Un futuro incerto

Dall'omicidio di Belaid, la Tunisia lotta per conservare le conquiste democratiche

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Un futuro incerto

di Mara Carro

Il 6 febbraio è stato assassinato a Tunisi Chokri Belaid, segretario del partito dei Patrioti democratici (Watad), movimento di opposizione di sinistra confluito nella coalizione del Fronte popolare. Belaid era un importante esponente della sinistra laica e aperto critico del governo di Ennahda e poco prima dell’omicidio aveva chiesto la convocazione di una conferenza nazionale che affrontasse il problema della violenza politica che domina la scena tunisina.
Belaid aveva già subito minacce di morte in passato. Il 2 febbraio aveva accusato i membri della “Lega di protezione della rivoluzione”, milizia filo governativa accusata di violenze politiche in Tunisia, di aver attaccato una riunione del suo partito a El Kef. Nel dicembre scorso aveva invece accusato il partito Ennahda di essere il mandante dei ripetuti atti intimidatori verso la sua persona, con la connivenza del Ministero dell'Interno. 
 
La violenza politica domina questa fase della transizione tunisina. Diversi esponenti del Fronte popolare e di Nida Tounes sono stati vittima di minacce fisiche e verbali e i raduni politici dell’opposizione sono spesso stati bloccati dai miliziani della Lega per la tutela della rivoluzione.
Il primo omicidio politico in Tunisia si era verificato nel mese di ottobre 2012 a Tataouine quando il coordinatore regionale di Nida Tounes,  Lotfi Naqdh, è stato linciato dai membri della Lega. 
Il partito al governo è stato accusato di essere mandante dell’assassinio di Belaid. Le indagini accerteranno movente e mandanti ma molti tunisini attribuiscono ad Ennahda la responsabilità morale di quanto accaduto, per non aver condannato gli estremisti, aver banalizzato le denunce di  minacce e minimizzato la capacità distruttiva della Lega e per non essere riuscita a impegnarsi in un’autentica riconciliazione tra le fazioni politiche tunisine.
 
Il contraccolpo sociale dell’omicidio è stato immediato. Tra l’omicidio di Belaid e il giorno del suo funerale violente proteste sono scoppiate in tutto il Paese. Il bilancio fornito dal ministero dell'Interno è di un poliziotto morto e altri 59 feriti, una dozzina di commissariati attaccati, diverse sedi del partito Ennahda date a fuoco e saccheggiate e quasi 400 manifestanti arrestati. Il funerale di Belaid ha visto una partecipazione imponente e, per quel giorno, l’Unione generale dei lavoratori tunisini (Ugtt) ha indetto uno sciopero che ha paralizzato la Tunisia.
Anche la scena politica è stata investita dagli effetti dell’omicidio di Belaid.  I partiti di opposizione hanno ritirato i propri membri dall’Assemblea Costituente e chiesto una sessione plenaria dedicata alla crisi politica in cui versa il paese; il Primo Ministro Hamadi Jebali ha annunciato lo scioglimento del governo e la sua sostituzione con un gabinetto di tecnici, in attesa di nuove elezioni.
La decisione di Jebali ha spaccato in due lo spettro politico tunisino.  Il suo stesso partito, Ennahda, si è opposto allo scioglimento, seguito, dopo un’iniziale minaccia di ritirare i propri membri dalla coalizione governativa, dal Congresso per la Repubblica (Cpr), partito del presidente Moncef Marzouki. Le condizione poste dal Cpr sono l'accelerazione del rimpasto di governo di cui si dibatte da almeno sei mesi, l’impegno da parte del partito di governo Ennahdha a cambiare la propria politica e coinvolgere il Cpr nei processi decisionali e l'apertura di indagini su diversi casi di corruzione registrati sia prima che dopo la rivoluzione. 
A favore di Jebali si è schierato il partito Ettakatol, terza testa della troika che governa in Tunisia, l’Unione generale dei lavoratori tunisini, l’Ordine degli avvocati, la Lega tunisina dei diritti dell’uomo e il partito di Belaid, il Watad. 
 
Cosa resta della Primavera araba? Le speranze che hanno accompagnato la prima fase della Primavera Araba oggi cedono il passo ad una realtà caratterizzata da forti tensioni sociali, sfide per la sicurezza provenienti in particolar modo dall’azione violenta di alcuni gruppi salafiti, una crisi economica endemica e lo stallo sull’adozione di una nuova Costituzione
A differenza degli altri Stati che hanno vissuto le rivolte, la transizione politica della scena tunisina è stata ordinata e si è compiuta rapidamente. Dalle elezioni è emerso un governo di coalizione, guidato dal partito islamista Ennahda che, ripetutamente accusato di condividere o di non riuscire a tenere a freno la violenza salafita e elaborare un piano di ripresa economica, sta progressivamente perdendo consensi. Una volta al potere, gli islamisti hanno dovuto fare i conti con i problemi economici di un Paese dimenticato dagli investitori esteri e con un malcontento socio-economico diffuso che ha portato la popolazione a manifestare un po’ ovunque in Tunisia, a Sidi Bouzid, Kasserine, Gafsa, Sfax, Ben Guerdane e a Siliana, e contro la quale è spesso stata usata una forza eccessiva e non necessaria.  
Le sfide della Tunisia del dopo Ben Ali sono prevalentemente di natura economica. Il paradigma economico del precedente regime aveva creato livelli scioccanti di disuguaglianza tra le regioni e tra le aree urbani e quelle rurali. Tutto lo sviluppo economico della Tunisia aveva avuto luogo nella capitale Tunisi e nelle aree circostanti, tralasciando la parte occidentale e meridionale del Paese, specialmente l’entroterra: le stesse condizioni che hanno innescato la rivolta del 2010 e a cui l’attuale governo non sembra essere riuscito a fornire risposte adeguate.
È anche vero che l'economia tunisina, così pesantemente basata sulle esportazioni verso la Francia e l’Italia, ha subito negativamente il rallentamento economico globale che ha colpito l'Europa e risente di decenni di gestione corrotta degli affari statali. Tuttavia, il dato preoccupante è l’assenza di una nuova visione economica, che segni una rottura con il passato.
Altro fattore preoccupante è il costante rafforzamento dei movimenti salafiti che cavalcano l’onda del malcontento popolare, generato dall’emergenza occupazionale, per affermarsi sulla scena politica e sociale tunisina e imporre la legge islamica, la Sharia, su tutto il Paese.
Gli episodi di violenze e attacchi contro simboli, eventi ed attività lavorative ritenute blasfeme si verificano da ormai un anno. L’azione di questi gruppi ha profondamente polarizzato il panorama politico e culturale tunisino, storicamente improntato al laicismo di Stato e alla forte repressione delle formazioni estremiste. 

Per comprendere le ragioni del sommovimento popolare contro Ben Ali:
 .
La rabbia e la speranza. Storia di Mohamed Bouazizi, il giovane tunisino che ha dato inizio alla primavera araba

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