"Siamo passati dal socialismo all'europeismo reale". L'AntiDiplomatico intervista Jacques Sapir

"Quello che ho definito il 'liberal-stalinismo' a proposito dei meccanismi di transizione in Russia ha invaso le nostre società europee"

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"Siamo passati dal socialismo all'europeismo reale". L'AntiDiplomatico intervista Jacques Sapir


di Alessandro Bianchi
(traduzione dalla versione originale di Sandra Vailles)

Jacques Sapir. Economista, direttore del Centre d’Etude des Modes d’Industrialisation (CEMI-EHESS). Autore di "Bisogna uscire dall'euro?" e "La demondialisation". 


- Lei, in uno dei suoi ultimi articoli sul suo blog, ha scritto che le prossime elezioni politiche in Grecia saranno decisive per il futuro democratico dell’Europa. Se SYRIZA non dovesse tradire il suo programma, ha proseguito, la “civetta” Tsipras potrebbe sconfiggere il serpente euro. La vittoria alle urne di Syriza potrebbe essere preclusa per l'attacco speculativo dei mercati e dello spread, volto a creare un clima di terrorismo nell'opinione pubblica. Cosa resta della democrazia in questo regime oligarchico dell'Unione Europea?  Potrebbe ripetersi lo stesso scenario anche negli altri paesi con i partiti critici dell'attuale architettura istituzionale europea demonizzati dal terrorismo psicologico e finanziario dei mercati ? 
 
I tragici eventi di Parigi in cui sono morte 17 persone (oltre i terroristi) sono sfociati in un'unanime, e peraltro del tutto illusoria, affermazione dei “valori europei”. Ma quali valori? In sostanza la democrazia, l'affermazione di un certo individualismo e la pace. Ma constatiamo che tali valori vengono spesso calpestati in vari paesi dell'Unione europea, e – cosa ben più grava – all'interno del funzionamento delle istituzioni europee. Tale discordanza tra il discorso mantenuto e la realtà dei comportamenti costituisce una miscela esplosiva, molto potente, che corrode la legittimità degli attori pubblici nell'Unione europea.  
 
Il doppio discorso europeo.
 
Questa discordanza sui tre principi fondamentali dell'ideologia europea sconfina ormai nell'esistenza di un "doppio discorso": fate quello che dico, non quello che faccio. Bisogna comprendere l'impatto assai negativo di tale situazione. La pace è sempre più  contestata, essenzialmente nelle zone periferiche dell'Unione europea (nell'ex-Jugoslavia negli anni 90, in Ucraina oggi), ma anche ormai nel cuore stesso dell'Unione. Il livello di contrasto tra i paesi membri si è considerevolmente alzato nell'ultimo decennio e si vedono nascere conflitti anche all'interno stesso dei paesi (come nel caso dell'ipotetica indipendenza della Catalogna in Spagna): la minaccia di guerra civile è oggi ben reale. I diritti degli individui sono poi messi in discussione nei vari paesi.
Ultimamente abbiamo visto alcuni media britannici censurare delle caricature pubblicate da Charlie-Hebdo. Qualunque sia la propria opinione su di esse, che piacciano o no, questi media avevano un dovere d'informazione nei confronti dei loro lettori, oltre al dovere di solidarietà nei confronti di un giornale tragicamente aggredito da terroristi. Oggi ci si preoccupa fin troppo di ciò che pensa “l'altro” invece di applicare il principio fondamentale di ogni società liberale: “vivi e lascia vivere”.
Per finire, sulla questione della democrazia, viene rispettata solo quando le sue procedure (elezioni, referendum) vanno nel senso di politiche che sono state decise a priori. Difatti, quello che chiamiamo oggi “democrazia” si sta riducendo in un processo di legittimazione di politiche decise da entità senza legittimità (nel senso che non sono responsabili davanti ad un insieme politico dato). Questa evoluzione è molto grave: i principi di democrazia, di rispetto delle libertà individuali e di pace sono principi universali. Il fatto che siano strumentalizzati in tal modo da una politica immorale e cinica è un chiaro segno della crisi morale che viviamo nell'Unione europea ed in ognuno dei suoi paesi. 
 
Oligarchia o burocrazia ?
 
