La democrazia secondo Bruxelles: quando vince "l'europeista" brogli e ingerenze non esistono più

Mentre i media celebrano la fine del "tumore maligno" sovranista, Bruxelles prepara lo sblocco dei fondi per Kiev e ignora i sospetti di influenze estere sulla vittoria di Magyar....

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La democrazia secondo Bruxelles: quando vince "l'europeista" brogli e ingerenze non esistono più

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

Ci sia concesso un delitto di ovvietà se immaginiamo che, se invece di Tisza, alle elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile, avesse ottenuto la maggioranza Fidesz, la formazione che fa capo all'ormai ex primo ministro Viktor Orbán, sui media euro-liberali si sarebbe assistito a una gazzarra di lamentazioni e imputazioni su “voto truccato”, “falsificazioni”, inammissibili “ingerenze sovraniste”, “agenti russi” e via di questo passo. E i gemiti sarebbero stati direttamente proporzionali al distacco inflitto da una formazione all'altra. Del resto, i media di regime, attanagliati dalla paura di una eventuale vittoria di Orbán, negli ultimi giorni prima del voto erano stati unanimi, come al solito, a copiarsi i titoloni l'un l'altro, gridando ai “voti comprati”, soprattutto nelle province, dove si pronosticava una maggioranza per Fidesz, strepitando a un diffuso “voto di scambio”, con Repubblica e La Stampa che, dalla provincia magiara, “testimoniavano” come nelle campagne ungheresi, a loro dire, Orbán comprasse voti a suon di «Patate, vodka e minacce». Poveri provinciali ungheresi, considerati miserevoli tonti privi di intelletto e così ridotti alla fame da piegarsi a tutto pur di mettere qualcosa sotto i denti e poi scacciare ogni affanno a suon di bicchieri di vodka. Che, detto di sfuggita, non è nemmeno l'alcolico più tipico dell'Ungheria, sorpassato dalla classica Palinka. Ma, si sa, parlando di vodka, si dà con ciò stesso per scontato che in quelle campagne ungheresi fossero all'opera i soliti perfidi servizi segreti russi.

Ma ha vinto Tisza, la formazione che fa capo a un Peter Magyar, sin dall'inizio proclamato “europeista” e, dunque, “portatore sano” di democrazia e liberalismo targati Bruxelles e, per sottinteso, impermeabile a qualunque broglio elettorale e, per sovrappiù, favorevole alla cessazione del blocco dei cristianissimi 90 miliardi di euro da destinare ai beniamini delle cancellerie europee, i nazigolpisti di Kiev, come pure del blocco del ventesimo pacchetto di sanzioni UE contro la Russia.

Da qui, ecco dunque un tripudio di gioia – una gaiezza dei media europeisti tanto smisurata da proclamare immediatamente Magyar, se non “santo subito”, quantomeno Presidente: non un “misero” primo ministro qualunque - e di assicurazione che tale formazione, di per se stessa, non poteva che ottenere la vittoria con la sola “imposizione delle mani”, o meglio, dei “valori” cari a una Unione europea che ora pensa di poter tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo che i media di regime avevano paventato nelle settimane precedenti, proprio per esorcizzare una eventuale vittoria di Orbán. “Se vince Orbán” si infrange il “sogno europeo”, avevano piagnucolato; se vince Fidesz si rafforza il diabolico “sovranismo” e cantano vittoria Putin e Trump, avevano lanciato l'allarme, col presidente USA ormai presentato come un cekista (così ci si riferiva agli agenti del KGB in epoca sovietica) d'oltreoceano. Per fortuna, sia lodato il cielo, scrivono i torquemadisti de Linkiesta, «Donald Trump e Vladimir Putin hanno perso l’Ungheria, e di conseguenza l’Unione europea si è rafforzata, asportando democraticamente un tumore maligno». Che cristo sia lodato.

E il corollario, sui patrii lidi, era che Orbán dovesse esser sconfitto a qualsiasi costo, dal momento che tifavano per lui, chi più, chi meno platealmente, i fascioleghisti di governo; come se i cialtroni dei media di regime non facciano a gara, ogni giorno, ogni ora, a lasciare scie di bava maleodorante per qualsiasi scelta o qualsiasi dichiarazione di quegli stessi fascioleghisti.

