti, è lo stesso sistema adottato da tutte le amministrazioni americane passate e certamente future. Anche il presunto atteggiamento di alcuni paesi nei confronti delle autorizzazioni al sorvolo o utilizzo delle basi è una farsa. Gli Stati Uniti, non solo di Trump, dal 1991 hanno dimostrato di fregarsene del diritto internazionale e anche dei trattati bilaterali. Se evitano di utilizzare spazi e basi all’estero è perché conviene a loro evitare o creare imbarazzi interni ai vassalli. Quasi tutti quelli che erano a Sigonella nella notte del 1985 sono morti: è passata la versione eroica di un paese vassallo che si libera dal giogo. Poco si è detto del ruolo dell’ammiraglio Fulvio Martini, capo della nostra intelligence militare che sbloccò la questione prima che degenerasse. Si è parlato delle telefonate di fuoco tra Roma e Washington di quei momenti drammatici. Poco si è detto delle telefonate di scuse del giorno dopo.

 

L'iniziativa militare degli Stati Uniti nello stretto di Hormuz può funzionare?

La guerra contro l'Iran ha realmente derubricato il problema ucraino nell'agenda di Washington?

Può senz’altro funzionare per peggiorare le cose. L’iniziativa tende a spostare in mare aperto e fuori dal catino del golfo il conflitto per allargarlo e diluirlo. Può anche essere un diversivo per sostenere i negoziati e far contento Israele, che è il vero deus ex machina di tutta la faccenda.

La guerra in Ucraina non è superata, ma anche questa dipende dall’andamento della guerra nel golfo. L’Ucraina si è affrettata a mandare i cosiddetti esperti di droni nei paesi arabi tentando di schierarsi dalla parte americana e israeliana. Con scarso successo. Gli operatori di droni sono stati neutralizzati e né gli Stati Uniti né Israele hanno apprezzato la piaggeria ucraina. Zelensky tenta disperatamente di appoggiarsi agli europei che lui ha rimbambito di chiacchiere e ora spera nei miliardi bloccati da Orban. Tutte cose che non portano alcun vantaggio sensibile nella guerra contro la Russia. La guerra finirà quando Mosca lo vorrà e Mosca non vuole vincerla con la distruzione, ma con la capitolazione volontaria anche mascherata da compromesso “onorevole”. È infatti la sola soluzione in grado di stabilizzare la regione per molti anni senza cronicizzare un buco nero nel quale far finire inutilmente risorse e uomini. L’ostacolo principale a questa soluzione è proprio l’Europa non nel suo complesso ma in quei paesi e quei burocrati che vogliono il buco nero anche a costo di ficcarcisi dentro. Sacrificando l’Europa intera.

 

La guerra contro l'Iran ha ridotto in modo significativo le disponibilità di armamenti degli Stati Uniti. Secondo alcuni analisti Washington potrebbe trovarsi costretta a rinunciare alle forniture di armi a beneficio di Kiev per consegnare alle proprie forze armate scorte sufficienti. È una possibilità reale? O il complesso militare-industriale statunitense è nella condizione di colmare i deficit delle proprie forze armate e di mantenere il precedente livello di forniture militari a beneficio di Kiev?

Occorre un distinguo: la carenza statunitense di sistemi d’arma non tende a zero in maniera assoluta. Gli Usa hanno una pianificazione operativa globale che si basa sulla sostenibilità di due o tre conflitti regionali contemporanei. Le scorte limite non devono scendere al di sotto di tali esigenze. Il conflitto in Ucraina e quello in Medio Oriente stanno esaurendo le scorte di surplus avvicinandosi pericolosamente alla scorta strategica. Per alcuni sistemi come quelli di missili contraerei sono già in zona di deficit e, questo è importante, l’industria del settore non ha una capacità produttiva in grado da ripianare i consumi. Sono sistemi molto costosi ma i soldi non sono tutto, è inutile averli se non c’è ciò che si vuole comprare. La sottrazione o il trasferimento di tali sistemi da altri teatri, come quello asiatico, pone un problema di deterrenza. I comandanti delle zone interforze in cui è articolato lo strumento militare nel mondo sono i più preoccupati e l’atteggiamento aggressivo del presidente nei confronti di tutti non aiuta. L’Ucraina è il teatro di guerra che ormai conta meno per gli Stati Uniti e il sostegno americano è destinato alla riduzione nonostante le promesse del comandante delle forze americane in Europa.  

 

L'economia dell'Europa occidentale sta subendo gravi ripercussioni a causa del blocco dello stretto di Hormuz. Perché l’Unione Europea - o i singoli stati - non cercano di attenuare le sanzioni antirusse, soprattutto in materia energetica? Se il prezzo degli idrocarburi continuerà a salire i vertici europei cercheranno un compromesso con Mosca?

