di Mara Carro
Nel conflitto contro il movimento salafita jihadista dello Stato Islamico un posto particolare è occupato dalla Turchia.
Ankara, membro della Nato, ha finora recitato un ruolo ambiguo nella vicenda e ha aderito con riluttanza alla coalizione contro il Califfato siro-iracheno, specificando come il supporto turco alla coalizione guidata dagli Stati Uniti sia esclusivamente “logistico ed umanitario”.
La posizione della Turchia nella lotta contro le milizie jihadiste dello Stato Islamico è cambiata dopo la liberazione degli ostaggi turchi, barattata con un numero quattro volte maggiore di jihadisti. Quarantanove (49) cittadini turchi erano infatti stati sequestrati a giugno in Iraq dalle milizie jihadiste dello Stato Islamico in occasione dell'assalto al consolato generale turco di Mosul.
La riluttanza ad aderire alla coalizione anti-Isis lanciata da Washington e alla quale prendono Paesi occidentali e arabi era dettata, oltre che dal timore per la sorte degli ostaggi e possibili attacchi in patria, dai molteplici interessi turchi nella regione. Primi fra tutti impedire che si rafforzino eccessivamente i curdi iracheni e siriani e che si arrivi ad un Kurdistan siriano e iracheno indipendente, che avrebbe immediate ripercussioni sui curdi turchi, e favorire la caduta di Assad, sostituendo il governo alawita siriano sostenuto dall’Iran sciita con una amministrazione sunnita che guardi ad Ankara come potenza regionale dominante.
La scorsa settimana, la Grande Assemblea Nazionale turca ha votato per rinnovare l’autorizzazione all'uso della forza in Siria, decisa nel 2012 a seguito dell’abbattimento di un caccia F-4 turco a opera della contraerea di Assad. I legislatori turchi hanno autorizzato anche il dispiegamento di forze straniere in Turchia ai fini della lotta contro lo Stato islamico. Il voto è stato presentato come la prova che Ankara è un alleato affidabile nella battaglia in corso contro lo Stato islamico. Tuttavia, mentre i militanti jihadisti avanzano verso il confine turco e da settimane assediano Kobane, città siriana a maggioranza curda al confine con la Turchia, i carri armati delle Forze Armate turche stazionano lungo il confine turco-siriano e assistono alla caduta della cittadina senza intervenire.
Con la presa di Kobane l’Isis controllerebbe un tratto strategico del territorio che collega la capitale autoproclamata del Califfato, Raqqa, alle sue posizioni ad Aleppo, lungo il confine con la Turchia.
Erdogan ha spiegato la sua decisione di non intervenire con il suo esercito sostenendo che i raid aerei della coalizione sono insufficienti e si rende necessario un intervento di terra. Il presidente turco è stato un critico della prima ora della strategia americana “per degradare e distruggere” lo Stato Islamico che manca di una visione per il post-Assad. La Turchia sta cercando di usare la crisi di Kobane come leva per ottenere da Washington ciò che vuole: un intervento oltre frontiera in cambio dell’istituzione di una no fly-zone in Siria, di una zona cuscinetto lungo il confine turco-siriano e dell’impegno degli Usa per la futura rimozione del presidente Bashar al Assad. Una condizione per il momento non immaginabile.
La spiegazione dell’inazione turca è riconducibile all’irrisolta questione curda, da sempre delicata per Ankara, che ora si ripropone come risultato del disfacimento di quelle entità statali e quei confini decisi artificialmente a tavolino dagli accordi di Sykes-Picot durante la Prima Guerra Mondiale.
Il 6 ottobre, il gruppo jihadista è entrato per la prima volta a Kobane, issando la sua bandiera nera sui quartieri della zona orientale della cittadina, ed è impegnato in una lotta quartiere per quartiere con la milizia curda conosciuta come Unità di protezione Popolare (YPG), attore nella guerra siriana che oggi difende la parte del Kurdistan siriano.
