"Pivot to Asia"

La visita di Obama nel sud est asiatico accende il dibattito su un approccio che apre uno scenario di conflitto con la Cina

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"Pivot to Asia"

Nella settimana in cui il presidente Obama ed il Segretario di Stato Clinton visiteranno Thailandia, Myanmar e Cambogia - con lo scopo dichiarato di aumentare l'influenza americana e riequilibrare la bilancia del potere con la Cina nel sud est asiatico - gli esperti dibattono sull'efficacia di tutta la strategia dell'amministrazione americana in Asia, definita “pivot to Asia”.

Una risposta alla nuova politica estera cinese. Il paradigma di Deng Xiaoping di “sviluppo pacifico” è entrato in crisi nel 2009, da quando la Cina ha assunto una serie di iniziative che hanno mostrato al mondo un nuovo approccio di politica estera: dalle resistenze all'accordo sulla Conferenza del cambiamento climatico proposto dall'occidente nel 2009, dalle sanzioni contro le imprese americane e la sospensione del dialogo sulla sicurezza con gli Usa dopo la vendita di armi  a Taiwan nel 2010; dalle sanzioni contro la Norvegia dopo l'assegnazione del Premio Nobel a Liu Xiaobo; per arrivare fino alle diverse dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale con i suoi vicini, Pechino ha iniziato a mettere in dubbio i paradigmi che avevano portato ad un trentennio di “crescita pacifica”.
Pomfret del Wahington Post e diversi analisti americani esperti di politica interna cinese hanno interpretato il cambiamento come il tentativo di trasformare il nuovo peso economico acquisito in influenza internazionale. Partendo da questo stesso punto di vista, l'amministrazione Obama ha iniziato nel 2010 quella che è stata definita strategia “pivot” verso l'Asia, un massiccio spostamento cioè di risorse nel continente, con lo scopo di rafforzare la presenza navale a difesa degli interessi americani e degli alleati storici dall'avanzata cinese.
Le precedenti amministrazioni avevano già iniziato ad investire maggiori risorse nella regione - aumentando l'assistenza tecnologica a Guam e Giappone, cooperando con Singapore per costruire nuove portaarei e rafforzando i legami difensivi con il Giappone e le Filippine -  ma la strategia “pivot” di Obama ha quintuplicato gli sforzi: solo per citare gli ultimi esempi in termini cronologici, Washinton ha raddoppiato gli esercizi navali con il Giappone per prepararsi alla difesa delle isole Senkaku contese nel Mar Cinese Meridionale, ha stipulato nuovi contratti di sicurezza con le Filippine e nell'aprile del 2012 ha inviato i marines in Australia in missione di addestramento. Tutte misure che hanno riassicurato gli alleati sull'impegno americano per lo status quo della regione, ma che hanno intrappolato gli Stati Uniti all'interno di dispute che esulano dagli obiettivi strategici di Washington. La dichiarazione di Hillary Clinton nel 2010 a difesa delle posizioni di Filippine e Vietnam nella disputa territoriali con la Cina sulle isole Spratly e la decisione di rafforzare la presenza militare americana in Corea del Sud, dopo il ritiro deciso dall'amministrazione Bush, sono solo due esempi.
 
