La penisola può diventare colonia di un’isola?

327
La penisola può diventare colonia di un’isola?

I nostri articoli saranno gratuiti per sempre. Il tuo contributo fa la differenza: preserva la libera informazione. L'ANTIDIPLOMATICO SEI ANCHE TU!

OPPURE


di Jafar Salimov

Andy Burnham promette agli inglesi un’età dell’oro ritrovata: energia a prezzi accessibili, posti di lavoro stabili, città industriali che tornano a vivere, uno Stato che ricostruisce, pianifica e si prende cura del futuro. C'è però una buona probabilità che alla fine saranno gli italiani a pagare il conto..

Dopo decenni passati a inventare strumenti finanziari invece di produrre beni materiali, il Regno Unito non sta semplicemente varando un piano economico: sta tentando una terapia nazionale. Vuole uscire dal museo della propria gloria industriale e tornare in fabbrica, con gli operai al loro posto.

Il problema è che il risultato promesso serve subito, mentre una base produttiva si costruisce con il tempo che non passa mai abbastanza in fretta. Non si ricostruiscono da un giorno all'altro le catene di fornitura, le scuole di ingegneria, le infrastrutture energetiche, la capacità di fare macchine utensili e di formare tecnici qualificati – per quanto i laburisti possano giurarci. E men che meno si alza la produttività in tempo utile perché l'aumento dei salari, della spesa sociale e degli investimenti pubblici cominci a ripagarsi da solo. Prima, la Gran Bretagna deve ricostruire l'industria. E prima ancora, deve costruire l'industria che costruisce l'industria. Solo dopo potrà sperare in una crescita duratura del reddito nazionale. Tra la promessa politica e il risultato economico passano decenni; tra un'elezione e l'altra, invece, solo qualche anno.

Quindi gli inglesi dovranno diventare più ricchi prima che la loro economia torni a essere più produttiva. Ma chi paga questo stratagemma?

Una parte del conto la pagherà lo Stato britannico: debito, tasse, redistribuzione e tetti agli utili dei settori regolamentati. Un'altra parte la pagheranno i proprietari immobiliari, le società di infrastrutture, i futuri consumatori e quei settori che finiranno in fondo alla lista delle priorità politiche. Ma spostare soldi da una tasca all'altra non crea ricchezza. E certo non crea macchine, tecnologie o stabilimenti. Per la reindustrializzazione servono risorse reali, e il Regno Unito oggi non ne ha abbastanza. Dovrà importarle.

È qui che il programma di Burnham si allarga oltre i confini nazionali. Curioso: un uomo concentrato sugli affari interni, eppure, quasi senza accorgersene, i fatti di casa diventano affari di politica estera. La Gran Bretagna non intende solo comprare beni dall'estero, ma usare i fornitori stranieri per rimettere in piedi la propria forza industriale. I vecchi imperi esportavano materie prime dalle colonie. Lo Stato moderno può importare capitali, tecnologie e competenze ingegneristiche senza spostare di un millimetro i confini. Invece delle navi da guerra, bastano grandi commesse pubbliche. Invece dell'amministrazione coloniale, condizioni di localizzazione. Invece del tributo, accordi d'investimento che tutti, solennemente, definiscono vantaggiosi per entrambe le parti.

L'Italia, in questo gioco, ha la stoffa del donatore perfetto (o della vittima designata?). Nella prima metà del 2025, il mercato britannico assorbiva il 4,2% dell'export italiano di merci. A fine anno, l'Italia valeva il 3,8% delle importazioni britanniche, piazzandosi al settimo posto tra i fornitori esteri del Regno Unito. Quote abbastanza grandi perché la politica industriale inglese si faccia sentire dai produttori italiani, ma non abbastanza perché l'Italia possa dettare condizioni a Londra.

L'Italia è abbastanza avanzata da fornire macchinari complessi, e abbastanza politicamente distratta perché gli interessi delle singole aziende difficilmente si traducano in una strategia industriale nazionale. Il mondo la conosce per moda, mobili, auto e vino, ma il suo vero vantaggio economico spesso sfugge allo sguardo distratto degli stranieri. Sta nelle macchine utensili, nelle linee di produzione, nella meccanica, nell'automazione, nelle apparecchiature energetiche, nei sistemi di trasporto, nei materiali specializzati e in quelle migliaia di medie imprese capaci di realizzare ciò senza cui una fabbrica altrui non parte.

Se la Gran Bretagna vuole ricostruire la sua industria, le serve proprio questa Italia: non la vetrina del design, ma la sala macchine d'Europa.

Nell'immediato, potrebbe sembrare un colpo di fortuna. I programmi di modernizzazione britannici creeranno domanda di macchinari, servizi di ingegneria e componenti italiani. Gli esportatori avranno ordini, le banche avranno clienti, i politici avranno belle cifre sul commercio estero. Ma il nuovo governo inglese ha anche l'intenzione di orientare gli appalti pubblici a sostegno dell'industria locale. E questo cambia il senso dei futuri contratti. L'azienda italiana non sarà pagata solo per fornire attrezzature, ma anche per contribuire a creare capacità produttiva britannica. Le verrà chiesto di stabilire una sede locale, assumere lavoratori inglesi, coinvolgere fornitori britannici, aprire un centro di ricerca sull'isola e condividere parte del know-how tecnologico.

