Péter Magyar e l'illusione del benessere europeo

Dalla crisi programmata al "cambio di regime": come Bruxelles ha usato il congelamento dei fondi per abbattere il governo di Budapest...

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Péter Magyar e l'illusione del benessere europeo

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

All'indomani del voto parlamentare del 12 aprile in Ungheria, si sono sprecati i giubili delle “democrazie” europee: il premier Keir Starmer ha parlato di «momento storico non solo per l'Ungheria ma per la democrazia europea». Si è congratulato con Magyar anche Emmanuel Macron e Friedrich Merz ha affermato di «non vedere l'ora» di collaborare con Magyar. A denti stretti, il nazigolpista-capo Zelenskij ha detto che Kiev è pronta a cooperare con l'Ungheria, nonostante l'intenzione dichiarata di Magyar di continuare a opporsi alle forniture di armi a Kiev e all'adesione accelerata dell'Ucraina alla UE.

«L’Ungheria svolta a Ovest, o quantomeno in direzione dell’Unione Europea» ha scritto il 13 aprile su La Stampa il signor Eric Jozsef – è stato candidato al Parlamento europeo per il “SUE” di Bonino e Renzi, oltre che essere da trent'anni corrispondente dall'Italia per Liberation: tanto per dire a cosa sia ridotta la cosiddetta “sinistra francese” - ricordando come «gli oppositori di quel primo ministro che sembrava inossidabile» avessero condotto la campagna elettorale rispolverando lo slogan della rivolta fascio-atlantista del 1956 “Ruszkik haza”, russi a casa. Rientra dunque perfettamente nelle cose che tutti i liberali europei, i burocrati di Bruxelles e i russofobi più accaniti stiano esultando per la vittoria di Tisza e Peter Magyar. Il furfante primo ministro polacco Donald Tusk ha addirittura salutato il neo primo ministro ungherese proprio con quello slogan di settanta anni fa con cui i fascisti di Budapest, foraggiati dalla CIA, mitragliavano e impiccavano per le strade della capitale i quadri comunisti e i funzionari governativi. Tra reazionari, filo-europeisti o fascio-atlantisti, si intendono.

Dunque, “certifica” monsieur Jozsef, l'ingresso in UE di dieci paesi nel 2004, Ungheria compresa, ha evitato che questa diventasse «uno Stato autoritario simile alla Bielorussia sotto Alexander Lukashenko», coi soliti «carri armati russi molto più prossimi all’ex Cortina di Ferro». E, da conseguente europeista, monsieur plaude alle sanzioni di Bruxelles, che nel 2022 avevano congelato oltre 17 miliardi di euro destinati a Budapest: ufficialmente per «violazione dello stato di diritto», come se ai farabutti di Bruxelles importasse qualcosa dei diritti delle masse dei paesi europei, ridotte sul lastrico per le imposizioni  e gli interessi di banche e monopoli.

C'è di più: per i sanfedisti di Liberation, la sconfitta di Orbán dice che «l’Europa liberale e democratica dovrebbe ringraziare i soldati di Volodymyr Zelensky. Per lungo tempo, Viktor Orbán si è abilmente mosso da equilibrista basculando tra Bruxelles e Mosca», fino a quando, nel 2022 (toh: la coincidenza delle sanzioni UE all'Ungheria) la cosiddetta “resistenza” ucraina ha costretto «Orbán a uscire allo scoperto e schierarsi, scegliendo infine di appoggiare il Cremlino», col  risultato che molti ungheresi, «pur non essendo filo-ucraini, hanno visto Mosca come una minaccia peggiore di Kiev». Le lezioni CIA del 1956 e il “liberalismo” europeista che addomestica ogni votazione hanno lasciato il segno.

