Palestina, le ragioni della rabbia
Risoluzione ONU N° 3070 del 1973: "Ogni popolo ha diritto a resistere in qualsiasi modo di fronte alla barbarie colonizzatrice e criminale, inclusa la resistenza armata. È un diritto inalienabile." Ora, secondo il diritto e la comunità internazionale, Israele è lo Stato occupante, la Palestina lo Stato occupato. Ne consegue che, se di terroristi bisogna parlare, non si tratta di sicuro dei Palestinesi.
Di Paola Di Lullo
“Non prendete nulla dai palestinesi, è successo che abbiano dato bombe ed armi ad ignari turisti”. Welcome to Israel. È il terminal 5 dell'aeroporto di Fiumicino, da dove partono solo i voli diretti negli USA ed in Israele, e dove c’è la Security israeliana tutta per noi. Cominciano gli interrogatori ed i controlli. Le borse aperte e vuotate di tutto, le valigie private di lucchetto, “altrimenti non le imbarchiamo”. La frase dell’addetta alla Security mi rimbomberà in testa durante il volo.
Chi si reca in Palestina per la prima volta, volando con l'El Al, la compagnia di bandiera israeliana, si sentirà ripetere questa frase che nulla ha a che vedere con la sicurezza. È una frase, un monito, usato dagli israeliani per dipingere, ad ignari turisti, i palestinesi come terroristi. È un modo come un altro per distorcere la realtà di un'occupazione che schiaccia i palestinesi da oltre 70 anni. Lo stesso odio e gli stessi toni usati in questi giorni dal governo Netanyahu. Terroristi in casa propria. Gente di cui non ci si deve fidare, da cui ci si deve guardare. Gente che, lo leggiamo spesso dal 1° ottobre scorso, accoltella civili, poliziotti e soldati israeliani senza un motivo, donne che nascondono coltelli o cacciavite sotto l'hijab o il niqab. E come musulmani devono essere scrutati con sospetto. Nessuno scriverà mai dei coloni israeliani che girano armati per le strade della Palestina occupata. O meglio, lo si può leggere, ma con la motivazione che girare armati è l'unico modo per proteggersi dai terroristi. I media mainstream sono da sempre al servizio d'Israele per supportare la loro propaganda, il gioco condotto in questi 70 anni di occupazione, invocare la legittima difesa contro terroristi armati.
La realtà da scrivere è un'altra. I Palestinesi sono stanchi, umiliati, arrabbiati, demotivati. È un popolo in cerca di pace, ma di una pace giusta, di una pace che porti, finalmente, al riconoscimento dei loro diritti negati. Conducono un'esistenza estremamente difficile, vessati giorno dopo giorno da coloni supportati dall'esercito.
In questi 70 anni sono stati privati di tutto, dalle terre, alle case, all'acqua, al diritto al lavoro, ad una vita decorosa. Sono stati incarcerati, troppo spesso senza accuse né processo, secondo la formula della detenzione amministrativa. Sono stati detenuti in carceri in territorio israeliano, in palese violazione dell'Art. 76 della IV Convenzione di Ginevra. Sono stati torturati nei centri di interrogatorio israeliani per settimane. Nessuna distinzione tra uomini, donne, bambini. Sono stati uccisi, spesso in carcere, altre volte per aver cercato di riaffermare la loro indipendenza. Molto spesso, le famiglie hanno ricevuto corpi sezionati, privi di organi, di cui non avevano autorizzato l'espianto. Altrettanto spesso hanno dovuto pagare una cauzione per riavere i corpi dei loro congiunti e poter dare loro degna sepoltura.
Sono stati bombardati, a Gaza, senza nessun rispetto per la vita dei civili, dal momento che, in 51 giorni di Protective Edge, l'estate scorsa, per citare solo l'ultima aggressione contro la Striscia, su 2200 morti, 1650 erano civili. Di costoro, 650 i bambini.
Ai Palestinesi di Gaza è negato il diritto al lavoro. Un embargo totale, imposto da ormai 8 anni, ha paralizzato l'economia e distrutto aziende e terziario. Le uniche alternative restano l'agricoltura e la pesca, ma sono impraticabili perché l'esercito israeliano spara sia sui contadini che sui pescatori. La Banca Mondiale ha lanciato l'allarme sul tasso di disoccupazione di Gaza: 43% la totale, 60% tra i giovani. E l'ONU, nel suo ultimo rapporto, ha affermato che, tra cinque anni, la Striscia sarà inabitabile.
In questi 70 anni i Palestinesi hanno visto violare quotidianamente i loro diritti, svanire la loro libertà, sono stati umiliati, sono diventati profughi, all'estero ed in casa propria. Sono diventati ospiti sgraditi in casa propria, cittadini di serie B nei territori del '48. Nessuna delle risoluzioni approvate dall'ONU in favore della Palestina è stata mai rispettata da Israele. Non la Risoluzione 194 del 1948 che chiede il rientro dei profughi nei loro villaggi e nelle loro città d'origine, non la 478 che ha definito l'annessione di Gerusalemme Est, nel 1967, come capitale dello stato d'Israele, "nulla e priva di validità", una violazione del diritto internazionale e un serio ostacolo al raggiungimento della pace in Medio Oriente. Sulla carta, Gerusalemme Est è in Palestina, sul terreno è in Israele.