Ma Orbán è stato sconfitto; e anche in misura che non ammette fraintendimenti. E allora, cari fedeli di rito europeista, avanti con salmi di giubilo e di grazie al signore nell'alto dei cieli, per lo scampato pericolo. E allora, avanti anche con la probabile riapertura dell'oleodotto “Družba” da parte dei nazigolpisti che, dopo averlo messo fuori uso a febbraio, lo avevano tenuto chiuso in attesa del voto del 12 aprile, con la commissione di indagine europea che, guarda caso, non era “riuscita” ad accedere all'area del danno per verificarne l'entità: c'era il pericolo che constatasse che l'avaria era di tal minima entità, da poter essere riparata prima del 12 aprile, con la conseguente insidia che Orbán potesse sfruttare a proprio favore la scampata crisi energetica. In questo modo, invece, il trionfatore delle elezioni potrà vantare anche questo “miracolo” del ripristino di buoni rapporti con Kiev e del conseguente riavvio delle forniture di petrolio russo a Ungheria e Slovacchia. Anche se, per la verità, c'è però chi, come il politologo Fëdor Luk'janov, si dice dubbioso che Kiev lo riapra alla svelta, anche in caso di vittoria di Magyar. È probabile che già nei prossimi giorni si abbia conferma o meno di tali previsioni.

Ora che Magyar ha vinto, che importanza possono più avere i milioni di euro e dollari intercettati in Ungheria e trasportati da agenti ucraini. Servivano forse alla campagna elettorale? Mah. Che importanza può ormai avere quel “dettaglio”! Non si trattava mica delle «Patate, vodka e minacce» teorizzate da La Stampa per favorire il “voto di scambio” per Orbán e forniti sottobanco al governo ungherese dagli “agenti russi”! E che diamine. Quelli erano denari e lingotti europeisti e dunque, per definizione, liberali e sacrosanti.

Ora che Magyar ha vinto, il nazigolpista-capo può tornare tranquillamente a insultare Orbán, anche se probabilmente non ha più necessità di indirizzargli minacce gangsteristiche del tipo di mandargli a casa i militari ucraini a «parlare con lui nella loro lingua»; un messaggio, quello, che a detta di The European Conservative, avrebbero potuto compromettere le possibilità di Kiev di essere ammessa nella UE. Ma, ora che Orbán è stato sonoramente battuto, chi se ne ricorda più di quei “pizzini” vocali in stile euro-mafioso? Tutto è andato per il meglio, per il gaudio di Gertrud-Brunilde-Ursula e Kaja-Fredegonda-Kallas e anche i video con Donald Trump che augurava e si prospettava la vittoria di Orbán, alla fine dei salmi, come aveva previsto ancora Fëdor Luk'janov, hanno avuto lo stesso effetto delle solite “previsioni” degli italo-leghisti: sortiscono sempre il risultato opposto.

Ma Orbán è stato battuto e si possono innalzare cantici alla vittoria su quella «Deriva illiberale» contro cui, il 12 aprile, tuonava su La Stampa il filo-sionista e filo-ucronazista Bernard-Henri Lévy. Orbán andava sconfitto, scriveva il caotico “filosofo”, non solo perché amico di J.D. Vance e Marine Le Pen, e questo passi, ma soprattutto perché «è l’unico europeo ad aver allacciato con Vladimir Putin una relazione di compiacenza tenace, una vicinanza non solo tattica ma anche simbolica, che ha fatto dell’Ungheria la breccia, la crepa attraverso cui l’influenza russa si infiltra nel resto del continente». Come dire: il maligno si è servito del primo ministro ungherese per insinuarsi nelle anime cristiane e indurle in tentazione e quindi al peccato, proprio quando siamo in presenza della «guerra prolungata che la Russia sta combattendo con l’Europa». Vade retro satana!

