Tunisia: cosa resta della Rivoluzione dei Gelsomini?

A due anni dalla fuga di Ben Ali, la crisi economica minaccia la culla della Primavera Araba

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Tunisia: cosa resta della Rivoluzione dei Gelsomini?


Culla della Primavera Araba,  la Tunisia del dopo Ben Ali rischia di precipitare nel caos. 
 
Speranze tradite. Sono passati due anni da quando Mahamed Bouazizi, il giovane venditore ambulante assurto a simbolo delle rivolte, si è dato fuoco innescando quel movimento popolare che ha messo fine a 23 anni di potere del vecchio dittatore e si è propagato in tutto il Medio Oriente. Le speranze che hanno accompagnato la prima fase della Primavera Araba oggi cedono il passo ad una realtà caratterizzata da forti tensioni sociali, sfide per la sicurezza provenienti in particolar modo dall’azione violenta di alcuni gruppi salafiti, una crisi economica endemica e lo stallo sull’adozione di una nuova Costituzione. 
 
Una dura realtà. A differenza degli altri Stati che hanno vissuto le rivolte, la transizione politica della scena tunisina è stata ordinata e si è compiuta rapidamente. Dalle elezioni è emerso un governo di coalizione, guidato dal partito islamista Ennahda che, ripetutamente accusato di condividere o di non riuscire a tenere a freno la violenza salafita e elaborare un piano di ripresa economica, sta progressivamente perdendo consensi. Una volta al potere, gli islamisti hanno dovuto fare i conti con i problemi economici di un Paese dimenticato dagli investitori esteri e con un malcontento socio-economico diffuso che ha portato la popolazione a manifestare un po’ ovunque in Tunisia, a Sidi Bouzid, Kasserine, Gafsa, Sfax, Ben Guerdane e a Siliana, e contro la quale è spesso stata usata una forza eccessiva e non necessaria.  
 
La difficile situazione economica. Le sfide della Tunisia del dopo Ben Ali sono prevalentemente di natura economica. Il paradigma economico del precedente regime aveva creato livelli scioccanti di disuguaglianza tra le regioni e tra le aree urbani e quelle rurali. Tutto lo sviluppo economico della Tunisia aveva avuto luogo nella capitale Tunisi e nelle aree circostanti, tralasciando la parte occidentale e meridionale del Paese, specialmente l’entroterra. Le stesse condizioni che hanno innescato la rivolta del 2010 e a cui l’attuale governo non sembra essere riuscito a fornire risposte adeguate. Gli ultimi dati rilasciati dal Fondo Monetario Internazionale rilevano una crescita economica stagnante che non sarà in grado di arginare un tasso di disoccupazione del 17,6 % e che raggiunge il  40% tra i giovani. È anche vero che l'economia tunisina, così pesantemente basata sulle esportazioni verso la Francia e l’Italia, ha subito negativamente il rallentamento economico globale che ha colpito l'Europa e risente di decenni di gestione corrotta degli affari statali. Tuttavia, il dato preoccupante è l’assenza di una nuova visione economica, che segni una rottura con il passato.
 
La minaccia salafita. Altro fattore preoccupante è il costante rafforzamento dei movimenti salafiti che cavalcano l’onda del malcontento popolare, generato dall’emergenza occupazionale, per affermarsi sulla scena politica e sociale tunisina e imporre la legge islamica, la Sharia, su tutto il Paese. Gli episodi di violenze e attacchi contro simboli, eventi ed attività lavorative ritenute blasfeme si verificano da ormai un anno. L’azione di questi gruppi ha profondamente polarizzato il panorama politico e culturale tunisino, storicamente improntato al laicismo di Stato e alla forte repressione delle formazioni estremiste. 
 
Questa situazione di forte tensione si riflette anche nel processo di adozione della nuova Costituzione, in fase di finalizzazione. 

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