Per l'impresa italiana, l'affare può essere vantaggioso. Per l'Italia, no. L'azienda guadagna accesso al mercato e commesse garantite; l'Italia perde investimenti, posti di lavoro e futura base imponibile. Il management guarda al profitto dei prossimi anni; lo Stato dovrebbe guardare alla collocazione delle forze produttive tra vent'anni. Se lo Stato non lo fa, il successo commerciale si trasforma in una ritirata nazionale condotta senza un colpo di cannone.

Niente violenza, niente galeoni, niente sbarco di truppe: tutto volontario, in nome del profitto. Prima l'Italia fornisce macchinari alla Gran Bretagna. Poi gli inglesi chiedono di assemblarli sul posto. Poi i subappaltatori locali imparano a produrre i componenti. Il contratto successivo prevede una quota più alta di contenuto britannico. Dopo alcuni cicli, l'azienda italiana è ancora nel progetto, ma il centro della produzione, dell'occupazione e delle competenze si è spostato sull'isola. Sulla carta, è internazionalizzazione. Nella realtà, è trasferimento di potenza industriale.

Per le grandi corporation italiane, con il programma di Burnham, questo percorso è quasi inevitabile: il mercato britannico è troppo grande, le commesse pubbliche e della difesa troppo sostanziose, e rinunciarvi volontariamente troppo costoso. Per le medie imprese, la scelta è anche peggiore: o accettano la localizzazione, che richiede capitali e cessione di know-how, o lasciano spazio a un concorrente britannico o a un gruppo straniero più grande. La politica del "compra britannico" non ha bisogno di un divieto formale alle importazioni. Basta fare dell'origine inglese un vantaggio non legato al prezzo.

Ma le prime perdite per la penisola potrebbero arrivare ancor prima che i nuovi stabilimenti aprano. Il cambio di rotta economico rende già la sterlina più sensibile alle promesse di bilancio del governo. Se la valuta britannica si indebolisce, la merce italiana costa di più per l'acquirente inglese. Il produttore di mobili, abbigliamento, alimentari, automobili o macchinari si trova di fronte a un bivio: alzare il prezzo e perdere quote di mercato, o tenere il prezzo in sterline e tagliare i propri margini. Per i beni di largo consumo, il colpo è al volume; per i prodotti di lusso, al margine; per le aziende senza sofisticate coperture valutarie, alla solidità finanziaria.

Una sterlina debole rende anche più economici gli asset britannici per l'investitore estero. A breve termine, potrebbe sembrare un'opportunità: i gruppi italiani potrebbero comprare aziende, immobili e stabilimenti a prezzi più bassi. Ma quei capitali lavoreranno soprattutto per l'occupazione e la politica industriale britannica. L'Italia rischia di rispondere al calo di competitività delle proprie esportazioni aumentando gli investimenti nel paese che quelle esportazioni intende sostituire. Prima la penisola vende merci all'isola, poi ci trasferisce gli stabilimenti per non perdere il cliente.

Una pressione ulteriore arriverà dai settori regolamentati. Burnham promette più controllo pubblico su trasporti, energia, edilizia e infrastrutture, e più poteri a regioni e città. Per gli investitori italiani, ciò significa rinegoziazione di tariffe, concessioni, obblighi occupazionali e condizioni di accesso agli appalti comunali. I profitti delle aziende già attive nel Regno Unito potrebbero essere limitati da scelte politiche, mentre i nuovi investimenti sarebbero subordinati a requisiti sociali e produttivi locali. La decentralizzazione aggiunge un ulteriore livello di complessità: invece di un unico regolamento, le imprese straniere dovranno trattare con una miriade di centri regionali, ognuno dei quali vorrà posti di lavoro e una fetta degli investimenti.

La posta più alta è sul tavolo della difesa. Il programma congiunto GCAP, tra Gran Bretagna, Italia e Giappone, si presenta come un modello di alleanza tecnologica paritaria. Ma la parità, in un sistema militare complesso, non si misura dal numero di pezzi prodotti o dalla quota formale di partecipazione. Si misura dal controllo sull'architettura del velivolo, sul software, sull'integrazione delle armi, sull'elaborazione dei dati, sull'intelligenza artificiale, sugli aggiornamenti e sulle versioni per l'export.

Il paese che controlla il livello sistemico incassa una rendita tecnologica per decenni. Gli altri ricevono commesse di produzione, finché il contratto dura. L'Italia può fabbricare elementi strutturali del velivolo, mantenere squadre qualificate e svolgere formalmente una parte significativa del lavoro, ma rimarrebbe comunque dipendente dalle decisioni britanniche per gli aggiornamenti del sistema o la vendita a terzi. In questo scenario, i soldi italiani finanziano il progetto, le imprese italiane si accollano parte dei rischi, ma la proprietà intellettuale principale e l'ultima parola restano in Gran Bretagna.

