Novant'anni di Ghassan Kanafani: il pensiero che l'imperialismo non riesce ad assassinare
di Tom Joad
Quando si commemora Ghassan Kanafani, il rischio è restare intrappolati nell'icona. Lo scrittore folgorante di Uomini sotto il sole, il martire assassinato dal Mossad a Beirut l’8 luglio 1972 con un'autobomba che uccise anche sua nipote diciassettenne. L'intellettuale rivoluzionario, l'artista visivo, il direttore di al-Hadaf. Nato il 9 aprile 1936 ad Akka - scacciato dalla propria città proprio il giorno in cui compiva dodici anni, il 9 aprile 1948, mentre il massacro di Deir Yassin insanguinava la Palestina - Kanafani avrebbe oggi novant'anni. Ma trattarlo come reliquia è tradirlo. La sua vera sfida, quella che ancora brucia, è un'altra: aveva ragione lui. Su tutto.
Uno dei testi politici più urgenti di Kanafani si intitola Pensieri sul cambiamento e il "linguaggio cieco", una conferenza tenuta a Beirut nel marzo 1968. Il "linguaggio cieco" è per lui quello che nomina senza rivelare, che descrive senza analizzare, che chiama "crisi" ciò che è conquista coloniale, che chiama "conflitto" ciò che è genocidio. Cinquantotto anni dopo, assistiamo alla stessa operazione su scala industriale: i media occidentali che parlano di "escalation" quando Israele bombarda ospedali a Gaza, in Iran, in Libano o di "risposta proporzionata" quando cancella interi clan familiari, di "questione di sicurezza" quando rade al suolo la Striscia. Il linguaggio cieco non è un errore linguistico: è, scriveva Kanafani, uno strumento di dominio che protegge chi ha il potere di nominare la realtà dall'obbligo di rispondere di essa.
La sua critica andava però oltre il repertorio lessicale dei potenti. Individuava il pericolo uguale e contrario nel campo della resistenza: l'autoinfliggimento esagerato, la sconfitta elevata a identità, il piagnisteo intellettuale che scambia l'autocritica per analisi. Dopo il 1967 - al-hazima, la disfatta, che lui e i suoi compagni si rifiutavano di chiamare naksa, "ricaduta", altra forma di lingua cieca - Kanafani scrisse che i periodi di sconfitta generano due fenomeni opposti: lo spirito critico costruttivo e la sua degenerazione in autodistruzione paralizzante. Guardare Gaza oggi - la resistenza che ha resistito a uno degli assalti più brutali della storia - e poi guardare certe analisi politiche occidentali che decretano la fine del progetto palestinese: chi usa qui la lingua cieca?
Nel gennaio 1970, su al-Hadaf, Kanafani pubblicò un articolo dal titolo L'alleanza segreta tra Arabia Saudita e Israele. Rivelava come il petrolio saudita scorreva attraverso pipeline nei territori siriani occupati da Israele, come Aramco aveva segretamente accordato a Israele venti milioni di dollari in royalties, come la strategia "East of Suez" di Washington e Londra usasse contemporaneamente Israele e il regime saudita come "due ganasce di una tenaglia" contro i movimenti progressisti e socialisti della regione - in particolare contro la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen, il primo esperimento socialista della penisola arabica, che l'Arabia Saudita stava sistematicamente tentando di strangolare con armi britanniche.
Pubblicare quell'articolo nel 1970 significava essere considerato un paranoico ideologico, un teorico della cospirazione in salsa marxista. Oggi si chiama Accordi di Abramo. Oggi il principe ereditario saudita e il governo israeliano trattano apertamente una normalizzazione, mentre il Libano viene bombardato e l'Iran è bersaglio di campagne di destabilizzazione crescente. Ciò che Kanafani descriveva come struttura oggettiva -il sionismo come avamposto dell'imperialismo americano nel Medio Oriente, le monarchie del Golfo come agenti di quella stessa strategia - non era retorica di propaganda: era analisi geopolitica con cinquant'anni di anticipo.
Qui sta forse il contributo teorico più negletto di Kanafani: il rifiuto assoluto di leggere le crisi mediorientali come eventi isolati. Il Libano non è una tragedia separata dalla Palestina. L'Iran non è una questione "regionale" distinta dalla questione palestinese. Erano, per lui, manifestazioni di un sistema unico: l'imperialismo come processo di saccheggio continuo in cui il sionismo, le monarchie reazionarie e le potenze occidentali formavano un blocco oggettivo, indipendentemente da quanto spesso si contraddicessero nella tattica.
