Pakistan 2.0

Le implicazioni dell'arresto di Musharraf in politica interna e nelle relazioni con gli Usa

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Pakistan 2.0

di Alessandro Bianchi

L'arresto spettacolare dell'ex dittatore e leader dell'esercito del Pakistan, Pervez Musharraf è il simbolo di uno spostamento epocale del potere in Pakistan, governato per 66 anni dalle forze militari. 
Attraverso la ricostruzione fornita da Mehreen Zahra-Malik di Reuters, dall'Economist, di Jay Boone di The Guardian e quella di Daniel Markey, Senior Fellow per India, Pakistan, ed Asia meridionale per il Council Foreign Relations, si analizzeranno le elezioni generali dell'11 maggio ed il processo di transizione in atto nel paese in relazione sia all'arresto di Musharraf che alle relazioni future degli Stati Uniti.
 
L'arresto. L'accusa contro l'ex generale protagonista del colpo di stato del 1999 è di alto tradimento in relazione al licenziamento di alcuni giudici costituzionali e la dichiarazione dello stato d'emergenza nel 2007. La vicenda di Musharraf - accusato anche in processi pendenti in relazione all'assassinio di Benazir Bhutto nel 2007 e la morte di un leader separatista di Baluchistan - segna uno spostamento importante nel bilanciamento dei poteri all'interno del paese. Il Parlamento aveva chiesto che l'ex generale fosse processato in nome dell'articolo 6 della legge sull'alto tradimento del 1973, con il presidente della Corte costituzionale, Jawad Khawaja, aveva dichiarato essere un “compito ed un obbligo dello Stato” prendere misure contro Musharraf e tutti coloro che hanno sovvertito la costituzione.
Il 18 aprile l'ex dittatore è apparso in tribunale, ma, con la possibilità di un arresto, la polizia ed anche gli avvocati hanno trascinato fuori Musharraf grazie alla misteriosa collaborazione del portiere della corte. Il giorno successivo, dopo negoziazioni tra le parti, l'ex leader è tornato davanti la corte per ascoltare la sentenza di arresti domiciliari almeno per i prossimi due giorni.
Tornato lo scorso mese per partecipare alle elezioni nazionali dell'11 maggio, Musharraf aveva ottenuto la possibilità di concorrere solamente nel seggio di Chitral, cittadina nel nord del paese. Ad inizio settimana, tuttavia, prima della decisione della Corte suprema, un tribunale del Pakistan lo aveva dichiarato non eleggibile. 
Nonostante la battaglia legale di Musharraf abbia creato molto scalpore e dibattito all'interno del paese, gli analisti sottolineano come l'ex dittatore non potesse influire sull'esito delle elezioni. Al suo ritorno, a Karachi, solo una piccola folla di sostenitori ha accolto Musharraf ed in queste settimane non è riuscito ad ampliare il suo supporto politico. Nei sondaggi nazionali l'ex dittatore aveva un giudizio positivo solo nel 25% degli abitanti e senza un impatto sulle elezioni possibili: secondo un sondaggio di GallupPakistan la presenza di Musharraf era  giudicato come “un attore insignificante nella corsa elettorale”.
 
Perché è tornato? Ma allora la domanda da porsi è quale sia la ragione che ha spinto Musharraf a tornare in patria e rischiare il carcere? Secondo una visione che assume sempre più consistenza nel paese, a spingere l'ex generale vi sarebbe una scelta a tavolino dell'esercito per generare caos e confusione prima delle elezioni generali ed impedire la vittoria del favorito, Nawaz Sharif, leader della Lega Musulmana (Nawaz), principale oppositore del potere dei militari ed ex primo ministro prima del colpo di stato del 1999 condotta propria dal generale Musharraf. In questo senso, anche l'attivismo popolare dell'imam, Tahir-ul-Qadrihat, viene visto come rientrante in questa ottica finalizzata ad aumentare confusione prima delle elezioni.
Secondo una fonte anonima citata dall'Economist vicina al generale Ashfaq K, l'attuale capo dell'esercito del Pakistan, Musharraf è stato tuttavia scoraggiato dai vertici militari dal tornare nel paese per il timore di un eccessivo vulnerabilità ad un attacco terrorista dai Talebani, e soprattutto per il precedente pericoloso che creava. Questa è la prima volta, infatti, nella storia del Pakistan che un generale a quattro stelle è agli arresti ed è un pericoloso precedente per l'esercito.
Vi è anche una seconda opzione che viene considerata agli analisti. I processi a Musharraf avranno un grande impatto popolare sulle elezioni e potrebbero servire all'esercito nel periodo post elettorale: se Sharif dovesse diventare primo ministro, infatti, i vertici militari potranno utilizzare la vicenda di Musharraf per negoziare il futuro bilanciamento dei poteri.
 
Il futuro delle relazioni con Washington. Nei prossimi mesi il Pakistan vivrà una transizione totale al potere: le elezioni parlamentari dell'undici maggio prossimo daranno un nuovo governo che si insedierà solo quest'estate; ci sarà poi l'elezione presidenziale indiretta a settembre; il capo dell'esercito termina il suo mandato a novembre ed, infine, a dicembre il presidente della corte costituzionale andrà in pensione.
Dato l'arsenale nucleare, la posizione geopolitica e la grandezza del paese, gli Stati Uniti hanno un enorme interesso nella stabilità del Pakistan. Secondo Daniel Markey, la transizione che inizierà l'11 maggio e l'arresto di Musharraf potrebbe ulteriormente complicare le relazioni tra i due paesi. L'errore più grande che potrebbe fare l'amministrazione americana è quello di sostenere attivamente e finanziare i partiti maggiormente filo occidentali; al contrario, secondo lo studioso del CFR, dovrebbero utilizzare la loro influenza per farsi da garante della costituzione e del rispetto delle procedure legali nella transizione. 
Le operazioni di sicurezza e contro terrorismo condotte dalle forze americane in Pakistan saranno chiaramente condizionate da questa fase di cambiamento in corso e per questo gli attacchi droni e quelli sotto copertura saranno sempre meno accettati dalla popolazione. 
In un momento in cui gli Stati Uniti stanno organizzando il loro ritiro dall'Afghanistan ed accelerare il processo di dialogo di Karzai con i talebani, la situazione in Pakistan potrebbe assumere connotati sempre più preoccupanti. Il favorito a divenire il prossimo primo ministro, Nawaz Sharif, e la sua Lega Musulmana–Nawaz (PML-N) ha una storia conflittuale con l'esercito; la sorpresa annunciata alle elezioni dovrebbe essere la star nazionale di cricket Imran Khan, a capo del partito d'opposizione Tehreek-e-Insaf (PTI), che è il principale oppositore alla continuazione degli attacchi droni americani; il prossimo capo dell'esercito — come i suoi due predecessori —inizierà, infine, a negare un approccio di maggiore cooperazione con l'India e con gli Stati Uniti per creare consenso sulla sua figura.

In questo contesto, gli Stati Uniti devono sorvegliare solamente il rispetto della costituzione ed evitare che la transizione fallisca e si attui il peggiore dei scenari possibili: una lotta in fazioni e poteri dello stato per il potere. Al momento il presidente Zardari, il capo dell'esercito ed il presidente della corte costituzionale hanno dimostrato di voler adottare una transizione pacifica e gli Stati Uniti non devono interferire. La tradizione degli Stati Uniti di interferire nel paese — ad esempio l'accordo mediato da Bush tra il presidente Pervez Musharraf ed il leader del partito popolare di allora Benazir Bhutto in 2007— sarebbe il peggiore degli errori per il futuro del paese.

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