Il PD alla continua ricerca di se stesso

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Il PD alla continua ricerca di se stesso

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di Giuseppe Giannini

Il Partito Democratico è lo schieramento liberale, che, salvo poche eccezioni, guarda agli interessi della classe medio/alta. La Schlein, stando alle diverse dichiarazioni da quando è segretaria, pare intenzionata a riportarlo a sinistra.

Una versione riformista e socialdemocratica, preoccupata dei diritti civili (neppure tanto) ma meno del sociale. Le questioni relative al precariato e al salario minimo sono argomenti dietro cui trincerarsi in ogni campagna elettorale. Poi, una volta giunti al governo, ecco che tutto ritorna nel dimenticatoio. L'abbiamo appurato coi tanti esecutivi in cui a prevalere sono state le politiche di stampo liberista, che il pds-ds-pd ha fatto proprie.

D'altro canto l'insicurezza lavorativa e l'atipicità normalizzata dei relativi contratti si apprestano a festeggiare l'anniversario: figlie del Pacchetto Treu del 1997 (primo governo di centrosinistra della cd. Seconda Repubblica). E, dopo anni in cui quel partito è stato retto da conservatori e postdemocristiani (Renzi, Letta, Gentiloni), la mutazione genetica si è consolidata.

E' un partito finto pacifista, che condanna le guerre, ma vota a favore del riarmo in Europa, tenendo i piedi ben piantati nella Nato. Chiedere alla vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, russofoba pronta a censurare le voci non allineate. Diventare il referente dell'atlantismo, assicurare gli americani all'indomani dell'implosione del socialismo reale, è stato il compito degli eredi del PCI, preoccupati di giungere, finalmente, al potere. A discapito dei diritti dei lavoratori e delle relazioni internazionali in politica estera. Per cui, queste critiche sono da addebitare, soprattutto, a quelli che hanno iniziato a fare carriera nel segno del comunismo per poi ritrovarsi a coabitare all'interno di un soggetto multiforme ed instabile.

Pensare di far convivere la tradizione cattolica con quella di sinistra è stato il grosso errore del kennediano Veltroni. La componente  progressista, a sua volta, non è stata capace di traghettare il partito su un terreno ad esso più consono. Accettando l'imperialismo guerrafondaio dagli anni novanta ad oggi; sposando il capitalismo austeritario targato UE. Ripercussioni i cui effetti sono tangibili: politiche di stampo securitario, che colpiscono il dissenso sociale e le marginalità; demonizzazione delle alterità culturali; taglio della spesa pubblica e del welfare; impoverimento generalizzato. Insomma, le tipiche politiche della destra. All'interno, la classe dirigente è interessata alla leadership, ma di affrontare, seriamente, le tante questioni irrisolte, che ci portiamo avanti da troppo tempo, e che hanno fatto arretrare materialmente e culturalmente il Paese a nessuno importa davvero. Una possibilità di rinnovamento programmatico è arrivata, di recente, dall'esito referendario. Il protagonismo di chi non andava a votare è un segnale che proviene dal basso. La richiesta di ricepimento di istanze con al centro il riferimento della Costituzione come collante sociale. Invece, la classe dirigente appare tutta presa dalla ricerca di qualcuno che possa competere, mediaticamente, con la pochezza della Meloni.

La nuova paladina dei salotti borghesi, sponsorizzata dai liberali di sinistra (e di destra) è la sindaca di Genova Silvia Salis. E' la classica esponente radical chic, che usa ogni mezzo pur di ottenere proseliti. I post sui social, la festa techno per "comprarsi" i voti dei giovani, il presenzialismo accomodante per coloro che, a sinistra, continuano a fare harakiri. All'interno del partito esiste un certo ostracismo verso la Schlein, che non so quanto potrà giovare ad una futura coalizione dove sono presenti marpioni come Conte o Renzi, che quanto a credibilità fanno invidia a Trump.

C'è poi chi rimpiange la reggenza di Bersani, descrivendolo come uomo corretto ed onesto, che in gioventù andò a spalare il fango quando ci fu l'alluvione a Firenze. Come se questo episodio potesse costituire una rendita morale. Bisognerebbe ricordare che Bersani è stato più volte ministro dei governi di centrosinistra, e che quindi qualche responsabilità l'avrà pure avuta, sia a livello comunicativo con il suo inopportuno linguaggio metaforico, sia per quanto riguarda la genesi di determinati provvedimenti. E' il caso delle riforme che hanno liberalizzato il mercato. Incidendo sugli ordini professionali (eliminazione del tariffario minimo), l'apertura di attività commerciali o la concessione di licenze, la vendita di prodotti da banco ( farmaci nei supermercati). Lo scopo avrebbe dovuto essere quello di combattare i monopoli e agevolare la concorrenza; diversificare l'offerta e tutelare i consumatori.

Le implicazioni, però, sono state a discapito dei lavoratori. Ci si è posti, unicamente, dal lato dell'impresa, trascurando, colpevolmente, le conseguenze sulla vita di chi usufruisce di servizi spesso mediocri, e sui lavoratori. Ad esempio, nel caso del settore energetico, proseguimento del precedente decreto a suo nome del '99, al gestore unico pubblico sono venuti a sostituirsi una pluralità di offerenti, che in nome delle liberalizzazioni hanno reso aleatorio e soggetto agli umori del mercato il comparto. Aspetto palese all'indomani delle policrisi, accentuato da speculazioni e guerre commerciali dove il pluralismo dei fornitori è interessato più che altro alle quotazioni di borsa ed ai dividendi per gli azionisti, invece di garantire un servizio sicuro, efficiente e calmierato per gli utenti.

Per quanto riguarda le attività imprenditoriali, esse non conoscono orari. Chi lavora nei supermercati, centri commerciali, o nella logistica sa che poter celebrare le feste religiose o civili del Paese non è più possibile. Figuriamoci il riposo per recuperare le forze psico-fisiche o un salario adeguato. Tutte attività non essenziali che spremono i lavoratori, costretti a rinunciare alle relazioni, alla vita affettiva, alla partecipazione alla vita politica. Così tutto viene ridotto all'isolazionismo e al consumo bulimico (per chi può permetterselo) come via di uscita dalle frustrazioni quotidiane. Pertanto i protagonisti di tali pseudoriforme sono complici dell'avidità del fare impresa. Quindi, la ricerca di leader, da ultima la Salis buona per i salotti borghesi, è tipico di quella politica spettacolo che vive sui media e non conosce il Paese. Come il PD.

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