E state attenti, scriveva San Lèvy proprio nel giorno del voto ungherese: «Viktor Orbán deve essere sconfitto perché … l’Ungheria è diventata l’anello più debole dell’unità europea nei confronti del Cremlino»: un Cremlino che, proprio come satana, per allontanare l'umanità da dio e da Bruxelles, si serve di chi disobbedisce ai comandamenti divini o, in questo caso, euro-ucro-liberali.

Orbán, alla stregua di un qualsiasi “angelo ribelle” (non era forse stato lui, tanti anni fa, quando ancora non si era ammutinato a dio e sedeva alla sua destra, uno dei primi a gioire per la fine dell'URSS e la deriva capitalistica della Russia?) aveva «scelto l’ambiguità, la reticenza, perfino il ricatto», col bloccare i sacrosanti miliardi e miliardi di euro da destinare agli angelici nazigolpisti di Kiev. Lui che, peccaminosamente, non reputa Zelenskij «un patriota ucraino, né un amico dell’Europa, né il difensore indiretto del suo stesso Paese, l’Ungheria, davanti alle ambizioni egemoniche di un Putin». Ahi noi, che amiamo così tanto i miliardi di euro che Zelenskij e la sua banda, mentre respingono ogni concreta proposta volta alla pace in Ucraina, si mettono in tasca o affidano ai propri squadristi che poi, appena possono, se la squagliano in Israele, alla stregua di un Lévy qualunque.

Orbán, come un lucifero caduto, che dal fuoco infernale si oppone a dio e all'Europa, doveva essere sconfitto poiché «è stato forse lui l’unico europeo presente al vertice delle Nuove Vie della Seta» e, dunque, ha peccato contro Bruxelles andando non solo a Mosca, ma addirittura a Pechino, così da inserire «l’Ungheria in una geografia che non è più quella dell’Europa, ma quella di un accomodamento con i “Cinque regni” coalizzati per farla pagare all’Occidente». Orbán, l'agente di quel malefico “asse del male” che accomuna Moskva, Pechino, Teheran, Pyongyang contro il giardino in fiore dell'Occidente euroatlantico.

Un Occidente e un'Europa che, nella loro “liberalità”, avevano sinora congelato 17 miliardi di euro da destinare a Budapest: per carità, non certo per “far pressione” sull'elettorato. Non sia mai: si vogliono forse far passare i farabutti di Bruxelles per degli “agenti russi” qualunque, sguinzagliati a intorbidire il voto e ricattare gli ungheresi. Per carità: chi mai è più “liberale” di quei cialtroni che, per angelico europeismo, scacciano il maligno promettendo il taglio di fondi alla Biennale di Venezia, se gli organizzatori non vestiranno il saio del pentimento e faranno marcia indietro sull'apertura del Padiglione russo.

Ma ora che Orbán è sconfitto, Ursula-Brunilde può esultare che «il cuore dell’Europa batte più forte in Ungheria». Il cuore dell'Europa bellicista e genuflessa al nazigolpismo di Kiev.

Ora che Orbán è sconfitto possiamo ribadire, una volta di più, che i suoi principi non sono i nostri. Ma se la sua vittoria avesse comportato un passo in più verso una soluzione del conflitto in Ucraina, che non sia quella di Bruxelles o dei liberal-guerrafondai di casa nostra, che intendono continuare con la guerra e il macello degli stessi ucraini, ebbene, quella vittoria non sarebbe stata di poco conto.

Stiano comunque attenti, gli europeisti e i fassini che si sgolano «con l'Ucraina fino alla vittoria»: secondo Politico, Budapest intende mantenere buoni rapporti con Bruxelles e ora probabilmente sbloccherà i 90 miliardi di euro per Kiev. Ma per Zelenskij, questa potrebbe risultare una vittoria dal retrogusto amarognolo: tra le prime dichiarazioni del neo primo ministro Peter Magyar, c'è quella della contrarietà all'invio di armi o denaro ungheresi a Kiev, nonché all'adesione accelerata dell'Ucraina alla UE. Così è, se vi pare.

 

https://www.lastampa.it/editoriali/lettere-e-idee/2026/04/12/news/perche_Orbán_dev_essere_sconfitto-15581428/

 

 

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