Non penso che tutto ciò sia solo legato all'emergenza di un regime oligarchico. Certo, esiste questa inclinazione e tende a rafforzarsi. Gli studi di Thomas Piketty dimostrano chiaramente che assistiamo ad una concentrazione importante della ricchezza in mano a pochi nella maggior parte delle società occidentale,  così come all'interno dell'Unione europea. Le politiche di austerità sfociano nello smantellamento di una vasta parte della protezione sociale ed accentua l'impoverimento delle parti più esposte della popolazione. Siamo in realtà in presenza di un regime oligarco-burocratico. 
È stato chiaramente messo in evidenza in varie ricerche.
Difatti, non sono gli oligarchi a prendere le decisioni. La cosa certa è che ne sono i beneficiari. Ma tali decisioni sono prese e messe in atto da burocrazie sempre più specializzate e diversificate, che impongono la propria visione delle relazioni sociali disumanizzate e ridotte al mero rispetto delle procedure. L'idea di un primato della forma legale su tutte le altre è nello stesso tempo antica e sorprendentemente attuale. Riposa sull'idea che ci sarebbe un'efficienza tanto economica quanto sociale che si impone a tutti, e dunque a prescindere dalla definizione dei criteri di tale efficienza data da certi gruppi.
Questa idea si fonda nello stesso tempo sul presupposto di omogeneità della società, e in tal senso è strettamente reazionaria, e sull'idea che solo alcuni individui sono all'altezza, sia perché possiedono quelle che si considerano le “chiavi della scienza”, sia per via della loro posizione sociale, e sono abilitati a definire questi criteri d'efficienza. È lì che questa idea è aristocratica; ratifica un taglio radicale della società tra chi decide e chi esegue. Ma il parallelo finisce qui. Prende posto, in un regime aristocratico, un'ideologia particolare che cerca di legare simbolicamente i dominati ai dominanti, gli ultimi essendo incaricati della responsabilità di proteggere i dominati. Non si vede, al contrario, nulla di tutto questo nell'ideologia imposta dal dominio di questa oligarco-burocrazia. 
 
Le fondamenta ideologiche del bivio oligarco-burocratico.
 
Si può constatare il predominio di un discorso che vuole imporre la prevalenza della forma sulla sostanza, del legale sul giusto; dell'oscillare costantemente tra posizioni che affermano che esiste una “natura umana” che omologa, perfino a nostra insaputa, la società e posizioni che affermano invece che prevale solo un criterio di efficienza il quale nessuno sa come è stato elaborato, e che si rivela spesso come il riflesso dell'ideologia di un singolo gruppo. E allora lo spazio della discussione pubblica può solo organizzarsi intorno a due poli. Il primo è tecnico, svolto dagli esperti, è quello dell'interpretazione delle sentenze emesse dal mercato, quello dell'esegesi delle presunte leggi naturali dell'economia. Il secondo è morale, è quello della compassione che si prova di fronte alle conseguenze di queste leggi. Questa compassione diventa tanto più forte e imperativa che interiorizziamo l'idea che sarebbe tanto vano quanto assurdo opporsi a tali leggi. È verso questo ultimo polo che convergono le politiche, non potendo indossare i panni della perizia, così come i professionali mediatici quelli della posizione moralizzatrice. Ci avviciniamo ad Hayek e alla sua volontà di  “detronizzare il politico".
Questa usurpazione progressiva del diritto e della politica da parte di un gruppo di individui appoggiato su delle istituzioni tecniche è una delle caratteristiche dell'Unione europea  come esiste e funziona nella realtà. Esiste oggi un “europeismo reale” come ci fu negli anni sessanta e settanta un “socialismo reale” con il sistema sovietico. Lo sviluppo di istanze di decisioni economiche (come la Banca Centrale Europea ma anche la Commissione Europea) che sono sconnesse da ogni controllo democratico, sia nel diritto o nella realtà, ha suscitato da tempo numerosi contrasti. Nello stesso modo, l'idea che delle regole possano imporre ai rappresentanti del popolo delle obbligazioni in ambiti chiave, come il campo fiscale, provocano numerosi interrogativi quanto all'approccio scelto.
Il trattato sulla governance comune, il TSCG, stabilisce infatti la superiorità di queste regole sul popolo sovrano, rappresentato dal suo parlamento. Per rispondere a questi interrogativi e a queste critiche si è sviluppata  l'idea, oggi diffusa, che “un governo tramite regole” potrebbe sostituire un governo del popolo (come nella costituzione europea), idea che trova la sua espressione nella nozione di “democrazia senza demos”.  Si tratta in effetti di esempi dell'entrata del Costituzionalismo economico nella nostra vita. Siamo arrivati al punto in cui quello  che avevo chiamato il “liberal-stalinismo” a proposito dei meccanismi di transizione in Russia ha invaso le nostre società europee.
Si può collegare questo alla nozione di “costituzionalismo economico”. Nell'impossibilità di imporre un trattato costituzionale, per via del rifiuto da parte dei popoli francese e neerlandese, si è deciso di raggirare la difficoltà e di imporre una costituzione economica  sotto le spoglie di una necessità tecnica.
Questa è la natura dei vari trattati che organizzano ormai le politiche di bilancio degli Stati membri dell'UE. Tuttavia, così facendo, si è impressa una rotazione fondamentale dell'UE, e si è usciti dai limiti stretti di quella che chiamiamo la democrazia. Oramai, questa pratica è diventata dominante attraverso la crisi del debito che colpisce  numerosi paesi. Costituisce dunque un oggetto politico da dibattere. L'abbiamo visto nel dicembre 2014 quando numerosi greci si sono indignati davanti alle dichiarazioni di  M. Jean-Claude Juncker, il Presidente della Commissione Europea. Costui aveva  espresso abbastanza chiaramente la sua preferenza per un governo conservatore in Grecia, alla vigilia di storiche elezioni generali. E’ l’emblema della deriva che il diritto sta conoscendo nelle istituzioni europee da 15 anni.
 
