Tunisia: cosa resta della primavera araba?

La minaccia salafita, una crisi economica endemica e lo stato di emergenza prorogato: il governo di Ennahda rischia il collasso

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Tunisia: cosa resta della primavera araba?

La decisione del Presidente della Repubblica, Moncef Marzouki, di prorogare lo stato di emergenza fino al gennaio 2013 riflette il progressivo deterioramento del quadro della sicurezza tunisina, minata in particolar modo dall'azione violenta di alcuni gruppi salafiti.
In Tunisia lo stato di emergenza è in vigore dal gennaio 2011, dalla Rivoluzione dei Gelsomini che ha deposto il presidente Zine El Abidine Ben Ali. Il provvedimento consente, in caso di necessità di ordine pubblico, di decretare il coprifuoco sull’intero Paese o su determinate aree della Tunisia e attribuisce poteri speciali alle Forze di polizia. 
 
La minaccia salafita. L'estensione è stata proposta dall’Esercito e dai Servizi di sicurezza e segue i recenti scontri tra forze dell’ordine e militanti radicali islamici. Martedì 30 ottobre un gruppo di militanti appartenenti al movimento salafita ha preso d’assalto due caserme della Guardia Nazionale nel Governatorato di Manouba, un quartiere periferico di Tunisi. Gli scontri che ne sono seguiti hanno portato alla morte di due manifestanti e il ferimento di tre agenti della sicurezza. Le due persone morte erano l'imam della moschea di Nour, Aymen Amdouni e Khaled Karoui, l'imam della moschea Ennour.  Secondo la ricostruzione fornita dal Ministero degli Interni, il gruppo avrebbe attaccato le sedi della Guardia Nazionale in risposta all'arresto di un salafita, il cosiddetto “Saddam”, sospettato di aver ferito il capo locale della sicurezza, Wissem Ben Slimane, intervenuto la notte del 28 ottobre per sedare una rissa tra un gruppo di salafiti e alcuni commercianti di bevande alcoliche.
Il giorno successivo agli scontri decine di islamisti, alcuni armati di bastoni e coltelli, sono scesi nelle strade di Tunisi costringendo le autorità ad un maggiore dispiegamento delle Forze dell’Ordine sul territorio. In una dichiarazione rilasciata da Ennahda,  partito della coalizione di governo assieme al Congresso per la Repubblica e la formazione di centro-sinistra Ettakatol, ha fatto appello alla calma, sottolineando però che "lo Stato avrebbe usato tutti i mezzi di cui è in possesso per affrontare le minacce alla pace sociale". 
 
Ennahda tra due fuochi. Gli eventi del 30 ottobre sono i più gravi che coinvolgono le frange estremiste presenti nel Paese dopo l'attacco all'Ambasciata degli Stati Uniti e alla scuola americana del 14 settembre che fece registrare quattro morti tra gli assalitori e decine di feriti. All’indomani dell’attacco, il governo si è impegnato a reprimere la violenza estremista. Le Forze di Polizia hanno circondato la moschea Al Fatah di Tunisi nel tentativo di arrestare Abou Iyadh, leader del gruppo estremista islamico, Ansar Al Sharia, e ritenuto l'organizzatore delle violenze contro l'Ambasciata americana, che però è riuscito a fuggire. Arrestato invece Hassan Brik, capo dei predicatori del gruppo. 
L’opposizione ha più volte accusato Ennahda di connivenza e tolleranza nei confronti dei salafiti, da alcuni definiti "il braccio armato di Ennahda e che spesso hanno agito impunemente. In un recente rapporto, Human Rights Watch, che ha indagato su alcune delle aggressioni commesse dai salafiti negli ultimi dieci mesi, ha denunciato "il fallimento delle indagini delle autorità tunisine che rafforza l'impunità per gli estremisti religiosi e può incoraggiarli a essere più violenti".

Le lamentele dell'esercito. La recente escalation di violenza ha esposto il governo all'accusa di non riuscire a tenere a freno la violenza salafita. Di quest’idea sono le centinaia di ufficiali delle forze dell’ordine che hanno manifestato il 1° novembre davanti alla sede del Ministero degli Interni, a Tunisi. Spesso vittima della violenza salafita, le Forze di sicurezza hanno accusato il Governo di passività nei confronti di questi gruppi. Un comunicato diffuso dall’Unione Generale della Guardia Nazionale ha “condannato le recenti violenze contro gli agenti” e chiesto “al governo l’adozione rapida di misure volte a  proteggere i lavoratori e le loro famiglie, spesso bersaglio degli attacchi". 
Le Forze di sicurezza tunisine vivono attualmente un deficit di legittimazione da parte della popolazione. Viste come l’ultima incarnazione del vecchio potere, le Forze dell’ordine sono a lungo state uno strumento di controllo e repressione nelle mani di Ben Ali. Mai riformate dopo la Rivoluzione, l’apparato di sicurezza dello Stato è volte stato accusato di torture, abusi e corruzione. Il recente caso della ragazza violentata da due poliziotti che l'hanno poi denunciata per atti contrari alla decenza ha minato ulteriormente l’autorità delle Forze dell’Ordine.
 
Cosa resta della primavera araba? La violenza che sta dilagando in Tunisia non è però solo di matrice salafita. Nel Paese, infatti, si  continuano a registrare, seppur in maniera sporadica, manifestazioni legate al difficile contesto socio-economico. È il caso dei violenti scontri del mese scorso che hanno interessato i giovani disoccupati di Cité al Amal, nel governatorato tunisino di Gabes, e gli agenti di polizia. La caserma della polizia di Cité al Amal è stata assaltata e incendiata, i manifestanti hanno bloccato le principali strade d'accesso alla città e da allora sulla città è ancora in vigore un coprifuoco notturno. 
Il malcontento popolare mina la legittimazione popolare di Ennahda, favorendo da un lato la causa dei salafiti che accusano il partito di Ghannouchi di non applicare la Sharia e quella delle nuove formazioni emergenti. È il caso ad esempio di Nida Tounes, guidata dall'ex Premier di transizione Essebsi ed ex ministro di Bourghiba che raccoglie tutti i partiti socialisti tunisini. Lo scontro tra Ennahda e Nida Tounes è già stato segnato dallomicidio di Lotfi Naguedh, coordinatore regionale di Nidaa Tounis a Tataouine, aggredito da militanti di Ennahda.

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