Una strategia basata su fraintendimenti. Come sottolinea correttamente Rachman sulle pagine del Financial Times, la decisione dell'amministrazione Obama è stata presa sulla base di un grave fraintendimento di fondo: la scelta assertiva di Pechino non deriva da una maggiore fiducia nei propri mezzi, ma, al contrario, da un profondo senso di insicurezza figlio della crisi finanziaria e dei crescenti sommovimenti sociali. Da questo punto di vista, la strategia pivot di Obama è controproducente, amplificando il senso di accerchiamento e di pressione che Pechino avverte.
La crisi finanziaria e gli scandali di corruzione hanno minato la credibilità della leadership centrale del partito e l'immenso stimolo alla domanda interna (4 miliardi di yuan) ha solo peggiorato la situazione, con il premier Wen Jiabao che ha recentemente riconosciuto come il peggioramento dell'inflazione risultante dallo stimolo potrebbe minare “la sicurezza sociale”. L'inflazione galoppante con la  maggiore disoccupazione e diseguaglianza sociale hanno prodotto un clima incandescente pronto ad esplodere: in un sommovimento sociale nel 2009 a Shishou, nella provincia Hubei, 70 mila persone si sono scontrate contro la polizia, in quello che è stato definito dalle autorità “il sommovimento più serio” dal 1949.
Il fraintendimento principale della strategia americana nasce dall'errata percezione della pericolosità militare cinese. Nel marzo del 2010, testimoniando davanti al Congresso, l'allora comandante in capo per il Pacifico, l'ammiraglio Robert Willard ha asserito che i progressi militari cinesi erano stati “molto impressionanti”. La verità, sottolinea Ross sul Foreign Affairs, è che - nonostante gli oggettivi progressi dell'esercito cinese dalla figuraccia del 1979 contro il Vietnam - il suo potere rimane limitato e non in grado in alcun modo sfidare la superiorità navale americana nella regione. La Cina ha lanciato la sua prima portarei ad agosto – gli Usa ne hanno 11 – e non ha ancora la tecnologia per ultimare la costruzione di missili balistici in grado di colpire le portarei quelle americane.
Di fronte ad una minaccia relativamente flebile, continua Ross, la strategia di Obama non solo non ha contribuito alla stabilità della regione, ma l'ha resa pronta al conflitto con portarei che si fronteggiano e con dispute territoriali aperte e pronte ad offrire in ogni momento ad offrire il pretesto giusto. 
 
Gli scenari futuri. La militarizzazione americana in Asia ha inoltre avuto effetti negativi al di fuori del continente. Di fronte alla vendita di armi a Taiwan nel 2010, il generale maggiore Luo Yuan ha più volte affermato che fosse giunto il momento di “regolare tutti i conti con gli Usa”. La Cina ha così rotto i legami con gli Usa ed iniziato ad esportare armi ad Iran, Corea del Nord e Pakistan.
La Cina ha ripreso ad investire, sostenere e commerciare con Pyongyang, abbandonando le negoziazioni del gruppo 5+1 per impedire il programma nucleare della Corea del Nord e costringendo gli Usa a proseguire su basi bilaterali. Nel 2012, la Cina ha minacciato di porre il veto ad una risoluzione di sanzioni contro le esportazioni di greggio iraniano ed ha poi raggiunto con Teheran nuovi accordi petroliferi, riducendo l'efficacia della strategia occidentale contro la Repubblica Islamica. Infine, Pechino ha impedito a Washington di arrivare ad una soluzione condivisa della strage siriana, ponendo sempre il veto alle bozze di risoluzione di condanna e di sanzioni contro il regime di Assad.
Il "pivot to Asia" di Obama ha portato Pechino a concludere che gli Usa abbiano abbandonato la stategia di “impegno strategico” in corso dalla fine della guerra fredda. Al contrario delle precedenti amministrazioni, Obama ha sfidato la sicurezza cinese a ridosso dei suoi confini. Dato che la Marina americana continuerà a dominare i mari asiatici, gli Usa possono usare questo deterrente per mantenere la protezione degli alleati e degli interessi americani. Tuttavia, conclude Ross in modo condivisibile, il secondo mandato di Obama dovrebbe essere contraddistinto da una minore presenza in tutte quelle dispute di confine tra la Cina ed i paesi limitrofi, che non vedono interessati direttamente gli interessi strategici americani e rischiano di aprire spirali di conflitto dagli esiti potenzialmente drammatici. I possibili sviluppi del conflitto tra Cina e Giappone per alcuni isolotti disabitati nel Mar Cinese Meridionale crea al momento i maggiori allarmi. Impegnati per trattato a garantire la sicurezza del Giappone, gli Stati Uniti sono direttamente coinvolti nella crisi ed hanno recentemente inviato quattro ex ufficiali dell'Esercito a Pechino per spiegarlo chiaramente. 

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