L’immaginario politico della burocrazia al servizio dell’oligarchia.
 
Il fatto che un capo di governo esprima le proprie preferenze politiche all'occasione di elezioni in un altro paese costituisce certo un comportamento scortese, o perlomeno senza riserbo, ma è comprensibile. Il capo di governo in questione esprime gli interessi (o quelli che pensa essere tali) del suo paese. Ma, M Juncker non è il capo del governo di un paese; è solo il presidente della commissione europea e, da questo punto di vista, ha il dovere di rispettare una stretta neutralità davanti alle scelte di uno dei paesi membri  dell'Unione europea. Il fatto che si sia permesso di fare questa dichiarazione, che si può considerare scandalosa, è la prova del fatto che pensa di avere il diritto di farlo. Ed è proprio quel “diritto” che ci deve scuotere. Significa, in altri termini, che M. Juncker pensa di detenere un diritto superiore agli elettori greci per decretare da chi devono essere diretti. Con la sua dichiarazione, M. Juncker ha svelato che per lui la Commissione europea è di fatto un’entità superiore ai governi dei paesi membri, un’entità la cui legittimità gli permette, a lui, piccolo politico imbalsamato di un paese dalle pratiche fiscali perennemente scandalose, di dettare le proprie condizioni. Mentre l'unica legittimità di cui può avvalersi è solo la legalità di un trattato. Abbiamo qui un esempio immediato e diretto della circolarità del ragionamento tenuto nelle istanze europee. Ci vuole legittimità per contestare un diritto legale in un altro paese. Ma tale legittimità viene data solo dalla legalità di un trattato fondatore. In che modo questa legalità dovrebbe essere superiore alla legalità del voto popolare in Grecia? Non esiste nessuna base per stabilirlo, perché bisognerebbe  allora far riferimento ad un principio di Sovranità, cosa che le istituzioni europee non vogliono assolutamente. È qui che abbiamo la prova definitiva del carattere profondamente antidemocratico delle istituzioni europee, così come funzionano oggi.
Per abbattere questo sistema oligarco-burocratico bisogna dunque re-iniettare dosi massicce di politica nello spazio europeo. Può avvenire da una sommossa popolare in linea con le forme democratiche. È quello che possiamo attenderci in Grecia. Bisognerà allora fare di tutto perché questo processo possa arrivare a buon fine. Ma questa sommossa può anche prendere la forma  di una rivolta che non rispetta le forme democratiche. Comunque, ritengo che non si potrà evitare una situazione di eccezionalità perché siamo andati troppo avanti nella direzione imposta da questa dittatura oligarco-burocratica. E questa situazione eccezionale che si creerà sarà alla fine fondante di una nuova legittimità. 
 