Per il governo Burnham, il GCAP non è solo un programma militare. È uno strumento di reindustrializzazione, sviluppo regionale e creazione di posti di lavoro ad alta qualifica. Di conseguenza, Londra cercherà di tenere per sé le funzioni più pregiate. La Gran Bretagna può essere generosa nella distribuzione della produzione, e molto guardinga nella distribuzione della conoscenza. Agli alleati andranno i pezzi dell'aereo; l'isola cercherà di conservarne il sistema nervoso.

In sintesi, l'Italia può finanziare la rinascita britannica in molti modi. Come esportatrice, fornirà le macchine per le nuove fabbriche. Come investitrice, finanzierà impianti e infrastrutture in territorio britannico. Come partner tecnologico, condividerà know-how nei programmi industriali comuni. Come proprietaria di asset britannici, subirà parte dei costi della regolamentazione statale. Come fornitrice di beni di consumo, vedrà ridotti i margini a causa della sterlina debole e delle politiche di sostituzione delle importazioni. E tutto questo avverrà senza coercizione, sotto il segno del libero mercato, dell'alleanza e del reciproco vantaggio.

Proprio per questo, la parola "colonia" è al tempo stesso una forzatura e una chiave di lettura. L'Italia non perderà la sovranità, la Gran Bretagna non avrà diritto di veto sul bilancio, e le aziende italiane non saranno espropriate. Anzi, molte di esse guadagneranno. La dipendenza moderna raramente assomiglia a un saccheggio palese. Si costruisce su una serie di decisioni razionali, ognuna delle quali conviene al singolo attore e, gradualmente, indebolisce l'intero sistema a cui appartiene.

La logica coloniale inizia quando un centro si attribuisce le funzioni di lungo periodo – tecnologia, standard, finanza, gestione e integrazione finale – mentre alla periferia lascia il compito di fornire capitali, attrezzature e componenti. In passato, la metropoli comprava materie prime e vendeva prodotti finiti. Oggi può attrarre investimenti esteri, assorbire competenze ingegneristiche e trasformare i partner in subfornitori della propria strategia industriale.

L'Italia ha tutte le carte in regola per evitare questo ruolo. Resta un grande paese industriale e può legare il sostegno pubblico alle imprese alla condizione che ricerca, produzione e proprietà intellettuale rimangano sul territorio. Può pretendere una vera parità tecnologica nel GCAP, difendere le catene di fornitura e valutare gli investimenti esteri non solo in base al profitto delle corporation, ma anche alle loro conseguenze sull'economia nazionale. Il problema non è la mancanza di risorse, ma la mancanza di un soggetto unitario che le gestisca in modo strategico.

La Gran Bretagna sa cosa vuole: trasformare la domanda pubblica in industria, il capitale straniero in fabbriche britanniche, la cooperazione internazionale in vantaggio tecnologico nazionale. L'Italia, per ora, rischia di rispondere a questa strategia con un insieme di contratti privati. Una parte gioca una partita industriale pensata; l'altra si limita a commerciare.

Se questo squilibrio dovesse persistere, la domanda sulla colonia smetterà di essere una provocazione storica. La penisola non verrà "conquistata" dall'isola. Le fornirà macchinari, vi trasferirà capitali, formerà i suoi ingegneri, finanzierà tecnologie condivise e gioirà per ogni nuovo contratto – fino al giorno in cui l'isola imparerà a fare a meno della penisola.

ATTENZIONE!

Abbiamo poco tempo per reagire alla dittatura degli algoritmi.
La censura imposta a l'AntiDiplomatico lede un tuo diritto fondamentale.
Rivendica una vera informazione pluralista.
Partecipa alla nostra Lunga Marcia.

oppure effettua una donazione

Halloween e il fascismo di Francesco Erspamer  Halloween e il fascismo

Halloween e il fascismo

I due aspetti che più mi colpiscono del caso Roggero di Paolo Desogus I due aspetti che più mi colpiscono del caso Roggero

I due aspetti che più mi colpiscono del caso Roggero

Tutti pazzi per Roggero di Alessandro Mariani Tutti pazzi per Roggero

Tutti pazzi per Roggero

Quanto vale una vita? di Giuseppe Giannini Quanto vale una vita?

Quanto vale una vita?

"Ruderi" della costa a Bari diventano alloggi per turisti di Antonio Di Siena "Ruderi" della costa a Bari diventano alloggi per turisti

"Ruderi" della costa a Bari diventano alloggi per turisti

Italia e vincolo esterno di Gilberto Trombetta Italia e vincolo esterno

Italia e vincolo esterno

FRIEDMAN HA VINTO di  Leo Essen FRIEDMAN HA VINTO

FRIEDMAN HA VINTO

Zelensky e Netanyahu: la guerra come necessità vitale di Giorgio Cremaschi Zelensky e Netanyahu: la guerra come necessità vitale

Zelensky e Netanyahu: la guerra come necessità vitale

Registrati alla nostra newsletter

Iscriviti alla newsletter per ricevere tutti i nostri aggiornamenti