Rowhani: un presidente moderato?

Come cambia la politica interna ed estera dell'Iran dopo le elezioni

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Rowhani: un presidente moderato?

di Mara Carro

Il 14 giugno si sono svolte in Iran le elezioni presidenziali per decidere il nome del sostituto di Mahmoud Ahmadinejad. Le autorità, determinate ad evitare le proteste che quattro anni fa hanno portato in piazza milioni di persone, hanno adottato una serie di misure per prevenire manifestazioni pubbliche di massa. In primo luogo, il Consiglio dei Guardiani, l'organo che supervisiona le elezioni Iran, ha bocciato oltre 600 candidature. Le esclusioni più eclatanti sono state quelle dell’ex presidente Akhbar Hashemi Rafsanjani e di Esfandiar Rahim Mashaei, consuocero e consigliere di fiducia del presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad. Le autorità hanno poi vietato faccia a faccia tra i candidati, optando per dibattiti incolore, per evitare il ripetersi di scontri come quello che nel 2009 oppose Ahmadinejad al suo principale rivale, Hossein Mousavi. Per le tre settimane della campagna elettorale, polizia e uomini della sicurezza in borghese hanno poi controllato strade e piazze per evitare il ripetersi di situazioni simili a quelle del 2009.  
 
Dopo uno spoglio molto lento, a differenza delle elezioni del 2009, quando la vittoria di Ahmadinejad fu annunciata la notte stessa delle elezioni, solo il giorno successivo il Ministero dell’Interno ha proclamato vincitore il candidato riformista Hassan Rowhani con il 50,70% di consensi. Rowhani ha ottenuto 18.613.329 dei 36.704.156 voti espressi  in un’elezione che ha visto un’affluenza del 72,7%.  Il suo vantaggio sugli altri candidati si è delineato sin dall’inizio dello spoglio. Netto il divario con il suo principale sfidante, il sindaco di Teheran, Mohammad Qalibaf, che ha raccolto poco più di sei milioni di preferenze. Terzo, con poco più di 4 milioni di voti, Saeed Jalili, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale dell'Iran e capo negoziatore iraniano per il nucleare nonché uno dei favoriti della vigilia secondo buona parte della stampa occidentale. 3.884.412 i consensi raccolti da Mohsen Rezaei, ex capo della Guardia Rivoluzionaria iraniana dal 1981 al 1997. Per l’ex ministro degli Esteri e Consigliere per gli Affari Internazionali della Guida Suprema, Ali-Akbar Velayati, poco più di due milioni di voti. Ultimo l’ex ministro delle Telecomunicazioni, Mohammad Qarazi, che non ha toccato le 500mila preferenze.
 
Candidato della Coalizione moderata-riformista, Rowhani ha visto maturare la sua vittoria nell’ultima settimana, dopo il ritiro di Mohammad-Reza Aref. Primo Vice Presidente dell'ex presidente iraniano, Mohammad Khatami, e membro del Consiglio di Discernimento, Aref nella sua dichiarazione ha spiegato che la decisione è stata presa dopo aver ricevuto una lettera proprio da parte dell'ex presidente Khatami che definiva la sua candidatura “non opportuna”. Il ritiro di Aref ha portato il Fronte riformista a sostenere compatto la candidatura di Rowhani, supportata da Rafsanjani e da Khatami. Il neo presidente eletto, con una campagna basata sullo slogan “Moderazione e prudenza”, ha saputo ben intercettare il consenso degli iraniani soffermandosi a lungo sul tema dei crescenti problemi economici che affliggono la società iraniana, scagliandosi contro gli arresti di giornalisti e attivisti, promettendo una politica estera più conciliante e  promettendo di ampliare la portata delle "libertà" all'interno della società iraniana. Resta tuttavia da valutare se questa vittoria si tradurrà in un cambiamento significativo. Rowhani, espressione di un’alleanza tra le forze centriste e riformiste, si troverà a negoziare con le principali istituzioni iraniane dominate dai conservatori e opererà nel quadro dell’architettura istituzionale iraniana dove, è risaputo, il presidente opera in “condominio” con la Guida Suprema e l’ultima parola sui temi più importanti spettano a quest’ultimo. 
 
La vittoria di Rowhani ha smentito ogni pronostico. Quando il Consiglio dei Guardiani ha diramato i nomi degli otto candidati ammessi a concorrere per la carica, erano in pochi a sostenere la vittoria di un moderato. Men che meno al primo turno. Tutti i sondaggi pre-elettorali, pur parlando di un’elezione senza favoriti, davano come certa la vittoria di un candidato conservatore vicino all’Ayatollah Ali Khamenei. Anche il dato dell’affluenza alle urne è stato sorprendente e ha giocato a favore della vittoria di Rowhani. Il dato relativo all’affluenza attesa oscillava tra il 60-65% e avrebbe dovuto favori candidati conservatori che possono beneficiare di una base elettorale solida e stabile. A vincere, secondo questi sondaggi e nonostante le chiamate alle urne fatte da Khamenei, sarebbero stati lo scetticismo e la delusione generati dal risultato delle contestate elezioni del 2009 e la repressione che ne è seguita.
Sconfitti i conservatori vicini alla Guida Suprema che non sono riusciti a convergere su un unico candidato, sottraendosi voti a vicenda. 
 
Le elezioni presidenziali iraniane sono stata seguite con attenzione dalla Comunità Internazionale, impegnata da tempo in un contenzioso con l’Iran per via del controverso programma nucleare di Teheran. Gli Stati Uniti, che non hanno relazioni diplomatiche ufficiali con Teheran dal 1979, hanno detto di "rispettare" il risultato ed di essere pronti ad un dialogo diretto con il nuovo presidente per risolvere il contenzioso sul nucleare. Catherine Ashton, Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell'Unione europea, si è detta "pienamente disposta" a collaborare con il governo di Rowhani. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha espresso la speranza che l'Iran svolga un "ruolo costruttivo" negli affari regionali e internazionali.  Il presidente russo Vladimir Putin e il presidente siriano Assad hanno esortato Rowhani a rafforzare ulteriormente i legami con Mosca e Damasco. Israele ha invece ricordato che sarà sempre Khamenei a decidere la politica di Teheran sul nucleare e ha invitato la comunità internazionale a mantenere la pressione economica sull'Iran per frenare le sue ambizioni nucleari.
  

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