Obama e Xi Jinping: il primo incontro
Tutti i temi in agenda nel vertice che segnerà il futuro delle relazioni sino-americane
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di Alessandro Bianchi
Il 7-8 giugno ad Annenberg in California, i presidenti Obama e Xi Jinping si incontreranno per la prima volta come presidenti delle due principali potenze mondiali e sfideranno il giudizio sempre più comune che Stati Uniti e Cina siano destinati ad un futuro di scontro, soprattutto quando - dal 2016 secondo dati Fmi e Ocse o al massimo dal 2018 secondo l'Economist - l'economia cinese supererà quella americana.
Il 7-8 giugno ad Annenberg in California, i presidenti Obama e Xi Jinping si incontreranno per la prima volta come presidenti delle due principali potenze mondiali e sfideranno il giudizio sempre più comune che Stati Uniti e Cina siano destinati ad un futuro di scontro, soprattutto quando - dal 2016 secondo dati Fmi e Ocse o al massimo dal 2018 secondo l'Economist - l'economia cinese supererà quella americana.
Rispetto al passato, quando i summit al vertice tra Washington e Pechino si svolgevano sulla base di agende molto generali, con incontri molto brevi e si concludevano con una generale dichiarazione di intenti, il "format" di questa volta, come sottolinea Kenneth G. Lieberthal del Brooking Institute, sarà unico nella storia: il summit in California permetterà ai due uomini più potenti della terra di avere tutto il tempo a disposizione per affrontare nel dettaglio una serie di questioni selezionate che mettono a rischio il futuro rapporto dei due paesi. Al contrario del passato, non si tratta di una occasione per la stampa, ma un'opportunità per raggiungere un accordo di sostanza.
Il primo obiettivo di riferimento è quello di stabilire una relazione fiduciaria personale tra Obama e Xi. La scelta del luogo e della modalità dell'incontro, che riconoscono di fatto un ruolo di pari al collega cinese, dimostrano come Obama miri a raggiungere questo primo scopo.
I nodi da sciogliere restano tanti. Entrambi i paesi sono consci delle possibilità di uno scontro diretto futuro e di quella che il professore di Harvard, Graham Allison, ha definito in modo illuminante come “la trappola di Tucidide” - la tendenza osservata per prima dallo storico greco di un paese emergente che si scontra con le potenze esistenti. Con le tensioni tra Cina e Giappone sulle isole Senkaku che creano le premesse potenziali per un confronto diretto tra le due superpotenze, il summit di Annenberg affronterà tutte le questioni potenzialmente nocive per le relazioni future delle due superpotenze mondiali.
Il successo di Obama e Xi verrà valutato sulla capacità di dirimere una serie di questioni irrisolte tra i due paesi:
Cyber security. Si tratta del tema più complesso e che prenderà la maggior tempo delle discussioni bilaterali. Di fronte alle intromissioni che hanno portato Pechino ad entrare in possesso di una serie di dati sensibili militari e di know how di aziende private americane, il presidente americano Obama chiarirà a Xi Jinping come questa questione sia di interesse primario strategico per gli Stati Uniti ed una soluzione condivisa al centro delle relazioni future amichevoli tra i due paesi.
Il problema è che manca un accordo anche terminologico, su quello che deve essere considerato “cyber attack” e sulle misure di ritorsioni possibili degli stati che hanno subito un attacco. Gli Stati Uniti, per questo, non possono imporre la fine di una strategia che persegue la quasi totalità degli stati, vale a dire lo spionaggio militare, ma focalizzarsi sul settore privato, chiedendo una maggiore garanzia di protezione dei brevetti commerciali da parte del presidente cinese, ed una serie di linee guida comuni per la lotta al terrorismo internazionale ed altre attività criminali nella rete, ad esempio riciclaggio di denaro sporco e la pornografia.
La stabilità in Asia. Il comportamento più assertivo della Cina in politica estera - dagli attacchi cibernetici contro dati sensibili americani ed australiani alla sfida aperta della sovranità giapponese sulle isole Senkaku nel mar cinese meridionale - hanno aumentato i timori di Washington, a cui si sommano le paure cinesi sulle intenzioni americane di rafforzare le sue alleanze in Asia. La politica statunitense nella regione denominata in modo ambiguo “pivot to Asia” è stato interpretato come un modo per contenere la Cina. Ad oggi i rischi maggiori per destabilizzare la situazione tra i due paesi sono principalmente militari – una maggiore presenza della marina americana nel Pacifico e lo spostamento di più truppe statunitensi attraverso Australia e Filippine in particolare – ma anche la volontà americana di creare un'area di libero mercato nella regione che non includa la Cina potrebbe creare un punto di non ritorno.
In questo contesto, il summit in California è un evento fondamentale in cui Xi detterà per la prima volta quelle che sono le priorità cinesi e come intende garantire l'equilibrio nel mar cinese meridionale.
Questioni economiche e commerciali. Rispetto ai timori di nuove guerre commerciali e dell'accuse ripetute di parte della società americana di dumping sociale e di mantenere troppo basso il tasso di cambio danneggiando le industrie nazionali, Obama e Xi partiranno da un dato di fatto incontrovertibile: l'aumento costante dell'interscambio commerciale negli ultimi trent'anni, tanto che oggi la Cina rappresenta il secondo partner in assoluto per gli Stati Uniti. I benefici sono stati reciproci: gli Usa hanno potuto finanziare il proprio debito interno attraverso gli acquisti dei titoli di stato da parte cinese a basso costo e Pechino ha potuto rapidamente colmare il suo gap tecnologico attraverso il know how tecnologico americano.
Altre questioni sotto esame. Ci sono alcune aree, sottolinea Elizabeth C. Economy del Council of Foreig Relations, dove il consenso tra i due paesi potrebbe emergere in modo più semplice. In particolare, un accordo di alto livello sull'apertura di un dialogo costante a livello militare e civile su crisi future nella penisola coreana è possibile dato l'atteggiamento dimostrato da Pechino verso l'alleato di Pyongyang. Inoltre, il governo cinese ha manifestato il suo interesse nel partecipare nuovamente alle negoziazioni del Transpacific Partnership, un accordo che alcuni analisti hanno in precedenza descritto come deliberatamente designato per escludere Pechino. Infine, Pechino, dopo un rifiuto categorico ventennale, ha annunciato in via preliminare che adotterà un target di riferimento per la riduzione delle emissioni CO2. Del resto, l'inquinamento è oggi una questione politica di importanza fondamentale in Cina ed un'opportunità per le industrie americane nel paese.
L'ottimismo di fondo del vertice in California deve essere bilanciato tuttavia con alcuni motivi di frizioni oggettivi. La Cina vuole far emergere i suoi interessi economici e strategici nei modi che richiedono una rivisitazione delle norme internazionali e le istituzioni che sono prevalse dalla fine della seconda guerra mondiale. Mentre gli Usa possono tollerare un maggior peso di Pechino nelle istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale, Washington, sottolinea lucidamente Gideon Rachman sul Financial Times di ieri, non può tollerare quello che per Pechino rappresenta invece il suo sbocco inevitabile: una posizione egemonica nell'Asia orientale. Nel bipolarismo del futuro, all'egemonia americana in occidente non può, nell'ottica statunitense, contrapporsi quella cinese in Asia, perché quest'ultima diventerà il cuore pulsante di riferimento dell'economia globale. Ed, in questo contesto, semplicemente Obama non può permettersi di lasciare in eredità un dominio cinese nella regione. Per questo, nonostante gli accordi di quieto vivere che potranno essere presi ad Annenberg resta un problema di fondo difficilmente risolvibile.

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