Riuscirà Xi Jinping a riformare la Cina?

Aperto a Pechino il 18° Congresso del partito, che selezionerà la classe dirigente da affiancare al neo presidente Xi Jinping

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Riuscirà Xi Jinping a riformare la Cina?

In un discorso di un'ora e mezza nella Gran Sala del Popolo giovedì, Hu Jintao ha aperto formalmente il 18° Congresso del partito comunista cinese. I 2000 delegati che si sono riuniti per una settimana a Pechino sono chiamati a scegliere la prossima classe dirigente che affiancherà il prossimo presidente Xi Jinping alla guida del paese, in una fase storica cruciale per il futuro della Cina. 
 
L'eredità di Hu Jintao. Nella decade in cui è stato al potere, il presidente Hu Jintao ha ottenuto alcuni indubbi successi – tra gli altri, il mantenimento di un tasso di crescita a doppia cifra, la costruzione insieme al premier Wen Jiabao di una prima forma di welfare sociale per le fasce più povere della società e la pacificazione dei rapporti con Taiwan – ma anche alcuni insuccessi, in particolare l'incapacità, nonostante gli sforzi profusi, di ridurre gli investimenti statali ed aumentare la domanda interna dei consumi, oltre a non aver dato una risposta convincente al fermento sociale crescente contro la corruzione endemica nella gestione del potere ed il nepotismo con cui viene selezionata la classe dirigente. 
Cosciente dei pericoli che incorre Xi Jinping nella prossima decade, gran parte del discorso di ieri di Hu Jintao si è concentrato proprio nel sottolineare come le sfide che attendono la Cina nella prossima decade – la riduzione del gap tra ricchi e poveri, una crescita economica che diventi sostenibile con l'ambiente ed uno sviluppo più equilibrato tra città e campagne -  possano essere affrontate solo con una soluzione al problema della corruzione, che possa ridare al partito quella legittimità popolare necessaria ad affrontare sfide di questa portata. “Il fallimento nella gestione di questa questione si potrebbe rivelare fatale e causare anche il collasso del partito e la caduta dello Stato”, è arrivato a sostenere Hu, che ha comunque rimarcato come il partito non possa perdere la posizione dominante di controllo sulla vita politica del paese.  
 
Le due fazioni del partito. In occidente si commette spesso l'errore di analizzare la politica cinese con  i punti di riferimento del periodo in cui essa era monopolizzata dall'uomo forte, come nel periodo di Mao e Deng Xiaoping. Le scelte dell'esecutivo di Pechino sono oggi prese da un gruppo di nove membri – che diventeranno sette - di tecnocrati che compongono la Commissione del Politburo, all'interno della quale convivono due anime contraddistinte, che formano una specie di sistema di check and balances. La definizione di "un partito, due coalizioni” rende bene l'idea tra la diversa ideologia che contrappone l'ala “riformista” guidata dal presidente Hu Jintao e dal Premier Wen Jiabao – i cui membri hanno costruita la loro esperienza politica nelle aree rurali e più povere del paese,  portando avanti quindi gli interessi di contadini, lavoratori migranti e delle fasce cittadine povere – e l'ala “conservatrice”, che si rifà all'ex presidente Jiang Zemin ed è guidata attualmente dal  presidente del Congresso, Wu Bangguo, e da Jia Qinglin – i cui membri, al contrario, provengono da famiglie di rivoluzionari o di alti ranghi del passato del partito ed hanno iniziato le loro carriere nelle ricche città costiere e per questo rappresentano gli interessi delle imprese e dei ceti più ricchi. Questi quattro individui - Hu, Wu, Wen e Jia sono stati nell'ultima decade l'esecutivo cinese, con i due gruppi che hanno condiviso le cariche in un perfetto bilanciamento. I nove membri del Politburo, del resto, hanno mantenuto una parità, tale per cui ogni decisione diveniva necessariamente il compromesso tra le due anime interne.
I noti scandali del conservatore Bo Xilai e del riformista Ling Jihua hanno dimostrato come la lotta intestina per la suddivisione delle cariche sia stata a tratti anche violenta. Secondo le indiscrezioni dei giorni scorsi a prevalere nel prossimo Politburo sarà l'ala del partito vicina all'ex presidente Jiang Zemin con una maggioranza di cinque a due, in grado di mettere a rischio quel sistema di check and balances costruitosi nella decade di Hu Jintao e con il rischio concreto che la fazione riformista sconfitta possa utilizzare le sue risorse economiche e la sua base socio-economica per minare la legittimità dell'ordine prestabilito. Le sfide future della Cina sono di portata epocale per il paese - redistribuzione delle risorse, riforme finanziarie, del welfare sociale, rendere l'economia sostenibile con l'ambiente -  e potrebbe rivelarsi per Xi e Li Keqiang impossibile costruire il consenso necessario con il nuovo Politburo.
Per questo, nel Congresso di questa settimana, il partito deve trovare il modo di garantire la governabilità a Xi Jinping, il primus inter pares, e di impedire che gli uomini che si ritirano (Jiang and Hu) possano interferire nel processo decisionale. La decisione di ridurre a sette i membri del Politburo è significativa perché elimina due caiche –  propaganda e polizia –  che erano stati i principali ostacoli alle riforme di modernizzazione economica e politica. 

Che presidente sarà Xinping e le sfide future di politica interna. Xi Jinping il 15 novembre sarà eletto a segretario generale del partito, entro marzo diventerà presidente e l'anno prossimo dovrebbe succedere ad Hu Jintao anche alla presidenza della potente Commissione centrale militare – anche se le nomine di  due generali vicini ad Hu la scorsa settimana lasciano ancora dubbi su questa ultima ipotesi. E sarà insieme ad Obama, eletto in parallelo per un secondo mandato presidenziale, l'uomo su cui peseranno le decisioni in grado di determinare il futuro delle relazioni internazionali per la prossima decade.
La questione è quella di capire se da Xi ci si possa aspettare un'agenda progressiva in grado di intraprendere quelle riforme progressive di liberalizzazione economica e di trasparenza democratica richieste dal popolo. La personalità di Xi è descritta dagli analisti ed esperti di politica interna cinese come più forte rispetto ad Hu e la storia personale politica del padre, Xi Zhongxun, un riformista ideatore delle zone economiche speciali a Guangdong, lascerebbe propendere per una risposta positiva. Inoltre Xi e Li Keqiang, prossimo premier in sostituzione di Wen Jiabao, hanno supportato il rapporto sugli obiettivi della Cina per il 2030 della Banca Mondiale, che raccomanda più apertura al settore privato, maggior rispetto della rule of law, trasparenza nella gestione del potere e maggiore protezione dell'ambiente. Un'agenda estremamente ambiziosa e rivoluzionaria per la società cinese che richiede da parte di Xi la consapevolezza di dover crearsi diversi nemici interni, soprattutto in quella fascia di interessi della società civile che trovano protezione nell'ala conservatrice del partito. La stessa che dovrebbe dominare il prossimo Politburo, rendendo quelle riforme chieste dal popolo in modo sempre più insistente – secondo un recente sondaggio del People's Daily invocate dal 80% dei cinesi - plausibili, ma poco probabili anche nella decade di Xi.

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