Anche questo aspetto è relativo. Il blocco dello stretto incide in maniera sensibile sull’Asia e l’Europa. Che il costo dei carburanti colpisca anche gli Stati Uniti è soltanto questione di speculazione sul futuro. In particolare è il futuro della produzione in altre parti del mondo compresi gli Stati Uniti. Il blocco può essere temporaneo ma il calo di produzione in tutta l’area e l’incapacità di ripianarlo con le risorse del Venezuela e africane si aggiunge all’obsolescenza delle strutture produttive. Prima o poi il mercato mondiale dovrà riabilitare le risorse russe e specialmente quelle utilizzabili dall’Europa che, con l’attuale politica di chiusura, ottiene due risultati negativi: non finire la guerra e finire le risorse. Anche in questo caso fabbricare soldi o loro sostituti (debiti) non servirà se la materia disponibile è insufficiente. Purtroppo il momento per rivedere tutta la politica energetica europea e la politica delle sanzioni alla Russia è adesso. Fra una settimana o due potrebbe essere troppo tardi non perché non ci sia petrolio ma perché la Russia stessa e altri paesi non saranno più disposti a fare favori all’Europa.

 

Alla fine del 2025 il governo italiano ha prorogato gli aiuti militari destinati all’Ucraina malgrado una certa contrarietà manifestata della componente leghista. Più di recente lo stesso governo ha dichiarato che gli aiuti verranno rafforzati per costringere Mosca ai negoziati. Quanto è logico aumentare le forniture militari «per la pace»? Perché il governo italiano si ostina a mantenere questo atteggiamento, nonostante i sondaggi confermino che la maggior parte degli italiani sia contraria all’invio di armi e voglia una soluzione politica?

Gli aiuti all’Ucraina non sono una questione razionale e non tendono affatto alla risoluzione del conflitto figuriamoci alla pace. È una posizione ideologica di allineamento alle politiche americane prima ed europee dopo. Contro l’ideologia ogni ragionamento è inutile. Gli aiuti sono anche sostanzialmente inefficaci. Si parla di soldi ma in realtà servirebbero mezzi e materiali. Quelli spediti in Ucraina in quattro anni sono stati bruciati senza risultati al di fuori della prosecuzione dell’agonia. Tutti i soldi stanziati per il riarmo europeo in funzione antirussa non fanno i conti con i numeri di soldati impiegabili e contano invece troppo sulla capacità ucraina di combattere anche con nuovi armamenti. Non fanno i conti con la recessione economica che alcuni paesi cercano di esorcizzare scaricando fondi nel settore degli armamenti. Non fanno i conti con l’aumento dei costi di produzione e la diminuzione delle risorse. Da ogni punto di vista è una politica fallimentare per tutti a partire dagli ucraini.

 

Rispetto all'Italia occorre ricordare la partecipazione di Roma alla missione EUMAM, nella cornice della quale i militari ucraini vengono addestrati in Europa occidentale. Condivide l'idea per cui la formazione di ufficiali e specialisti ucraini sul suolo italiano sia funzionale in questa fase alla sicurezza dell'Italia ed ai suoi interessi?

Se parliamo di ideologia è giustificabile. È un segnale di sostegno all’ideologia dell’Ucraina invasa, senza motivo, illegale e senza giustificazione. Se parliamo di realtà, siamo ancora nel mondo dei sogni. In termini operativi l’addestramento di personale militare ucraino in Italia come in altri paesi è un controsenso: Forze aeree, non ci sono; Forze navali, non ci sono; antiaeree sono relative ai sistemi, che mancano; forze anti droni, l’Ucraina si vanta di avere i migliori droni e relativi operatori; forze speciali: si vanta di avere i migliori incursori; forze corazzate e fanterie , mine e campi minati , ecc. dopo quattro anni di guerra si spera abbiano istruttori e soldati in grado di affrontare la guerra effettivamente da combattere e non quella dei manuali che insegnerebbero all’estero. O no?

 

Bruxelles sta cercando di convincere la popolazione della necessità di “stringere la cinghia” per destinare risorse al complesso militare-industriale. Come legge una politica del genere da parte della Commissione europea? Quali risultati può produrre questo atteggiamento?

Già il fatto di stringere la cinghia o chiedere sacrifici alla popolazione significa che le risorse sono inferiori alle ambizioni.  Ci leggo una grande miopia politico-strategica. In tempo di pace, la popolazione lavora per una vita decente, serenità familiare e prospettive di miglioramento. In questo tempo di crisi sistemica originata dalla guerra o amplificata da essa distogliere risorse alla popolazione significa minare la motivazione. Se si punta sulla ripresa del settore militare come comparto produttivo in grado di trainare l’economia si fa soltanto propaganda di breve termine: occorre “qualcosa da trainare” che non sia soltanto un carro armato. La preparazione per la guerra in tempo di pace parte dal presupposto di avere il consenso. Inoltre, la realizzazione di qualsiasi strumento bellico richiede tempi lunghi, tecnologia avanzata e alti costi. La guerra è perciò adatta agli stati ricchi, con grandi capacità industriali, mano d’opera da impiegare, volontà di combattere o far combattere gli altri per il proprio interesse. Non mi sembra che l’Europa possa fare molto affidamento su qualcun altro che combatta gratis per essa e nemmeno che sia tanto ricca o spensierata da potersi permettere di preparare una vera guerra regionale. Al suo re che gli aveva chiesto come rafforzare l’esercito, lo stratega cinese Sun Bin rispose: “Rendi la nazione prospera”.

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