Stati Uniti, Trump e la continuità della politica americana

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Stati Uniti, Trump e la continuità della politica americana


Riceviamo e volentieri ripubblichiamo

di Daniele Cardetta


A pochi giorni dalle elezioni presidenziali 2016 negli Stati Uniti che si sono concluse con la vittoria a sorpresa del Tycoon Donald Trump sui media si assiste a un vero e proprio caravanserraglio di opinioni contrastanti che, come spesso accade, sono basati più sull’emozione del momento che su una analisi rigorosa della realtà e dei suoi dati.

Trump ha vinto, certo, e i media si sono subito soffermati sulle proteste di piazza che tale vittoria avrebbe scatenato in America, dando spazio e credito alle paure di quei benpensanti che hanno visto nella vittoria del magnate una sorta di inizio dell’Apocalisse.

Non solo, i media si sono affrettati a dipingere la vittoria di Trump come una sorta di “rivincita” del paese reale nei confronti di un establishment visto come sempre più tirannico e lontano dai bisogni del popolo. Entrambe le visioni si sono rivelate come particolarmente fortunate ma, ancora una volta ben poco aderenti alla realtà.

Basta infatti osservare i dati delle elezioni del 2012 per accorgersi di come il candidato repubblicano del tempo, Mitt Romney, sia stato sconfitto da Barack Obama avendo preso qualcosa come 60.933.504 voti contro i 60 480 474 di Donald Trump nel 2016. Viceversa Obama nel 2012 ottenne qualcosa come 65.915.795 voti contro i 61 150 553 della Clinton, certificando quindi come la sconfitta democratica nelle ultime elezioni sia stata figlia soprattutto della delusione dell’elettorato democratico.

Perdere qualcosa come oltre 4 milioni di voti in 4 anni infatti altro non è che la spia della delusione dell’elettorato di riferimento nei confronti di un candidato, la Clinton, evidentemente ritenuto come assolutamente inadeguato nel rappresentare le istanze le aspirazioni del popolo che ha subito sulla propria pelle la crisi economica degli ultimi dieci anni. Di conseguenza il dato reale che dovrebbe emergere è che i reali vincitori delle presidenziali del 2016 sono coloro che si sono astenuti, basti pensare che nel 2012 hanno votato 126.849.299 contro i 121.631.027 del 2016.

Ma si tratta di un dato che fa quasi comodo oscurare, come se dopotutto per un certo tipo di “mainstream” fosse più pericolosa l’avanzata dell’astensionismo piuttosto che l’avanzata di Trump.

Il malcontento crescente della popolazione americana e mondiale nei confronti di un sistema economico che è stato imposto è dunque in aumento, e in assenza di una critica sistemica da sinistra appare inevitabile che tutti coloro che si sentono in qualche modo impoveriti e in difficoltà finiscano per farsi sedurre dalle campane di chi propone soluzioni semplici a problemi complessi.

E’ invece opinione di chi scrive che le differenze tra repubblicani e democratici negli Stati Uniti almeno per quanto riguarda gli interessi economici siano molto sfumate, ed è altrettanto evidente come la globalizzazione sia stata il frutto maturo della transizione da mondo bipolare a mondo unipolare avvenuta nel periodo successivo al 1991. In quella fase, preparata dal soft power clintoniano negli anni Novanta, abbiamo assistito a una crescente americanizzazione del mondo, con i valori e i modelli made in Usa che non hanno più trovato alcuna resistenza globale. Con Bush e i repubblicani abbiamo invece assistito al dispiegarsi della soluzione militare, quella che potremmo per certi versi definire come un estremo tentativo di conservare un mondo unipolare togliendo il terreno sotto i piedi allo sviluppo di un mondo multipolare, (vedi i BRICS).

La fase di Obama ha quindi visto una sorta di “stabilizzazione” dopo le guerre della gestione Bush a cui ha fatto seguito, nel secondo mandato, una nuova fase aggressiva contrassegnata da regime change, Primavere, e quant’altro che ha finito per portare il mondo a un passo dal confronto militare Usa-Russia. E oggi? La vittoria di Trump forse certifica l’avvenuta fine della seduzione del progetto di globalizzazione e della sua sostenibilità, e la progressiva stanchezza delle masse di fronte a una concentrazione delle ricchezze in pochissime mani a cui non può più fare da contraltare la retorica pro diritti civili tipica dei “democrats” americani. Ma se significa questo non vuole certo dire che Trump rappresenti un “rivoluzionario” che vuole capovolgere quello stesso sistema economico che gli ha concesso di prosperare, semplicemente che il capitalismo a guida americana è entrato in una nuova fase, e ha preso atto di non essere riuscito con la globalizzazione a fermare l’emergere di superpotenze rivali (vedi Russia e Cina).

Resterà da capire se accetterà un ruolo nel nuovo mondo multipolare oppure se cercherà di infiammare tutto per continuare a inseguire il sogno di un mondo unipolare.

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