Un confine in bilico
La crisi congolese in Nord-Kivu e le accuse a Rwanda ed Uganda. I rischi di un nuovo conflitto africano allargato
1390
La crisi che sta destabilizzando la Provincia congolese del Nord-Kivu assume sempre più i tratti di una lotta tra diversi attori regionali, che agiscono da agenti destabilizzanti, per l’accesso al patrimonio minerario presente nel sottosuolo della provincia congolese e per mantenere e/o accrescere la propria influenza regionale. Qualunque soluzione dovesse essere adottata non potrà prescindere dalla considerazione della dimensione regionale che sta assumendo il conflitto e dagli interessi economici e politici in campo.
La minaccia da Ntanganda. Da aprile la regione congolese è teatro di rinnovate ostilità che vedono le Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo (FARDC) contrapporsi ai ribelli del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP) di Bosco Ntanganda e al Movimento 23 marzo (M23), guidato dal Colonnello Sultani Makenga. Il CNDP era costituito da guerriglieri congolesi tutsi che avevano combattuto contro le FARDC durante la Guerra Civile del Congo per essere poi parzialmente integrati nelle Forze Armate congolesi nel quadro degli accordi di Goma del 2009. Il M23, il cui nome richiama proprio gli accordi di Goma firmati il 23 marzo 2009, nasce nell’aprile di quest’anno ad opera di un gruppo di soldati disertori delle FARDC (tutti ex CNDP). Nella regione operano anche le Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (FDLR) composte essenzialmente da militari e miliziani hutu ruandesi fuggiti dal Ruanda per sfuggire al genocidio e in seguito all’ascesa del Fronte Patriottico Ruandese, dominato dai Tutsi. Nell’area è attiva la Missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione della Repubblica Democratica del Congo, MONUSCO, il cui mandato è stato rinnovato per un ulteriore anno nel giugno scorso.
L'ascesa del M-23. Il gruppo di guerriglieri M-23 ha concentrato le sue ostilità nel distretto di Rutshuru e da tempo minaccia di prendere Goma, il capoluogo della Provincia del Nord Kivu. I ribelli hanno anche dato vita ad un Comitato Politico, una sorta di amministrazione parallela a quella statale, che ha esposto le richieste del gruppo militare: il rimpatrio dei rifugiati congolesi in Ruanda, una democrazia reale e, in un’eventuale integrazione nella vita politica congolese, la conferma dei ranghi militari di cui erano in possesso prima di disertare. Inoltre, i ribelli hanno accusato il Governo di non aver favorito, dopo gli accordi di Goma, l’integrazione dei membri del M23 nell’Esercito regolare.
Il ruolo del Rwanda. Nei mesi scorsi, alcuni membri del gruppo armato, arresisi alle Forze ONU e congolesi, hanno parlato di un diretto coinvolgimento del Ruanda nella crisi in corso nella regione, alimentando il sospetto, da anni nutrito dalla società civile congolese, dell’intervento ruandese a sostegno della guerriglia che minaccia la già fragile sovranità congolese.
La pubblicazione, in giugno scorso, di un rapporto del gruppo degli esperti dell’Onu sulle violazioni dell’embargo delle armi destinate ai gruppi armati ancora attivi nella RDC confermava l’appoggio militare e logistico fornito dal Ruanda al M-23.
La pubblicazione, in giugno scorso, di un rapporto del gruppo degli esperti dell’Onu sulle violazioni dell’embargo delle armi destinate ai gruppi armati ancora attivi nella RDC confermava l’appoggio militare e logistico fornito dal Ruanda al M-23.
Dopo le rivelazioni dei prigionieri del M-23 e la diffusione del Rapporto ONU, i rapporti tra Kigali e Kinshasa hanno subito un deterioramento nonostante la visita del Ministro degli Esteri ruandese al Presidente congolese, Joseph Kabila, e la firma di un accordo tra i due paesi per combattere i gruppi ribelli attivi nella regione. I capi di Stato di RDC e Ruanda hanno anche più volte preso parte a diversi vertici regionali – Unione Africana, Conferenza Internazionale dei Grandi Laghi - nei quali si è discusso il dispiegamento di una “forza internazionale neutra” incaricata di disarmare definitivamente questi gruppi.
Il Governo congolese e l’ONU hanno più volte accusato il Ruanda di fornire sostegno ai ribelli. Questa accusa è stata rinnovata ad inizio settembre, dopo l’annuncio del ritiro di truppe ruandesi dal territorio di Rutshuru, e in un vertice a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a NewYork. In riferimento alle truppe ruandesi, i vertici militari di Kigali avevano parlato del ritiro di circa 300 uomini, parte di un contingente congiunto congolese – ruandese autorizzato da Kinshasa. Secondo il governo congolese, invece, era stata autorizzata solo la presenza di un centinaio di ufficiali dell’Esercito ruandese in qualità di osservatori.
Il rischio di un nuovo allargamento del conflitto. In più occasioni, le autorità congolesi hanno chiesto all’ONU di punire i responsabili del sostegno ruandese all’azione del M23 sostenendo che il “coinvolgimento di Ufficiali di un Esercito straniero ad una ribellione costituisce un atto di aggressione sanzionabile ai sensi del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite”. Tra i responsabili, i vertici di Kinshasa hanno indicato il Ministro della Difesa ruandese, James Kabarebe, e il Capo di Stato maggiore, Charles Kayonga.
La situazione della provincia congolese del Nord – Kivu è tornata all’attenzione internazionale in questi giorni dopo la diffusione della notizia di un nuovo rapporto ONU che accuserebbe nuovamente il Ruanda di sostenere l’azione del M23. La Commissione incaricata di monitorare l’embargo sulle armi alla RDC avrebbe formulato nuove e più dettagliate accuse contro il Ruanda e anche contro l’Uganda. Secondo gli esperti dell’ONU sarebbe lo stesso Ministro della Difesa ruandese a guidare la ribellione del M-23. Il documento rivelerebbe, inoltre, che il governo di Kigali starebbe “continuando a violare l’embargo attraverso un supporto diretto ai ribelli del M-23, operazioni di reclutamento, l’incoraggiamento alla diserzione dalle FARDC e la fornitura di armi, munizioni, servizi di intelligence e consigli politici”. L’Uganda, invece, oltre a sostenere le azioni militari, avrebbe consentito al Comitato politico del M-23 di operare liberamente a Kampala.
L’accusa di sostenere il M-23, oltre ad aver causato il congelamento degli aiuti statunitensi ed europei diretti a Kigali, rischiava di compromettere l’elezione del Ruanda a membro non permanente del Consiglio di Sicurezza. Il governo di Kampala, che ha immediatamente respinto le accuse, rischia, invece, di veder compromessa la sua credibilità considerato che il Presidente, Yoweri Museveni, ricopre il ruolo di mediatore per la crisi nel Nord–Kivu a seguito dell’iniziativa promossa durante la Conferenza della regione dei Grandi Laghi.

1.gif)