Guardando l'arco di questi ultimi anni - il genocidio a Gaza, il Libano martellato a ripetizione, l'Iran sotto pressione militare ed economica crescente, lo Yemen punito per aver tentato di solidarizzare con Gaza, la Siria destabilizzata ancora una volta - si riconosce esattamente la geometria che Kanafani aveva cartografato. Non come profeta, ma come analista che aveva capito come funziona il sistema: si colpisce sempre il punto più avanzato della resistenza, si isola ogni attore dai propri alleati naturali, si usa il "linguaggio cieco" per frammentare quello che è un processo unitario in una serie di "crisi locali".
C'è un'altra idea kanafaniana che l'attualità ha reso esplosivamente pertinente. Nei suoi scritti del 1967-1968, Kanafani sviluppa - riprendendo Che Guevara, Fanon, H? Chí Minh - il concetto di "nuovo essere umano" come condizione e risultato della lotta di liberazione, non come prodotto a posteriori di una vittoria militare. La resistenza non è uno strumento per raggiungere uno Stato: è il processo attraverso cui si genera il soggetto capace di abitarlo. Di conseguenza, ogni "soluzione" che non passi per la trasformazione profonda delle masse - ogni accordo negoziato dall'alto, ogni "stato palestinese" concesso dall'occupante a propria immagine e somiglianza - è già una liquidazione della causa.
Nel 1967, di fronte alla proposta di uno Stato palestinese nei soli territori del dopoguerra, Kanafani scrisse con una lucidità agghiacciante: il pericolo non è che questa soluzione fallisca, ma che venga presentata come soluzione, trasformando "la questione palestinese" - una questione di spoliazione coloniale e di liberazione - nella "questione dei rifugiati", un problema umanitario che l'amministrazione internazionale può gestire senza toccare le strutture di potere. Oslo, trent'anni dopo, realizzò punto per punto questo schema. L'Autorità Palestinese che Kanafani non visse per vedere è esattamente la borghesia compradora che egli teorizzava come possibile agente della liquidazione: non il nemico esterno, ma la classe dirigente interna che, impossibilitata a liberare il proprio popolo, sceglie di amministrarne la cattività.
L'8 luglio 1972 il Mossad non uccise un intellettuale scomodo o uno scrittore famoso. Uccise l'emissario intellettuale del FPLP, l'uomo che stava forgiando la sintesi tra teoria marxista-leninista e pratica rivoluzionaria palestinese, che stava costruendo le scuole quadro dell'organizzazione, che con al-Hadaf stava creando una cultura della resistenza capace di formare soggettività politiche nuove. Lo uccisero perché, come scrisse il suo compagno Salah, "le parole di Ghassan erano proiettili". Lo uccisero perché una lotta che comprende sé stessa - che nomina l'imperialismo, che vede l'asse tra le monarchie del Golfo e Tel Aviv, che rifiuta le mezze soluzioni - è una lotta che non si può comprare.
Novant'anni dopo la sua nascita, cinquantaquattro dopo la sua morte, la pertinenza di Kanafani non è una questione di venerazione. È una questione di metodo. In un'epoca in cui i movimenti di solidarietà con la Palestina moltiplicano ovunque - dagli accampamenti universitari di tutto il mondo alle piazze europee - e in cui la tendenza a frammentare, a moralizzare senza analizzare, a parlare di "vittime" senza nominare i carnefici rischia di produrre un'altra stagione di lingua cieca, il pensiero di Kanafani offre un antidoto preciso: niente isterie del lutto e utopie senza organizzazione, né solidarietà sentimentale separata dall'analisi delle strutture. La resistenza è l'essenza, scriveva nel 1967. Non come slogan: come modo di stare nel mondo.
Il bambino espulso da Akka il giorno del suo dodicesimo compleanno avrebbe oggi novant'anni. Ciò che ha costruito - nonostante e attraverso l'assassinio - è ancora vivo, ancora pericoloso, ancora necessario. Gli imperialisti sanno riconoscere i propri nemici meglio di quanto non li riconoscano certi amici.

1.gif)
