Un paese da pacificare
L'Iraq dopo l'Operazione Iraqi Freedom
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di Mara Carro
Nella notte tra il 19 e 20 marzo 2003 prendeva il via l’Operazione Iraqi Freedom. Dopo 8 anni e 9 mesi di intervento, gli ultimi soldati americani hanno lasciato l’Iraq nel dicembre 2011. Il costo dell’operazione è stato di oltre 110mila iracheni e 4.486 soldati statunitensi morti e 1 trilione di dollari spesi. Gli ultimi attentati che hanno scosso Baghdad il 19 marzo 2013 mostrano però che il paese è tutt’altro che pacificato.
Nella notte tra il 19 e 20 marzo 2003 prendeva il via l’Operazione Iraqi Freedom. Dopo 8 anni e 9 mesi di intervento, gli ultimi soldati americani hanno lasciato l’Iraq nel dicembre 2011. Il costo dell’operazione è stato di oltre 110mila iracheni e 4.486 soldati statunitensi morti e 1 trilione di dollari spesi. Gli ultimi attentati che hanno scosso Baghdad il 19 marzo 2013 mostrano però che il paese è tutt’altro che pacificato.
Un paese da pacificare. Dall’inizio del 2012 le azioni violente riconducibili ad al-Qaeda in Iraq, gruppo jihadista composto prevalentemente da combattenti sunniti, si sono intensificate, mettendo in luce l’intenzione dell’organizzazione di esacerbare le tensioni settarie che percorrono il paese e riaccendere il conflitto tra la minoranza sunnita dell'Iraq e il governo a guida sciita di Nuri al-Maliki.
Alla violenza di matrice qaedista si somma la rinascita dell’insorgenza sunnita nella provincia occidentale di Anbar. Da mesi le regioni occidentali del paese sono scosse da violente manifestazioni contro il governo del premier Maliki. Le proteste sono state innescate dall’arresto delle guardie del corpo di Rafia al-Issawi, ministro delle Finanze e uno dei principali leader di Iraqiya, la fazione sunnita del governo.
L’episodio è stato condannato come l’ultima di una serie di azioni del premier Maliki contro i suoi avversari politici dopo le cinque condanne a morte spiccate nei confronti del vice Presidente Tariq Hashemi, sunnita anch’egli, accusato di aver organizzato e guidato, nel periodo post-Saddam, squadroni della morte incaricati di eliminare avversari politici e tutt’oggi costretto alla latitanza.
Le centinaia di migliaia di sunniti che da mesi protestano contro il governo Maliki chiedono la fine delle leggi anti-terrorismo – spesso utilizzate per perseguire i rivali politici come al-Hashemi – e una maggiore partecipazione alla vita politica del Paese. Per decenni i sunniti – minoranza del paese - sono stati la fazione dominate dell'Iraq di Saddam Hussein. Dopo la caduta del dittatore nel 2003, le forze internazionali hanno favorito la presa di potere da parte della fazione sciita che, guidata dal 2006 da Maliki, è stata accusata di voler consolidare il potere e aver ostacolato la presenza di rappresentanti sunniti all’interno del sistema amministrativo del Paese.
Alla violenza di matrice qaedista si somma la rinascita dell’insorgenza sunnita nella provincia occidentale di Anbar. Da mesi le regioni occidentali del paese sono scosse da violente manifestazioni contro il governo del premier Maliki. Le proteste sono state innescate dall’arresto delle guardie del corpo di Rafia al-Issawi, ministro delle Finanze e uno dei principali leader di Iraqiya, la fazione sunnita del governo.
L’episodio è stato condannato come l’ultima di una serie di azioni del premier Maliki contro i suoi avversari politici dopo le cinque condanne a morte spiccate nei confronti del vice Presidente Tariq Hashemi, sunnita anch’egli, accusato di aver organizzato e guidato, nel periodo post-Saddam, squadroni della morte incaricati di eliminare avversari politici e tutt’oggi costretto alla latitanza.
Le centinaia di migliaia di sunniti che da mesi protestano contro il governo Maliki chiedono la fine delle leggi anti-terrorismo – spesso utilizzate per perseguire i rivali politici come al-Hashemi – e una maggiore partecipazione alla vita politica del Paese. Per decenni i sunniti – minoranza del paese - sono stati la fazione dominate dell'Iraq di Saddam Hussein. Dopo la caduta del dittatore nel 2003, le forze internazionali hanno favorito la presa di potere da parte della fazione sciita che, guidata dal 2006 da Maliki, è stata accusata di voler consolidare il potere e aver ostacolato la presenza di rappresentanti sunniti all’interno del sistema amministrativo del Paese.
