Putin pronto a sfidare l'occidente

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Putin pronto a sfidare l'occidente

In “A failed empire”, illuminante saggio sulla storia russa del novecento, Vladislav Zubok sottolinea come la prima fase della presidenza di Putin si sia contraddistinta per la rinuncia al cosiddetto “Washington consensus”, causa di trasformazioni destabilizzanti durante le liberalizzazioni di Boris Yeltsin. Dopo una fase di relazioni amichevoli e ricche di accordi, con la storica firma del trattato New START sul controllo degli arsenali militari dei due paesi e l'ingresso della Russia nel WTO, in gran parte per il rapporto di fiducia instauratosi tra Obama e Medvedev, il terzo mandato di Putin dopo le presidenziali del 4 marzo sarà con molte probabilità un ritorno alle origini.

Nel suo ultimo articolo pubblicato prima della fine della campagna elettorale, Russia and the changing world, il primo ministro in carica ha chiarito come i rapporti con gli Stati Uniti dovranno essere fondati su una base maggiormente paritaria e meno conciliante. “La Russia tornerà ad essere una grande potenza”, “gli Americani sono divenuti ossessionati dall'idea di essere invulnerabili”. La decisione ad inizio febbraio di attivare un imponente riarmo (con in programma la costruzione di 400 missili balistici intercontinentali, 28 sistemi antimissili S-400, dieci sistemi di missili Iskander-M, più di 50 navi da guerra, otto sommergibili nucleari e 20 normali, oltre 600 aerei) è il primo segnale in questa direzione.
L'antiamericanismo di Putin è, come sottolinea Fyodor Lukyanov, esperto di politica estera russa, principalmente difensivo. Ed è direttamente proporzionale con la crescita del dissenso interno. In seguito alle elezioni parlamentari dello scorso dicembre, centinaia di migliaia di manifestanti hanno occupato le strade di Mosca, San Pietroburgo e le principali città russe, protestando contro la regolarità della tornata elettorale e per chiedere libertà e democrazia. Il movimento di opposizione sorto in Russia, spiega Joshua Yaffa in The people vs. Putin pubblicato su Foreign Affairs, dimostra i successi e le sconfitte dell'era Putin. Dal 1999, anno in cui da primo ministro ha sostituito come presidente il dimissionario Yeltsin, la società russa ha subito profondi cambiamenti, in particolare la creazione di una classe media, composta da professionisti e piccoli commercianti. Il fatto che sia proprio quest'ultima, educata e cosmopolita, ad essere la forza trainante del movimento dimostra come una parte sempre maggiore della popolazione è tanto sicura economicamente da poter rivendicare libertà civiche e credere in un sistema più equo di quello creato da Putin.
Dopo le elezioni presidenziali del 4 marzo, la tensione a Mosca rimarrà alta. L'opposizione ha già annunciato giornate di proteste contro la vittoria dell'attuale primo ministro in carica, giudicata certa al primo turno da tutti gli ultimi sondaggi. E con molta probabilità Putin cercherà di placare i problemi di dissenso interno con una politica estera aggressiva contro gli Stati Uniti, visti come i fiancheggiatori degli oppositori e quindi come una minaccia alla piena sovranità russa. I primi segnali si sono già manifestati: quando il nuovo ambasciatore in Russia, Michael McFaul, si è insediato a Mosca, la tv di stato l'ha duramente accusato di incitare le manifestazioni dell'opposizione. Trattamento mai ricevuto dall'alto dignitario di Washington a Mosca neanche in piena guerra fredda.
L'agenda internazionale è ricca di questioni su cui i due paesi si sono divisi e si confronteranno in futuro: le critiche della Russia all'intervento armato Nato in Libia, la questione nucleare iraniana e soprattutto le decisioni da prendere in Siria. Il voto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sull'invio di convogli umanitari e dell'imposizione di un cessate il fuoco nelle zone più colpite sarà il primo test della volontà della presidenza di Putin di sfidare l'Occidente. Non è un caso che nell'articolo citato, Putin guardi all'Asia come la nuova fonte di collaborazione politica e cooperazione economica. “Pechino condivide la nostra visione di un emergente ordine mondiale più equo e c'è un livello di fiducia senza precedenti tra i leader dei due paesi”. Non solo sulla Siria, ma sul generale riequilibro di potenza nelle istituzioni internazionali potrebbe stabilizzarsi un'asse Mosca- Pechino.

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