Le Unità di protezione popolare sono il franchising siriano del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, ancora oggi nelle black lists come organizzazione terroristica per Stati Uniti, Unione Europea e altri 20 Paesi, accusata di essere coinvolta nel traffico di droga e nel riciclaggio di denaro, che dal 1984 al 2013 ha condotto una campagna politica e militare volta a riconoscere al popolo curdo il diritto all'indipendenza.
Il PKK e YPG hanno dimostrato di essere le forze più efficaci nella lotta contro lo Stato Islamico sia in Iraq che in Siria e, come spiega
Amberin Zaman su
Al Monitor, sono ormai diventati membri informali della coalizione contro lo Stato Islamico, primo passo verso quella legittimazione internazionale tanto osteggiata da Ankara che teme che questo riconoscimento possa indurre il PKK a tornare a rivendicare l’autonomia/indipendenza dei curdi in Turchia. In Iraq, soprattutto, i Peshmerga curdi sono diventati il simbolo della resistenza contro l’avanzata dei miliziani dello Stato Islamico e i destinatari di aiuti militari che,
nella visione di Ankara potrebbero favorire il rafforzamento della componente curda irachena, attrarre i curdi sparsi negli altri Paesi, compresa la Turchia, e, una volta respinta l’avanzata dei miliziani dello Stato Islamico, essere posti al servizio della nascita di un Kursdistan, idea già contenuta nel Trattato di Sèvres del 1920 poi sostituito dal Trattato di Losanna del 1923.
La politica divergente degli Stati Uniti verso i curdi in Iraq e Siria riflette la tendenza sbagliata di Washington di presumere distinzioni tra i due paesi che in realtà non esistono, spiega sul
Guardian Cale Sahil. In Iraq, gli Stati Uniti non hanno effettuato solo attacchi aerei, ma hanno anche armato i Peshmerga curdi iracheni e hanno mandato "consiglieri" militari. Come risultato, i peshmerga sono stati in grado di fornire l’intelligence necessaria per indirizzare i raid aerei e, in collaborazione con i combattenti curdi provenienti dalla Turchia e dalla Siria, hanno sottratto importanti territori occupati dallo Stato Islamico. In Siria, gli USA sono stati più restii a sviluppare lo stesso partenariato con le forze curde a causa dell’opposizione della Turchia motivata dal legame tra le Unità di protezione popolare e il PKK.
La lezione che gli Stati Uniti dovrebbero imparare dall’esperienza in Iraq è che non si può vincere una guerra solo con attacchi aerei. L’Iraq ha dimostrato che gli attacchi aerei contro l’Isis possono funzionare - ma solo in combinazione con gli sforzi per armare e "consigliare" una forza locale affidabile in grado di riconquistare e controllare efficacemente il territorio. Le Unità curde sono quella forza in Siria, e eventuali attacchi aerei senza il tipo di sostegno inviato ai Peshmerga curdi iracheni saranno inutile. Tuttavia la collaborazione degli Stati Uniti con il YPG è difficile, mentre
i rapporti tra il PKK e la Turchia sono legati al destino di Kobane.
Nel caso specifico di Kobane, la Turchia mira ad evitare un rafforzamento del PKK lungo la frontiera turco-siriana.
Dalla prigione sull’isola di Imrali, in mezzo al Mar di Marmara, dove Abdullah Ocalan sconta una condanna all’ergastolo, il leader del PKK ha minacciato di fermare i negoziati di pace tra il Pkk e Ankara se sarà permesso ai militanti dello Stato islamico di conquistare Kobane.
Quello che accade ai confini potrebbe avere delle ripercussioni di sicurezza all’interno della Turchia e potrebbe riaprire la causa curda. Martedì 7 ottobre, in diverse città della Turchia ci sono state manifestazioni di protesta delle comunità curde del paese contro l'inerzia del governo turco di fronte all'avanzata dei jihadisti sulla città curdo-siriana di Kobane. Violenti scontri sono scoppiati in tutto il sud-est della nazione: il bilancio è di una ventina manifestanti morti, oltre 100 feriti e in cinque diverse province – Diyarbakir, Mardin, Siirt, Batman e Van - è stato imposto il coprifuoco.
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