"Cent'anni di dominio". La Casa Bianca ammette il vero obiettivo della guerra all'Iran

Il consigliere per la Sicurezza Nazionale Stephen Miller rompe ogni indugio: il blocco dello Stretto di Hormuz non è una rappresaglia temporanea, ma il tassello di un disegno strategico per garantire a Washington la supremazia marittima e commerciale fino al prossimo secolo

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C'è un'affermazione, pronunciata nelle scorse ore dai microfoni di Fox News, che probabilmente resterà impressa nella geopolitica contemporanea per la sua portata rivelatrice, o forse per la sua spudorata ambizione. A pronunciarla non è stato un commentatore qualunque, bensì Stephen Miller, il potente Consigliere per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, l'uomo che insieme a Donald Trump sta ridisegnando i contorni della decadente influenza statunitense nel mondo. Parlando del conflitto in corso con l'Iran e delle operazioni navali che stringono come una morsa lo Stretto di Hormuz, Miller ha usato una frase che sa di dichiarazione di intenti per le prossime dieci generazioni: “Stiamo assistendo - ha affermato - al ripristino completo delle dinamiche di potere statunitense per i prossimi cento anni”.

Non si tratta più, nelle parole del potente consigliere, di una semplice rappresaglia o di una gestione regionale della crisi mediorientale. L'orizzonte temporale evocato da Miller sposta l'asticella della discussione su un piano imperiale. L'idea di fondo, esplicitata senza troppi giri di parole durante l'intervista, è che il blocco marittimo e il dispiegamento di forze attorno a quel collo di bottiglia dell'economia globale che è Hormuz siano funzionali al recupero dell’egemonia perduta dagli Stati Uniti. In questa visione strategica, chi possiede la chiave dei mari possiede la chiave del destino delle nazioni. Il consigliere lo ha ribadito con la sicurezza di chi guarda una mappa e vede solo rotte commerciali da interrompere o proteggere: il dominio delle vie d'acqua è l'arbitro finale di qualsiasi scontro in politica estera.

La strategia illustrata da Miller non si limita, naturalmente, alla sola pressione militare. È un mosaico più complesso, dove i dazi, gli accordi energetici strappati ai partner asiatici e la riconfigurazione delle catene di approvvigionamento globali convergono verso un unico obiettivo: contenere l'ascesa della Cina e, nel frattempo, curare quella che l'entourage presidenziale percepisce come una lunga malattia, ovvero decenni di indebolimento e di abdicazione al ruolo di guida del pianeta. L'Amministrazione Trump, nel racconto di Miller, si sta assumendo il compito titanico di invertire quella rotta, usando la crisi iraniana come un grimaldello per forzare la serratura di un nuovo ordine mondiale.

Alla domanda su come si stia evolvendo la partita a scacchi con Teheran, la risposta è stata di una sicurezza disarmante. Miller ha descritto la situazione attuale come una mossa di scacco matto già eseguita. Una definizione che lascia poco spazio alle sfumature della diplomazia e che dipinge un avversario, l'Iran, già con le spalle al muro, impossibilitato a muovere pedine senza subire conseguenze devastanti da una flotta che presidia il suo accesso al mare aperto.

E qui viene naturale una riflessione conclusiva, che travalica i confini dello Stretto di Hormuz e guarda a latitudini diverse, come quelle del Venezuela. Le parole di Stephen Miller, nella loro brutale chiarezza e tracotanza, non fanno che confermare e rendere finalmente esplicito il movente vero che si cela dietro l'ennesimo capitolo di tensione bellica. Dopo aver attaccato il Venezuela con la scusa della democrazia o del narcotraffico, e ora scatenando la guerra contro l'Iran con la scusa del nucleare o del terrorismo, gli Stati Uniti ammettono oggi, per bocca del loro più alto consigliere per la sicurezza, che il vero motivo è un altro. È il controllo dell’energia e delle rotte. È la fame di un potere marittimo incontrastato che possa dettare legge per un secolo a venire. È il tentativo di congelare il mondo in una fotografia dove Washington decide chi commercia, chi si arricchisce e chi, semplicemente, soffoca. Le crisi umanitarie, i morti e le sanzioni diventano, in questo schema ‘milleriano’, non più incidenti di percorso o tragiche necessità della guerra, ma semplici effetti collaterali di una partita a scacchi giocata per il dominio eterno dei mari. In questo caso la maschera nno è caduta ma è stata gettata via volontariamente.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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