 
- Nelle ultime settimane sono trapelate delle indiscrezioni da parte del governo di Berlino che lasciano intendere come per la Germania la possibilità che la Grecia esca ora dall'euro, nel caso di una vittoria di Syriza, sarebbe ora un'ipotesi possibile e gestibile. Che cosa si nasconde, secondo lei, dietro questa strategia di Berlino? E che cosa accadrebbe realmente ala zona euro in caso di una vittoria dell'opposizione in Grecia?
 
Bisogna qui scindere quello che risulta dal calcolo economico da quello che risulta dalle rappresentazioni distorte della finanza. Per quanto riguarda le dimensioni “oggettive” dell’economia reale, è chiaro che l'uscita eventuale dall'Euro della Grecia è gestibile. Le banche europee, con la notevole eccezione delle banche greche, sono ben poco esposte ad un “rischio” sistemico. Ci sarebbe un problema con la BCE, che ha comprato una parte del debito greco, ma si può gestire anche questa situazione. Ma tutto questo è distorto dalle rappresentazioni che esistono sui mercati finanziari e che prevalgono tra gli investitori. 
Un atto di fede, paragonabile all'Immacolata Concezione, vuole oggi che non possiamo uscire dall'Euro, almeno senza provocare una grave crisi. E questa rappresentazione, o per usare un vocabolario più tecnico questa “convenzione”, è così profondamente ancorata nell'immaginario collettivo, che gli operatori imporranno un comportamento di diffidenza sui mercati finanziari per i bond dei paesi periferici -  oltre alla Grecia, la Spagna, il Portogallo e l'Italia. È probabile per questo che molti investitori passino dalla fase di diffidenza a quella di sfiducia. 
Quello che non si potrà gestire sarà la tempesta che si scatenerà sui mercati finanziari. Da questo punto di vista qualunque cosa si dica, la vittoria di Syriza innescherà un processo che non potrà avere che due esiti. La prima ipotesi è che Syriza cederà rapidamente alle pressioni di Bruxelles, ma soprattutto a quelle tedesche e allora la crisi politica sarà terribile non solo in Grecia, ma anche in tutta l'Europa del Sud, perché questo tradimento sarà la goccia di troppo. Sarà allora molto probabile che l'insieme delle persone deluse da questo tradimento di Syriza, in Grecia ma anche altrove, si voltino verso partiti populisti.
Oppure seconda ipotesi, Syriza attuerà, anche solo in parte, il suo programma e procederà in modo unilaterale ad un annullamento di una parte del debito greco. Si concateneranno allora una serie di eventi che provocheranno un'uscita dall'Euro della Grecia e forse dall'UE. Tutto questo sarà rapidamentedeciso dagli operatori dei mercati finanziari e saremo in presenza di quello che viene denominato “catena catastrofica”, nel senso che ogni evento provocherà conseguenze che andranno ben oltre il fatto reale e che i vari attori, tanto privati quanto governativi, dovranno agire rispetto alle conseguenze e non al fatto stesso.
La questione della strategia a lungo termine della Grecia verrà posta allora. Atene potrebbe e dovrebbe trarre profitto in un certo senso dell'opposizione attuale tra la Russia e l'UE. La Grecia è stata una delle principali vittime delle “contro-sanzioni” prese dalla Russia perché esportava verso Mosca gran parte della sua produzione agricola. Ora, il Cremlino ha lasciato intendere che potrebbero togliere Atene dalla lista dei paesi soggetti alle contro-sanzioni nel caso di una vittoria di Syriza alle elezioni e di un conflitto tra l'UE e la Grecia. Sarebbe inoltre possibile che gli oleodotti e gasdotti che transitano in Turchia, e che la Russia intende costruire al posto di “South-Stream”, siano prolungati verso la Grecia, e a partire da lì alimentare i Balcani e l'Europa del sud.
Ad ogni modo, scopriremo poco dopo l'elezione del 25 gennaio - e a condizione che Syriza ottenga effettivamente la maggioranza assoluta - quale sarà il futuro della Grecia.


Nei prossimi giorni pubblicheremo la seconda parte dell'Intervista a Jacques Sapir

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