Altro fattore di destabilizzazione è la tensione tra Baghdad e Governo Regionale del Kurdistan, entità federale autonoma il cui status gli consente di avere un proprio esercito, un servizio di intelligence e proprie istituzioni, che nel novembre scorso ha toccato il suo apice con l’invio di truppe dell’Esercito iracheno e dei Peshmerga curdi lungo il ‘confine’ che divide l’Iraq dalla regione autonoma del Kurdistan. Uno dei principali terreni di scontro tra il Governo federale e il Governo Regionale del Kurdistan Iracheno (KRG) continua ad essere la disputa sulla gestione delle risorse petrolifere concentrate nel nord a maggioranza curdo.
Il dibattito degli esperti. Alla luce dello scenario iracheno a dieci anni dall’invasione americana e al di là delle argomentazioni relative all’esistenza di armi di distruzioni di massa o alla presenza di al-Qaeda che hanno motivato l’intervento ma che sono poi state smentite dalle evidenze, numerosi esperti dibattono su quali siano gli effetti prodotti da quella decisione nei successivi dieci anni e soprattutto se la decisione di invadere l’Iraq fu una decisione giusta e quali sono stati gli errori commessi.
Tra gli aspetti positivi, gli analisti annoverano la caduta di Saddam Hussein, la nascita di nuove istituzioni e una crescita economica pari a circa il 9% annuo. Le esportazioni di petrolio iracheno hanno superato il livello prebellico e che si sono rivelate utili agli Stati Uniti per imporre sanzioni al settore petrolifero dell’Iran per il suo programma nucleare, senza ricadute sul mercato globale di petrolio.
Il presidente del Council on Foreign Relation, Richard Haass, in un suo libro del 2009, “War of Necessity, War of Choice”, opera un distinguo tra la prima guerra e la seconda guerra in Iraq. Mentre definisce la prima Guerra del Golfo “una guerra di necessità”, decisa dopo l'invasione del Kuwait da parte dell’Esercito di Saddam Hussein, poco ambiziosa e realizzata con un sostegno internazionale senza precedenti, la guerra del 2003 fu “una guerra di scelta”, discrezionale, ingiustificata, estremamente ambiziosa, mal organizzata e oltretutto osteggiata a livello internazionale.
La rivista Foreign Policy si interroga invece sull’esistenza di una presunta “Sindrome irachena” chiedendo a diversi esperti in materia militare e strategica quanto l’esperienza della guerra in Iraq pesi sulle attuali scelte dell’amministrazione Obama in politica estera, ad esempio in teatri come la Siria dove gli Stati Uniti non hanno optato per un coinvolgimento diretto.
Tra gli errori commessi gli esperti individuano innanzitutto il fallimento dell’intelligence e la mancanza di un reale progetto di nation building una volta conseguito il risultato militare. Altro errore fu l’aver ignorato le esigenze dei sunniti, favorendo la presa di potere da parte della fazione sciita. A detta degli esperti è stato poi commesso un grave errore strategico ora che l’Iraq non è più in grado di contenere l’Iran. Come chiarisce Rischard Haas “l'Iraq è ormai uno strumento di politica estera dell'Iran, come si è visto nei confronti della Siria”.
Una guerra che, a detta del presidente George W. Bush, avrebbe dovuto ispirare la democrazia nel mondo arabo - teoria dell’effetto domino della democrazia - ma che pochi riescono a mettere in connessione diretta con gli sconvolgimenti della “Primavera araba”. Opinione diffusa è che l’esperienza della guerra in Iraq abbia impedito che si facesse di più per le Primavere arabe, specialmente per quella siriana.
Per un approfondimeno sulla guerra in Iraq, si consiglia la lettura di:
1) Beccaro, A., "La guerra in Iraq"
2) Ahmed, N., "Dominio. La guerra americana all'Iraq e il genocidio umanitario"
3) Kaplan, L., "La guerra all'Iraq.La fine della tirannia di Saddam e la missione dell'America"
4)Haass, R. "War of necessity, war of Choice"

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