La costruzione del muro, cominciata nel 2002 , muro di protezione, secondo Israele, della vergogna, secondo la maggior parte degli osservatori internazionali che hanno avuto il "piacere" di vederlo, ha schiacciato ed umiliato sempre più i Palestinesi.
In realtà, il primo progetto di costruzione di un muro riguarda la Striscia di Gaza, dove dal 1987 (prima Intifada) al 1993, Israele ha costruito una barriera elettrificata ermeticamente chiusa.
In Cisgiordania la costruzione è iniziata nella zona ovest di Jenin, ed il suo tracciato è stato più volte modificato, senza che ciò impedisse ad Israele di edificare una mostruosità alta anche 8 metri e lunga, più o meno, 750 km., che ha inglobato vaste aree della Palestina, penetrando profondamente in Cisgiordania, segregando oltre il 20% della popolazione Palestinese, deviando oltre l'80% dei corsi d'acqua. In molti tratti, il muro si discosta dalla linea verde, i confini israeliani entro le linee del 1967, che segue solo per il 20% della sua interezza. Entra prepotentemente in territorio palestinese, anche di circa 30 km, ed ha avuto un impatto devastante sulla popolazione Palestinese:comunità, villaggi, famiglie sono stati e continuano, poiché continua la costruzione del muro, ad essere separati ed intrappolati nella loro stessa terra!
Più di 460 checkpoint fissi e mobili isolano villaggi e città palestinesi e bloccano ogni forma di vita economica, paralizzando i sevizi: scuole, ospedali, università, fabbriche e spostamento dei palestinesi e delle merci, bloccando l'economia ed il commercio. E non solo. I checkpoint rappresentano l'ennesima forma di umiliazione cui i Palestinesi vengono sottoposti dai soldati israeliani. Sono loro a decidere chi, quando e come passa. Non sono rari casi di donne che hanno dovuto partorire in macchina, perché impossibilitate a raggiungere un ospedale lontano solo pochi minuti; nemmeno i casi di lavoratori che, una volta lasciati entrare, non son stati lasciati uscire fino all'indomani, o viceversa; all'ordine del giorno i malori accusati da tutti, indistintamente, sotto il sole rovente d'estate o la pioggia ed il freddo d'inverno. I checkpoint sono come gabbie di un grande zoo, in cui i domatori sono gli israeliani, le bestie i Palestinesi.
A questa situazione, paragonabile ad una pentola a pressione, si è aggiunta la violazione e la profanazione, ormai quotidiane, di Al Aqsa, il terzo luogo sacro dell'Islam. Da mesi ai Palestinesi viene impedito l'accesso alla loro moschea per la preghiera e sono centinaia le foto che li ritraggono a pregare per strada, dinanzi ai sorrisi beffardi dei coloni che entrano liberamente, scortati dall'esercito.
Al Aqsa è stata il punto di non ritorno, la "linea rossa" che Israele non avrebbe dovuto superare ed ha fatto esplodere la rabbia dei Palestinesi, di tutti i Palestinesi, anche i cosiddetti arabi d'Israele, coloro che risiedono nei territori del 48. Anche dei Palestinesi di Gaza,che si sono recati nella "buffer zone" a manifestare in supporto di Gerusalemme e che sono stati trucidati da soldati protetti dalle torrette militari o dalle jeep, dietro le quali usano nascondersi. In un solo pomeriggio, 7 morti e circa 130 feriti.
Il divieto d’ingresso dei Palestinesi in Al Aqsa, non è casuale e non è nemmeno solo una delle tante forme in cui l’occupazione si manifesta in Palestina. La realtà è che l’accesso viene negato perché un gruppo di ebrei, noto come i “Fedeli del Monte del Tempio” ha espresso il desiderio di riedificare l’antico tempio ebraico di Gerusalemme, distrutto dai romani nel 70 d. C., e di cui ora resta solo il Muro Occidentale ( Muro del Pianto ), sul sito dove ora sorgono Al Aqsa e la Cupola della Roccia, o Moschea di Omar. Hanno scavato un tunnel che, dal cuore della città vecchia spunta proprio sotto la moschea e si preparano a demolirla, non prima di essersene impossessati. La procedura dell’occupazione non cambia mai.
Un'ultima, fondamentale Risoluzione dell'ONU va ricordata perché non si cada nell'equivoco dei poveri perseguitati che si difendono dal terrore, dopo aver già vissuto l'olocausto. La Risoluzione 3070 del 1973 recita, infatti: "Ogni popolo ha diritto a resistere in qualsiasi modo di fronte alla barbarie colonizzatrice e criminale, inclusa la resistenza armata. È un diritto inalienabile." Ora, secondo il diritto e la comunità internazionale, Israele è lo stato occupante, la Palestina lo stato occupato. Ne consegue che, se di terroristi bisogna parlare, non si tratta di sicuro dei Palestinesi.

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