Infine, recita monsieur Jozsef, la sconfitta di Orbán «prova che il modello dell’Unione Europea, fondato sulla democrazia, lo stato di diritto e l’equilibrio dei poteri» - i lettori de L'Antidiplomatico sono pregati di non ridere – appare «in grado di resistere a quanti ne vogliono la distruzione». Ma soprattutto, e questo è l'essenziale per tutte le canaglie genuflesse all'altare dei nazigolpisti di Kiev, con quella sconfitta «sarà più facile approvare il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia e sbloccare il prestito di 90 miliardi di euro per l’Ucraina». Oh, finalmente, eccoci al dunque: dobbiamo ringraziare monsieur Jozsef per tale aperta confessione.

Insomma, Viktor Orbán ha perso e ora se ne attendono le ripercussioni in giro per il mondo, prime fra tutte, appunto, lo sblocco dei 90 miliardi di euro UE per la guerra in Ucraina e del ventesimo pacchetto di sanzioni antirusse. Per quanto riguarda gli Stati Uniti e i rapporti dell'amministrazione Trump con Bruxelles, l'americanista Malek Dudakov cita il sostegno pubblico del presidente USA come una delle ragioni della sconfitta di Orbán: «Le politiche di Trump sono estremamente impopolari tra gli elettori europei. E la sua attuale avventura in Iran ha portato a una vera e propria crisi energetica all'interno dell'Unione Europea. Attualmente, la maggior parte degli europei considera gli Stati Uniti un nemico o addirittura un concorrente». Da parte russa, dice il politologo Aleksej Pilko, dato che «Trump comincia ad assomigliare sempre più a un pilota abbattuto, è tempo che la Russia segua gli "accordi di Anchorage" e i compromessi con gli Stati Uniti... Non è forse ora che Mosca cambi rotta sulla questione ucraina? Dopotutto è una superpotenza nucleare, ma si comporta con Washington in modo molto più conciliante e cortese di quasi tutti gli altri attori globali».

Il politologo Vadim Trukhacev sottolinea altre minacce legate alla vittoria di Magyar: «Interromperà i contratti nucleari, petroliferi e del gas con la Russia. Non interferirà con l'adozione di sanzioni anti-russe né con il riarmo dell'Ucraina. Magyar non è un russofobo certificato. È semplicemente un euro-atlantista e il suo atteggiamento nei confronti della Russia è nella media europea. Per inciso, il giovane Orbán era quasi lo stesso 20 anni fa». A detta invece del politologo Aleksej Naumov, la posizione di Magyar potrebbe evolversi: «Posso facilmente immaginare uno scontro tra Magyar e Ursula von der Leyen tra circa un anno. A giudicare dai sondaggi pre-elettorali, gli ungheresi non hanno votato "per la UE" o "contro la Russia", ma hanno votato per migliorare il tenore di vita, che è notevolmente peggiorato nel paese: vivere in Ungheria è semplicemente diventato più costoso».

In effetti, però, l'aver ripescato lo slogan della rivolta fascista del 1956 sembra aver giocato un ruolo abbastanza rilevante: da mesi i media europeisti tartassavano il pubblico con le “ingerenze russe” nella campagna elettorale ungherese. Di fatto, però, le vere ingerenze sono state quelle delle cancellerie europee che hanno battuto e ribattuto sul tasto “russo”, puntando sul fatto che gli ungheresi, come scriveva RIA Novosti qualche giorno prima del 12 aprile, associano i «momenti peggiori della loro storia alla Russia, a cominciare dalla rivolta anti-asburgica del 1848-'49, che Nicola I contribuì a reprimere. Ma, soprattutto, gli ungheresi, pur essendo una nazione con una storia e un profondo senso di dignità, sono al tempo stesso un popolo di gretti contadini, che coltivano i propri affarucci, senza guardare oltre. Tisza era in testa nei sondaggi pre-elettorali perché la generale crisi europea ha colpito duramente l'Ungheria e Magyar ha condotto una campagna elettorale sui problemi della gente comune. Così che, indipendentemente da Moskva o Bruxelles, il tenore di vita delle persone ha continuato a peggiorare e gli ungheresi continuano a dare priorità alle questioni private rispetto a quelle geopolitiche, il che ha portato Tisza prima in testa ai sondaggi e, dopo, alla vittoria.

