Senkaku ed il futuro delle relazioni sino-giapponesi

La controversia tra Cina e Giappone per la sovranità di questi isolotti potrebbe minare l'intero status quo asiatico

1983
Senkaku ed il futuro delle relazioni sino-giapponesi

Da quando, l'11 settembre scorso, il segretario di gabinetto del governo nipponico ha annunciato l'acquisto formale delle isole Senkaku, le tensioni tra Giappone e Cina stanno assumendo connotati sempre più preoccupanti per lo status quo asiatico. 
 
Le origini della disputa. Le isole Senkaku (o Diaoyu nella lingua cinese) si trovano a 105 miglia dall'isola giapponese più vicina, a 110 circa da Taiwan ed a 205 miglia dalla costa cinese. Tutti e tre i paesi ne rivendicano la sovranità. 
Il 16 aprile scorso il governatore di Tokyo, Shintaro Ishihara, ha deciso di creare un apposito fondo per l'acquisto delle isole, appartenenti formalmente ad un privato cittadino giapponese. Raggiunta in un solo mese la cifra di 1.47 miliardi di yen (circa 19 milioni di dollari), frutto di oltre 100 mila donazioni, Ishihara ha ritirato l'iniziativa e accusato il governo centrale di essere troppo intimorito dalle pretese cinesi di sovranità. In piena campagna elettorale in vista delle prossime elezioni nazionali del 2013, il sentimento nazionalista riscoperto nell'opinione pubblica ha forzato il governo Noda alla nazionalizzazione dell'11 settembre, riaprendo un conflitto storico con Pechino, risalente al trattato di Shimonoseki (aprile 1895). 
 
La riscoperta dei toni nazionalisti. Dalla normalizzazione delle relazioni tra i due paesi negli anni '70, i leader dei due paesi avevano cercato con molta accuratezza di evitare che la questione della sovranità su queste isole potesse divenire il centro di nuove tensioni. Non erano, tuttavia, mancati incidenti - in particolare nel settembre 2010, il capitano di un peschereccio cinese era stato arrestato dalla guardia costiera giapponese nelle acque limitrofe alle isole Senakoku per violazione della sovranità nipponica e rilasciato dopo due settimane – che hanno contribuito ad infiammare le tensioni tra i due paesi.
Dalla decisione di nazionalizzare le isole da parte del governo giapponese, la Cina continua ad inviare navi pattugliatrici nelle acque limitrofe alle isole, sfidando l'autorità della marina giapponese presente a difesa della sovranità dell'area. La posizione di Pechino è resa ancora più intransigente dal sentimento nazionalista anti-nipponico riscoperto nell'opinione pubblica cinese: dall'11 settembre, proteste si sono rapidamente diffuse in oltre cento città cinesi, con industrie e simboli del potere di Tokyo principali bersagli della rabbia dei manifestanti. Il primo ministro giapponese Noda si è dichiarato preoccupato per la sicurezza degli oltre 125 mila giapponesi residenti in Cina e chiesto a Pechino che venissero rafforzate le misure per garantirne la sicurezza.  
Le cinque isole Senkaku sono attualmente disabitate, ma il governatore Ishihara ed i leader del partito conservatore LDP si battono per l'invio di forze giapponesi per la loro difesa. L'opposizione ha addirittura scelto le immagini delle isole nei manifesti elettorali, promettendo azioni più efficaci per difendere la loro sovranità. Al contrario, il governo Noda ha cercato di smorzare i toni della contesa ed è impegnato in una soluzione diplomatica della controversia. La disputa ha già prodotto danni economici ingenti al Giappone: i  supermercati Aeon, Ito Yokado e Uniqlo hanno chiuso I loro negozi in Cina; Panasonic e Nissan i loro impianti; infine, Canon, Mitsubishi e Honda stanno lentamente riattivando la loro produzione dopo una sospensione temporanea della stessa.
 
E' la fine dello status quo asiatico? La disputa sulle isole Senkaku è solo l'aspetto più visibile di una sfida maggiore: il controllo del mar cinese meridionale, fondamentale sbocco commerciale mondiale e zona ricca di risorse ittiche. Dal risultato di questa contesa si gioca il nuovo status quo asiatico, con Pechino impegnata a trasformare la potenza economica acquisita in maggiore influenza politica nella regione ed il Giappone costretta a richiedere il sostegno americano per frenare l'ascesa di Pechino.
L'assenza di un regime condiviso di risoluzione delle controversie nel mar cinese meridionale fa si che che le tensioni tra la marina giapponese e le navi pattugliatrici cinesi possano allargare il conflitto. Il ministro della Difesa americano, Leon Panetta, recentemente in visita sia a Tokyo che a Pechino ha invitato alla calma e ricordato come qualunque parte del territorio giapponese se attaccato porterebbe all'intervento Usa per le clausole del trattato di alleanza esistenti tra i due paesi.
Panetta non ha escluso poi la possibilità di un conflitto tra i due paesi, che avrebbe conseguenze drammatiche per il continente asiatico. Il Giappone e la Cina hanno oggi economie altamente interdipendenti: nel 2011, il totale del mercato generato dai due paesi ha raggiunto i 349 miliardi di dollari e gli investimenti giapponesi in Cina i 6 miliardi, inferiori solo a quelli di Hong Kong e Taiwan. Un portavoce del ministero degli esteri, Hong Lei, ha dichiarato il 17 settembre che il governo cinese avrebbe protetto con ogni mezzo le aziende ed i cittadini giapponesi, minacciando ai protestanti di rispettare la legge. Il ministro delle finanze giapponese ha ricordato a Pechino che la soluzione della controversia “è interesse primario cinese”. 
Al momento i due governi sono, quindi, impegnati nel risolvere la disputa con i mezzi della diplomazia, ma la mobilitazione popolare ha riaperto sentimenti nazionalisti e ferite storiche mai risolte del tutto, che potrebbero far degenerare le tensioni in conflitto.  Due sembrano al momento le priorità per Pechino e Tokyo: da un lato, diminuire al massimo la possibilità di incidenti nelle acque intorno alle isole, in grado di infiammare i sentimenti nazionalisti e rendere inevitabili azioni di forza; d'altro lato, gettare le basi diplomatiche per la creazione di un meccanismo di risoluzione condivisa delle controversie nel mar cinese meridionale.

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