Sarkozy vira sempre più a destra

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Domenica a Villepinte, la cittadella del Parco delle Esposizioni a nord di Parigi, Nicholas Sarkozy ha giocato le sue ultime carte per riconfermarsi all'Eliseo nel maggio prossimo. Di fronte a 60 mila sostenitori, il presidente in carica ha sfidato il candidato socialista sui temi propri della destra, cercando di tentare l'enorme base del Front Nationale di Marine Le Pen.

Due le principali proposte di riforma chieste all'Unione Europea. In primo luogo, Sarkozy ha minacciato un’uscita della Francia dagli accordi di Schengen, se l’Europa non si dimostrerà in grado di riprendere in mano la gestione dei flussi migratori. «Serve una disciplina comune dei controlli alle frontiere, così come c'è una disciplina comune in materia di finanze pubbliche nella zona euro. Si deve poter sanzionare, sospendere o escludere da Schengen uno stato in difetto, allo stesso modo che si può punire uno stato della zona euro quando non soddisfa i propri obblighi», ha dichiarato il presidente in carica. In secondo luogo, tutela per le imprese europee contro il dumping commerciale dei Paesi emergenti, attraverso la sanzione della concorrenza sleale, la riserva di una parte delle commesse pubbliche alle piccole e medie imprese europee e una nuova tassa per gli utili realizzati dalle imprese all’estero. Infine, Sarkozy ha parlato di religione e difeso i valori francesi: “in Francia i bambini di entrambi i sessi devono studiare insieme, nuotare insieme e mangiare lo stesso cibo”, respingendo così le richieste delle comunità islamiche che chiedono classi separate tra maschi e femmine e carne halal per i pasti dei loro figli.

Sarkozy dà all’Europa 12 mesi per adeguarsi alle proposte francesi, poi Parigi sospenderà unilateralmente la sua partecipazione agli accordi di Schengen ed applicherà una sua carta per le piccole imprese. Il rischio di enfatizzare queste posizioni per ragioni di politica interna, rischia di sconvolgere tutto l'impianto normativo europeo, di cui Sarkozzy è stato principale artefice nel suo primo mandato presidenziale durante la difficile crisi del debito.

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