Vero è che, già dopo il risultato vittorioso, Peter Magyar ha dichiarato che «Dovremo sederci al tavolo delle trattative con il presidente russo. La posizione geografica né della Russia né dell'Ungheria cambierà. Anche la nostra dipendenza energetica rimarrà» e ha chiarito di non avere intenzione di intrattenere rapporti amichevoli con Mosca, ma di non voler nemmeno rappresentare gli interessi di Kiev nel dialogo russo-ungherese. «Nessuno vuole un governo filo-ucraino in Ungheria», ha detto. Come la prenderanno a Bruxelles?

Perché, a ben vedere, il gioco di Bruxelles è stato molto chiaro, anche se apparentemente abbastanza “defilato”: da un lato, congelando i fondi per 17 miliardi, la UE ha inferto un serio colpo alle condizioni del paese, così che Peter Magyar ha avuto buon gioco a puntare sulla situazione disastrosa di scuole, ospedali, strade, sul clientelismo del “sistema Orbán”, da cui lui stesso discende e sul peggioramento del tenore di vita di quei “gretti contadini” e provinciali ungheresi; ha promesso di combattere la corruzione e convogliare i fondi europei verso i servizi pubblici. Contemporaneamente, battendo e ribattendo fino alla nausea sul tasto delle “ingerenze russe”, sul brulicare per ogni dove di “agenti russi” che, al pari dei Mirmidoni di Achille all'assedio di Troia sembravano moltiplicarsi ogni giorno di più, le varie Brunilde-Ursula e Kaja-Fredegonda hanno addossato tale peggioramento delle condizioni di vita proprio a quelle “ingerenze”. Questo, da un lato. Dall'altro, hanno associato lo scongelamento di quei 17 miliardi alla possibile vittoria di Magyar che, in quanto “europeista”, avrebbe riportato l'Ungheria sui binari dei buoni rapporti con Bruxelles, aprendo così la strada al “benessere” e al quieto vivere, ancora una volta, di quei “gretti contadini”.

Insomma, Bruxelles ha giocato abbastanza sul sicuro, puntando su un cavallo più fresco, ancorché uscito dalla stessa scuderia; ha lasciato all'asciutto di foraggio il vecchio brocco, nutrendo di tonica biada il nuovo corsiero e ha convinto gli scommettitori che, al botteghino, le puntate li avrebbero premiati. E, però, osserva la svizzera Die Weltwoche, l'Europa si è forse troppo affrettata a festeggiare la sconfitta di Viktor Orbán: «l'entusiasmo per gli ungheresi apparentemente filo-europei li acceca di fronte alla spiacevole verità: il nuovo leader non è poi così filo-europeo»; il principale ostacolo nei rapporti tra Péter Magyar e UE sarà la questione ucraina.

Dunque, se tra qualche tempo “l'europeista” Magyar dovesse prendere troppo a cuore, per dirne solo una, la sorte della maggioranza ungherese della Transcarpazia, vessata dai nazionalisti ucraini e si mostrasse troppo caparbio con Kiev, da Bruxelles possono sempre avvisarlo con il monito di quell'iconico finale western: «Indio, tu il gioco lo conosci», non azzardarti a metterti contro i nazigolpisti, nostri beniamini; noi ti abbiamo nutrito e noi possiamo domarti.

https://www.lastampa.it/esteri/2026/04/13/news/ungheria_elezioni_europa_russia-15582559/?ref=LSHA-BH-P1-S3-T1

https://politnavigator.news/Orbán-proigral-vybory-v-vengrii-chem-ehto-grozit-rossii.html

https://ria.ru/20260413/madyar-2086725183.html

https://ria.ru/20260413/Orbán-2086716274.html?in=t

https://www.mk.ru/politics/2026/04/13/vengerskaya-oppoziciya-svergla-viktora-Orbána-posle-16-let-u-vlasti-chego-zhdat.html

 

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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